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Chi paga i contributi previdenziali

22 Settembre 2019
Chi paga i contributi previdenziali

I contributi previdenziali costituiscono la principale voce che compone il costo del lavoro.

Perdi il lavoro? L’Inps ti paga per due anni l’indennità di disoccupazione. Resti incinta? L’Inps ti paga per cinque mesi l’indennità di maternità. Ti infortuni sul lavoro? L’Inail ti copre economicamente per tutti i giorni di inabilità assoluta al lavoro. Raggiungi l’età pensionabile? L’Inps ti paga a vita la pensione mensilmente. Ma chi finanzia tutto questo sistema di indennità, assegni e provvidenze?

Per reperire le risorse necessarie a garantire ai lavoratori tutte quelle prestazioni che rientrano nel cosiddetto sistema di protezione sociale ci sono i contributi previdenziali. Ma chi paga i contributi previdenziali? Come vedremo, i contributi previdenziali ed assistenziali vengono pagati per la gran parte dal datore di lavoro e per una piccola quota dal lavoratore dipendente.

Per quanto concerne la quantità di contributi previdenziali ed assistenziali che devono essere versati agli enti previdenziali, tutto dipende dalla tipologia di rapporto di lavoro e dal settore di attività. Vi sono infatti importanti differenze tra settore e settore.

Cosa sono i contributi previdenziali?

Un tempo si diceva “attaccare le marchette”, poi si è passati a definizioni diverse ed oggi parliamo di contributi previdenziali. Si tratta dei soldi che devono essere versati agli enti previdenziali, Inps ed Inail, per ogni rapporto di lavoro.

I contributi previdenziali rappresentano una sorta di tassa sulla retribuzione erogata dal datore di lavoro al lavoratore subordinato oppure sul reddito da lavoro nel caso di lavoratori autonomi, che deve essere pagata su ogni euro erogato a titolo di retribuzione e/o reddito da lavoro per il finanziamento delle prestazioni sociali e previdenziali di legge che vengono erogate dai rispetti istituti di previdenza ed assistenza.

Il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali è obbligatorio, quantomeno nella misura minima prevista dalla legge. Vi sono poi dei casi in cui è direttamente il lavoratore a voler versare contributi ulteriori a titolo volontario.

Il cosiddetto obbligo contributivo, ossia l’onere di versare i contributi previdenziali ed assistenziali agli enti di competenza, nasce automaticamente con l’assunzione del dipendente o con l’avvio dell’attività di lavoro autonomo da parte del professionista.

Sono direttamente gli enti di previdenza ed assistenza, chiamati ad erogare le prestazioni previdenziali di legge, che provvedono anche alla riscossione dei contributi.

I contributi sono di due tipologie:

  1. contributi previdenziali: sono quei pagamenti obbligatori che il datore di lavoro deve effettuare a favore dell’istituto previdenziale, ossia, dell’Inps al quale, dopo l’incorporazione dell’Inpdap, devono essere versati anche i contributi previdenziali relativi ai dipendenti del settore pubblico;
  2. contributi assistenziali: sono quei pagamenti obbligatori che il datore di lavoro deve effettuare a favore dell’Inail, per garantire al dipendente la copertura dai rischi legati agli infortuni e alle malattie professionali.

Chi paga i contributi previdenziali?

Come abbiamo detto, dopo che viene firmato un contratto di lavoro e che il dipendente viene assunto in azienda, nasce in automatico l’obbligo contributivo sia verso l’Inps che verso l’Inail. Quest’obbligo riguarda tre soggetti: il datore di lavoro, il lavoratore e l’istituto previdenziale o assistenziale.

Per entrare nello specifico, occorre sottolineare che l’onere contributivo, ossia l’obbligo di pagare contributi previdenziali ed assistenziali, grava, seppure in misura diversa, sia sul lavoratore sia sul datore di lavoro. Più o meno, l’onere grava per 2/3 sul datore di lavoro e per 1/3 sul lavoratore.

Dal punto di vista materiale, però, l’intera somma spettante agli enti viene pagata dal datore di lavoro che provvede a versare anche la quota a carico del dipendente tramite una trattenuta effettuata sulla retribuzione lorda mensile che può essere agevolmente riscontrata leggendo la busta paga.

Per quanto concerne le tempistiche di pagamento, il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali va fatto entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è scaduto l’ultimo periodo di paga.

Visto che è lui a dover procedere al pagamento, è il datore di lavoro ad essere responsabile sia civilmente che penalmente dell’obbligo di pagamento.

Il lavoratore, anche se non effettua materialmente il versamento dei contributi, ha interesse a verificare che tali pagamenti siano stati correttamente effettuati.

A tal fine, egli può:

  • verificare il corretto pagamento degli oneri contributivi ed assistenziali nell’attestazione rilasciata ogni anno dal datore di lavoro (cosiddetto Cud); oppure
  • verificare telematicamente, attraverso il proprio pin e le proprie credenziali, nel sito dell’Inps il proprio estratto contributivo, ossia un documento che riassume tutti i pagamenti contributivi effettuati per quel singolo dipendente.

Alla domanda “chi paga i contributi previdenziali” occorre, dunque, rispondere che, nella generalità dei casi, è obbligato al versamento dei contributi il datore di lavoro [1].

Tuttavia, la domanda riceve una diversa risposta quando si è di fronte non ad un rapporto di lavoro subordinato, ma ad altre tipologie di rapporto di lavoro.

Infatti, sono totalmente a carico del prestatore di lavoro i contributi previdenziali ed assistenziali relativi ad attività di lavoro autonomo.

Il lavoratore autonomo deve, dunque, provvedere da solo a versare i contributi alla sua cassa previdenziale di competenza, se esercita una professione per la quale esiste una cassa di riferimento (es. avvocati, commercialisti, geometri, architetti ed ingegneri, consulenti del lavoro, psicologi, agronomi, medici, notai, etc.).

Per tutti quei professionisti nel cui ambito di attività non è presente una cassa previdenziale specifica, il versamento dei contributi avviene alla Gestione separata Inps.

Per quanto concerne le collaborazioni coordinate e continuative, l’obbligo contributivo è posto a carico del committente che, come nel caso del lavoro subordinato, paga l’intera quota all’Inps, ma ne trattiene una parte pari ad 1/3 sul compenso dovuto al collaboratore coordinato e continuativo.

Devono pagare i contributi previdenziali anche le società cooperative sia per i propri dipendenti sia per i soci lavoratori.

A quanto ammontano i contributi previdenziali?

Alcune categorie di lavoratori autonomi pagano i contributi previdenziali in maniera fissa (ad es. è il caso dei commercianti e degli artigiani). Indipendentemente dal reddito da lavoro prodotto, devono pagare un tot di contributi l’anno.

Nella generalità dei casi, tuttavia, il quantum dei contributi previdenziali ed assistenziali da versare è calcolato in percentuale sulla retribuzione imponibile, per quanto concerne i lavoratori dipendenti, e sul reddito da lavoro, per quanto riguarda i lavoratori autonomi.

La percentuale da applicare sulla retribuzione e/o sul reddito imponibile, ossia la cosiddetta aliquota contributiva, cambia al variare di una serie di elementi variabili come l’ente previdenziale a cui occorre versare i contributi, la gestione previdenziale, il settore in cui opera il datore di lavoro, etc. Inoltre, le aliquote contributive sono soggette a modifiche di anno in anno da parte di Inps ed Inail.

Per quanto concerne la determinazione della base imponibile, ossia, delle retribuzioni sulle quali va applicata l’aliquota contributiva per calcolare i contributi dovuti, nell’ambito dei rapporti di lavoro subordinato, la retribuzione imponibile coincide con la nozione di reddito da lavoro dipendente valida ai fini fiscali [2] in cui rientrano tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro, al lordo di qualsiasi contributo o trattenuta.

Ciò significa che la base su cui calcolare i contributi previdenziali è la stessa base su cui vanno calcolate le tasse sul reddito (ossia l’Irpef) a causa del principio di armonizzazione delle basi imponibili fiscali e contributive.

La legge [3], inoltre, prevede il cosiddetto minimale contributivo. In base al minimale, la retribuzione da prendere a riferimento come base di calcolo dei contributi previdenziali non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale, oppure da accordi collettivi anche aziendali o da contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.

In questo modo, anche se l’azienda volesse erogare al dipendente uno stipendio inferiore allo stipendio minimo previsto dal Ccnl, i contributi previdenziali verrebbero comunque calcolati non sullo stipendio effettivamente erogato al dipendente ma sullo stipendio minimo previsto dal Ccnl.

Che fare se non sono stati pagati i contributi previdenziali?

Come abbiamo detto, il lavoratore può verificare con vari strumenti il corretto pagamento dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro.

Se, nell’effettuare questo controllo, dovesse emerge un omesso o insufficiente versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali, il lavoratore può promuovere due diverse azioni legali:

  • richiesta al giudice di condannare il datore di lavoro a pagare i contributi omessi;
  • richiesta al giudice del risarcimento del danno [4] che spetta al dipendente se il mancato pagamento dei contributi ha generato la perdita totale o parziale del diritto alla prestazione previdenziale e/o assicurativa. Il danno sarà pari alla differenza tra la prestazione previdenziale percepita dal lavoratore e la prestazione che avrebbe percepito se i contributi fossero stati correttamente versati.

I due strumenti di tutela che il dipendente può azionare sono autonomi e possono, dunque, essere esperiti anche congiuntamente.


note

[1] Art. 2115 cod. civ.

[2] Art. 6 D.Lgs 314/1997.

[3] Art. 2116 co. 2 cod. civ.

[4] L. n. 389/1989.


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