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Diritti delle minoranze

20 Settembre 2019
Diritti delle minoranze

La legge tutela le particolarità di piccoli gruppi minoritari.

Nella società esistono dei gruppi di persone che possono essere definiti minoranze perchè presentano una caratteristica che li contraddistingue dalla generalità degli altri membri dello stesso contesto sociale. In Italia, ad esempio, la lingua ufficiale parlata dalla generalità degli italiani è l’italiano. Esistono però dei piccoli gruppi di italiani che parlano un’altra lingua e che costituiscono, dunque, una minoranza linguistica. Lo stesso dicasi per la religione, l’etnia, etc.

I diritti delle minoranze sono, dunque, tutte quelle forme di tutela e di protezione che lo Stato e le leggi riservano ai soggetti che appartengono ad una minoranza. In alcuni casi, infatti, l’assenza di questi diritti e di queste tutele comporterebbe lo schiacciamento della minoranza da parte della maggioranza e, nel tempo, la sua estinzione. Il nostro ordinamento, al contrario, considera le diversità di cui le minoranze sono espressione una ricchezza e mira, dunque, a proteggerle.

Cosa sono le minoranze?

Il concetto di minoranza è stato oggetto di numerosi studi sociologi, antropologici, etc. e vari studiosi hanno tentato di fornire una definizione del concetto di minoranza. Una delle più efficaci è, senza dubbio, quella ideata da Francesco Capotorti, un noto giurista ed accademico italiano che ha definito la minoranza come «un gruppo numericamente inferiore al resto della popolazione di uno Stato, in posizione non dominante, i cui membri possiedono caratteristiche etniche, religiose o linguistiche che differiscono da quelle del resto della popolazione, e mostrano, anche solo implicitamente, un senso di solidarietà, diretta a preservare la loro cultura, tradizioni, religione o lingua».

Nel nostro Paese, ci sono numerose minoranze sia di ordine liguistico che di ordine etnico e religioso.

Per quanto concerne le minoranze linguistiche, le principali sono:

  • minoranza linguistica tedesca: la maggioranza degli abitanti dell’Alto Adige/Suedtirol, ossia della Provincia autonoma di Bolzano, parlano tedesco;
  • minoranza linguistica franco-provenzale: in Valle d’Aosta la lingua locale, il cosiddetto patois, è un dialetto di origine franco-provenzale assimilabile al francese. Sempre franco-provenzale è l’idioma parlato in due comuni della Puglia, ossia Faeto e Celle;
  • minoranza linguistica ladina: in alcune valli dolomitiche che si trovano nelle Province autonome di Trento e Bolzano e nella provincia di Belluno le popolazioni parlano la lingua ladina;
  • minoranza linguistica albanese: in alcune zone della Calabria, del Molise, della Basilicata, della Campania e della Sicilia si parla un dialetto di derivazione albanese;
  • minoranza linguistica provenzale: il provenzale è parlato in alcune zone del Piemonte, in particolare in Val Pelice, nonchè in un comune della Calabria, Guardia Piemontese;
  • minoranza linguistica slovena: riguarda alcune zone del Friuli Venezia Giulia;
  • minoranza linguistica serbo-croata: il serbo-croato viene parlato in alcuni comuni dell’Abruzzo e del Molise;
  • minoranza linguistica greca: la lingua della penisola ellenica è parlata in alcune zone del Salento e della Calabria;
  • minoranza linguistica catalana: la lingua degli abitanti di Barcellona viene parlata nel comune di Alghero, in Sardegna.

Per quanto concerne le minoranze religiose, è evidente che pur non essendo l’Italia uno stato confessionale e, dunque, non esistendo una religione ufficiale dello Stato, la gran parte dei cittadini italiani sono di fede cattolica. Sono, dunque, minoranze religiose tutte le altre fedi professate nel nostro Paese. In certi casi ci sono singoli individui che professano una fede diversa da quella cattolica. In altri casi, invece, in interi territori è professata una fede diversa. E’ il caso della religione evangelica valdese professata in alcune vallate del Piemonte e della Liguria.

I diritti delle minoranze

Con l’approvazione della Costituzione repubblicana lo Stato ha assunto un preciso obbligo di tutela delle diversità. Al contrario, nel precedente ordinamento fascista, lo Stato riconosceva la fede cattolica come religione ufficiale di stato e non riconosceva altre lingue ufficiali fuorchè l’italiano ponendo in essere vere e proprie campagne di italianizzazione delle aree di lingua tedesca, francese e ladina nelle quali questi idiomi venivano vietati e gli stessi toponimi dei villaggi, delle città, dei fiumi, dei monti, etc. venivano tradotti forzatamente in italiano.

Le tecniche giuridiche che possono essere adottate per tutelare le diversità sono di vario genere:

  • principio di non discriminazione: il principio di eguaglianza previsto nella nostra Costituzione [1] vieta che un soggetto sia trattato diversamente per il solo fatto di appartenere ad una determinata minoranza linguistica, etnica, religiosa, etc.;
  • attribuzione ai componenti delle minoranze di diritti particolari: oltre a vietare trattamenti peggiorativi per i membri delle minoranze, la legge può tutelare la diversità anche introducendo dei diritti che sono riconosciuti solamente a favore di soggetti che fanno parte di una data minoranza;
  • autonomia: al fine di mantenere la diversità, in certi casi, la legge riconosce alle minoranze il diritto di autogovernarsi, quantomeno con riferimento a determinati settori della società. Non stupisce, infatti, che le regioni in cui si trovano le principali minoranze linguistiche sono dotate di una autonomia speciale rispetto alle regioni a statuto ordinario.

I diritti delle minoranze linguistiche in Italia

Le minoranze linguistiche in Italia sono tutelate sia dalla Costituzione che dalla legge.

La Costituzione, infatti, afferma che la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche [2].

Proprio per dare attuazione concreta a questo principio di tutela delle minoranze linguistiche, è stata adottata una apposita legge recante “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” [3].

La legge sulle minoranze linguistiche parte dal presupposto che la Repubblica italiana valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana ma promuove altresí la valorizzazione delle altre lingue e delle altre culture presenti nel Paese.

In particolare, la legge intende tutelare, in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Innanzitutto, spetta al consiglio provinciale, sentiti i Comuni interessati, su richiesta di almeno il quindici per cento dei cittadini iscritti nelle liste elettorali e residenti nei comuni stessi, oppure di un terzo dei consiglieri comunali dei medesimi comuni, delimitare l’ambito territoriale e subcomunale in cui si applicano le disposizioni di tutela delle minoranze linguistiche storiche previste dalla legge.

Se non ci sono le condizioni per procedere alla delibera del consiglio provinciale e, comunque, sul territorio comunale insiste una minoranza linguistica tra quelle che abbiamo elencato, il procedimento inizia con il pronunciamento favorevole della popolazione residente, attraverso una apposita consultazione promossa dai soggetti aventi titolo e con le modalità previste dai rispettivi statuti e regolamenti comunali. Si tratta, quindi, di una sorta di referendum.

La legge prevede che, quando le minoranze linguistiche si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento e di proposta, che gli enti locali interessati hanno facoltà di riconoscere.

Il principale diritto delle minoranze linguistiche è quello all’insegnamento della lingua di minoranza. In rischio è, infatti, l’estinzione della lingua minoritaria ed il suo assorbimento nella lingua prevalente, ossia l’italiano.

Per questo, la legge prevede che nelle scuole materne dei Comuni che fanno parte della minoranza linguistica (l’area territoriale deve essere delimitata con le modalità che abbiamo appena visto), l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative.

Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado, è previsto l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento. Le istituzioni scolastiche elementari e secondarie di primo grado, al fine di assicurare l’apprendimento della lingua della minoranza, deliberano, anche sulla base delle richieste dei genitori degli alunni, le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché stabilendo i criteri di valutazione degli alunni e le modalità di impiego di docenti qualificati.

Inoltre, gli istituti scolastici possono introdurre delle forme di insegnamento della lingua e della tradizione culturale della minoranza linguistica anche a favore degli adulti.

Al momento della preiscrizione, i genitori comunicano all’istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua della minoranza.

La legge a tutela delle minoranze linguistiche coinvolge anche l’università, prevedendo che le università delle regioni interessate, nell’ambito della loro autonomia e degli ordinari stanziamenti di bilancio, assumono ogni iniziativa, ivi compresa l’istituzione di corsi di lingua e cultura delle lingue di minoranza, finalizzata ad agevolare la ricerca scientifica e le attività culturali e formative a sostegno delle minoranze linguistiche.

Inoltre, i membri dei consigli comunali e degli altri organi a struttura collegiale dell’amministrazione (province, regioni) possono utilizzare la lingua di minoranza, al fianco dell’italiano, nell’ambito dell’attività degli organismi medesimi.

Si segnala anche che i consigli comunali, in aggiunta ai toponimi ufficiali, possono deliberare l’adozione di toponimi conformi alle tradizioni e agli usi locali.

Appare di tutta evidenza, dunque, che lo stato italiano non mira ad assorbire le minoranze, ma ne tutela e promuove la diversità.


note

[1] Art. 3 Cost.

[2] Art. 6 Cost.

[3] L. n. 482 del 15.12.1999.


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