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Come calcolare contributi previdenziali

23 Settembre 2019
Come calcolare contributi previdenziali

Grava su tutti i datori di lavoro l’obbligo di pagare i contributi previdenziali ma l’ammontare varia a seconda di molti fattori.

Ogni volta che inizia un nuovo rapporto di lavoro nasce, contestualmente, senza che sia necessario fare alcunchè, un altro rapporto parallelo detto rapporto previdenziale. Ciò in quanto la nascita di un rapporto di lavoro fa sorgere in automatico il dovere del datore di lavoro di versare, con riferimento al dipendente assunto, i contributi previdenziali all’Inps.

Ma come calcolare contributi previdenziali? I contributi devono essere calcolati partendo, innanzitutto, dalla base imponibile, ossia, la somma da prendere a riferimento per il calcolo dei contributi dovuti.

Individuata la base imponibile occorre poi applicare una percentuale che, però, non è uguale per tutti i rapporti di lavoro ma varia, anche in modo sensibile, a seconda di numerosi fattori. Ogni datore di lavoro deve, dunque, effettuare un conteggio specifico legato al proprio settore di appartenenza.

Cos’è l’obbligo contributivo?

Come abbiamo già accennato, quando un datore di lavoro assume alle proprie dipendenze un lavoratore subordinato sorgono immediatamente a suo carico due obblighi di contenuto economico:

  • l’obbligo di pagare al dipendente la retribuzione e gli altri emolumenti previsti dalla legge, dal contratto collettivo di lavoro applicato e dal contratto individuale di lavoro;
  • l’obbligo di pagare all’Inps ed all’Inail i contributi previdenziali ed assistenziali calcolati sulle somme erogate al dipendente a titolo di retribuzione.

L’obbligo contributivo è quindi l’onere del datore di lavoro di pagare i contributi agli enti previdenziali ed assistenziali.

E’ direttamente la legge [1] a prevedere i casi e le forme di previdenza e di assistenza obbligatorie e le contribuzioni e prestazioni relative.

Come vedremo, l’onere contributivo è posto a carico sia del datore di lavoro che del dipendente, nelle percentuali previste dalla legge. Tuttavia, l’onere di versamento dei contributi è tutto a carico del datore di lavoro, il quale è responsabile del versamento del contributo, anche per la parte che è a carico del prestatore di lavoro, salvo il diritto di rivalsa [2].

La rivalsa viene esercitata dal datore di lavoro trattenendo, direttamente dalla retribuzione lorda in busta paga, la quota di contributi previdenziali che compete al lavoratore.

L’obbligo contributivo deve essere adempiuto dal datore di lavoro entro il giorno 16 del mese successivo a quello di paga. Per intenderci, i contributi previdenziali relativi alla retribuzione di luglio devono essere versati all’Inps entro il 16 di agosto.

I contributi previdenziali si pagano tramite il modello F24.

Come si calcolano i contributi previdenziali?

Prima di chiederci come si calcolano i contributi dobbiamo chiarire qual è la base di calcolo da prendere come riferimento per calcolare i contributi. La base di computo è la retribuzione annua percepita dal dipendente. Rientrano nel concetto di retribuzione tutte le somme di denaro che concorrono a formare il concetto di reddito da lavoro dipendente ai fini fiscali. Ne deriva che sulla stessa somma, calcolata con lo stesso metodo, occorre pagare sia i contributi previdenziali che le tasse sul reddito (Irpef).

Individuata la base imponibile, su questa deve essere applicata una percentuale, la cosiddetta aliquota contributiva, cioè, la percentuale che deve essere applicata sulla retribuzione annua percepita per la determinazione della quota di contributi previdenziali che devono essere pagati agli enti previdenziali di competenza.

L’aliquota contributiva da applicare sulla retribuzione imponibile non è uguale per tutti i tipi di rapporto di lavoro. Al contrario, l’aliquota varia con il variare di numerosi elementi come, tra gli altri:

  • tipologia di prestazione di lavoro svolta dal dipendente per il quale si pagano i contributi (rapporto di lavoro subordinato, lavoro autonomo, lavoro parasubordinato);
  • tipologia di attività svolta dall’azienda (attività commerciale, industriale, agricola);
  • dimensioni della società (in particolare, ciò che conta è se la società ha più o meno di 15 dipendenti o 50, a seconda del tipo di contributo da considerare);
  • natura giuridica dell’azienda (società di persone, società di capitali, società cooperativa, ente no profit);
  • qualifica legale del lavoratore (dirigente, impiegato, quadro, operaio, apprendista, lavoratore agricolo, domestico);
  • fondo previdenziale di iscrizione del lavoratore.

Le aliquote contributive da considerare sono sempre due: l’aliquota contributiva a carico del datore di lavoro, che di solito si aggira intorno al 30% della retribuzione annua imponibile, e l’aliquota contributiva a carico del lavoratore, che di solito si aggira intorno al 9% della retribuzione annua imponibile.

Il datore di lavoro applicherà entrambe le aliquote e verserà il relativo importo all’ente previdenziale entro i termini che abbiamo visto. Provvederà poi a rivalersi sul lavoratore con una trattenuta in busta paga relativa alla quota di contributi lato dipendente.

Come consultare le aliquote contributive?

Emerge, dunque, con chiarezza che il datore di lavoro deve individuare in modo specifico quali aliquote contributive si applicano al suo caso specifico.

Infatti, per ogni tipologia di lavoratore sono stabiliti gli importi e le prestazioni che devono essere finanziate attraverso un contributo obbligatorio:

  • dipendenti pubblici;
  • amministratori di enti locali;
  • lavoratori dello spettacolo;
  • lavoratori sportivi professionisti;
  • collaboratori e figure assimilate;
  • artigiani;
  • lavoratori agricoli autonomi;
  • commercianti;
  • pescatori autonomi;
  • venditori porta a porta;
  • lavoratori autonomi occasionali;
  • associati in partecipazione;
  • medici in formazione specialistica.

Precisando che questo link potrebbe essere soggetto a variazioni, possiamo dire che allo stato attuale chi vuole conoscere le aliquote contributive relative alla propria tipologia di lavoro può consultare il link.

Cosa succede se non si versano i contributi?

Come abbiamo detto, versare i contributi previdenziali è un obbligo che sorge in automatico con l’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro. Possiamo anche ritenere che i contributi previdenziali siano troppo onerosi e che facciano lievitare eccessivamente il costo del lavoro, ma non possiamo di certo esimerci dal rispettare questo obbligo.

I contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori devono essere versati nella loro interezza e nel rispetto dei termini e delle modalità di calcolo e di pagamento determinate dalla legge.

In caso di mancato rispetto delle norme che disciplinano l’obbligo contributivo si viene a determinare una inadempienza contributiva che va regolarizzata.

Il mancato pagamento dei contributi può determinare, in base alla gravità dell’inadempimento del datore di lavoro:

  • sanzioni civili;
  • sanzioni amministrative;
  • sanzioni penali.

La principale funzione delle sanzioni civili previste a fronte di inadempimento delle obbligazioni contributive nei confronti degli enti previdenziali è quella di rafforzare l’obbligo contributivo stesso nonchè di garantire all’ente previdenziale il risarcimento del danno subito a causa del mancato pagamento tempestivo dei contributi.

La disciplina delle sanzioni civili varia a seconda che ricorra una ipotesi di omissione contributiva o di evasione contributiva.

L’omissione contributiva ricorre quando si verifica l’omesso o ritardato versamento dei contributi dovuti mensilmente o periodicamente rispetto al termine di pagamento previsto dalla legge.

In tal caso [3] la sanzione civile consiste nell’applicazione di una percentuale, da applicare sulla somma dovuta a titolo di contributi, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti per ogni giorno di ritardo.

La sanzione civile così determinata non può in ogni caso eccedere il tetto del 40% dell’importo dei contributi dovuti.

Se il tetto viene raggiunto, gli interessi sono dovuti nella misura degli interessi moratori.

Diverse conseguenze sanzionatorie scattano, invece, se ricorre una ipotesi di evasione contributiva. In questo caso si realizza una evasione collegata a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, vale a dire l’ipotesi nella quale il datore di lavoro, con il fine precipuo di non pagare i premi o contributi previdenziali, occulta dei rapporti di lavoro in forza oppure le retribuzioni erogate ai dipendenti.

In questo caso [4], viene applicata una sanzione civile pari al 30% dell’importo dei contributi addebitati, per ogni giorno di ritardo.

Il tetto della sanzione civile in caso di evasione contributiva sale al 60% dell’importo dei contributi dovuti. Anche in questo caso, come nell’ipotesi di omissione, se si raggiunge il tetto il datore di lavoro è tenuto a versare solo gli interessi nella misura degli interessi di mora.

Il datore di lavoro può, tuttavia, ottenere l’applicazione della disciplina sanzionatoria dell’omissione contributiva al posto della più gravosa disciplina sanzionatoria dell’evasione contributiva a patto che la denuncia della situazione debitoria venga effettuata spontaneamente, prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori, e comunque entro 12 mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro 30 giorni dalla denuncia stessa.

Oltre alle due ipotesi di omissione o evasione contributiva, la legge [5] sanziona anche l’omesso versamento delle ritenute previdenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori. Come abbiamo detto, infatti, il datore di lavoro paga all’Inps anche la quota di contributi a carico del dipendente che poi provvede a trattere dalla busta paga.

Se quei soldi, anzichè essere riversati all’Inps, vengono trattenuti indebitamente dal datore di lavoro la legge prevede due differenti fattispecie sanzionatorie che si distinguono per il diverso importo dell’omissione:

  • l’omesso versamento delle ritenute, per un importo superiore a 10.000 euro annui, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 1.032 euro (sanzione penale);
  • l’omesso versamento per un importo fino a 10.000 euro annui è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 a 50.000 euro (sanzione amministrativa).

note

[1] Art. 2114 cod. civ.

[2] Art. 2115 co. 2 cod. civ.

[3] Art. 116 co. 8 lettera a), L. n. 388 del 23.12.2000.

[4] Art. 116 co.8 lettera b), L. n. 388 del 23.12.2000.

[5] Art. 2 co. 1 bis, D. L. n. 463 del 12.09.1983.


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