Diritto e Fisco | Articoli

Airbag non funzionante: chi risarcisce i danni?

3 Settembre 2019
Airbag non funzionante: chi risarcisce i danni?

Lesioni causate dal malfunzionamento degli airbag: a chi chiedere il risarcimento?

Immagina di sbandare con l’auto in una sera di inverno. L’asfalto era ghiacciato, così hai perso il controllo del veicolo. Il cofano della vettura si è schiantato contro il muro di contenimento della strada. Hai sfiorato la tragedia. Fortunatamente, sei ancora vivo, ma hai riportato un trauma contusivo al rachide cervicale e delle lesioni ad una spalla, andata a finire contro il volante. Avresti potuto evitare i danni fisici se solo l’airbag si fosse aperto, così come dovrebbe succedere in casi come questo. Ma non eri in grado di sapere del malfunzionamento del dispositivo di sicurezza non avendo mai fatto incidenti stradali sino ad oggi. Ti chiedi allora chi paga per tutto questo. In caso di airbag non funzionante, chi risarcisce i danni? Il dubbio è se il responsabile sia la casa automobilistica che ti ha venduto la macchina, con sede in Italia, oppure il gruppo internazionale cui quel marchio appartiene. Ad esempio, nel caso di un’auto marchiata Opel, devi rivolgerti all’Opel Italia oppure alla sede internazionale? La questione è stata trattata dalla Cassazione in una recente sentenza [1].

Difetto di fabbricazione auto: responsabilità del produttore

La garanzia, come noto, copre solo per due anni dall’acquisto del veicolo quando l’acquirente è un consumatore, salvo la casa automobilistica preveda un periodo più ampio. Essa implica il diritto alla riparazione gratuita delle parti meccaniche dell’auto non funzionanti per guasti non causati da colpa del proprietario del veicolo.

Della garanzia rispondono sia il venditore che il produttore. Il primo non può scaricare sul secondo la responsabilità dovendo provvedere ad aggiustare il veicolo qualora il cliente si rivolga a lui.

Diversa dalla garanzia è, invece, la responsabilità del produttore del mezzo per eventuali difetti di fabbricazione, che si spinge per ben 10 anni dalla vendita, così come prevedono le norme del Codice civile in materia di contratti. Di essa, risponde solo il produttore.

Difetto di fabbricazione airbag: responsabilità

Vediamo ora chi risponde del difetto di funzionamento dell’airbag. Di certo, se l’automobilista ottiene l’integrale ristoro del danno dall’assicurazione o dal proprietario della strada (ad esempio il Comune), in quanto responsabile per le insidie stradali come una lastra di ghiaccio o una buca, non potrà chiedere anche il risarcimento alla società produttrice del veicolo. La Cassazione ha, infatti, più volte spiegato che la richiesta di risarcimento non può essere moltiplicata; diversamente, si finirebbe per ammettere la possibilità di lucrare sugli incidenti, cosa inaccettabile con la funzione di ristoro che l’indennizzo ha.

La legge [2] stabilisce che, per il risarcimento dei danni causati dal prodotto, viene considerato produttore anche colui che si presenta come tale «apponendo il proprio nome, marchio o altro segno distintivo sul prodotto». Di solito, a livello internazionale i marchi sono registrati dalla società capogruppo per poi essere utilizzati da tutte le società che ne fanno parte. Ma, venendo al caso in esame, non si può ritenere che la società distributrice in Italia del veicolo sia da considerare come produttore.

Dunque, non è possibile equiparare il distributore in Italia al produttore dell’autovettura che resta la capogruppo. Solo quest’ultima è responsabile del difetto di funzionamento degli airbag e tenuta, pertanto, a risarcire il proprietario che si sia infortunato.

La Corte conclude, dunque, affermando il seguente principio: l’apposizione del marchio sull’automobile da parte della società (distributrice in Italia) “consociata” di un gruppo internazionale non prova la proprietà del marchio stesso e, di conseguenza, essa non può essere considerata produttrice del veicolo in questione. Essa, pertanto, non risponde degli eventuali danni al conducente.

Responsabilità casa automobilistica per mancata apertura airbag

Non è la prima volta che la Cassazione si occupa di un caso di mancata apertura airbag che sia causa di danni all’automobilista. Nel 2010, la Corte aveva detto [3] che la casa automobilistica risponde dei danni subiti dal conducente del veicolo in conseguenza del mancato funzionamento dell’airbag nel corso di un incidente stradale. Ai fini del risarcimento, è necessario e sufficiente che il danneggiato dimostri di aver subito un pregiudizio determinato unicamente dal prodotto difettoso.

Leggi Se scoppia o non si apre l’airbag chi risarcisce?

Il produttore si esonera da ogni colpa solo se dimostra che l’unica causa del danno è stata la condotta dell’automobilista e che, quindi, anche se correttamente funzionante, l’airbag non lo avrebbe comunque salvato.

Per stabilire per quanto tempo dura la responsabilità del venditore (la concessionaria) e del produttore (la casa automobilistica) in caso di mancato funzionamento dell’airbag, bisogna leggere il libretto di manutenzione del veicolo consegnato all’automobilista: in esso viene specificato dopo quanto tempo è consigliabile sostituire l’airbag (di norma dopo massimo quindici anni).

In un altro precedente [4], la Corte ha valutato l’ipotesi di un airbag che scoppia all’improvviso. Se, per esempio, l’airbag dell’auto si apre sul più bello, senza cioè che vi sia alcuna ragione, il risarcimento e la messa a punto del mezzo spettano alla concessionaria rivenditrice, che non potrà scaricare la patata bollente sulla casa produttrice, ma, a proprie spese, dovrà riparare il mezzo e indennizzare eventuali danni procurati dallo scoppio (per esempio, nel caso di lesioni fisiche o di conseguente incidente stradale). Leggi Difetto dell’auto: chi risarcisce?

All’acquirente (creditore) spetta dimostrare solo il vizio riscontrato sul mezzo (vizio che renda la cosa non idonea all’uso alla quale è destinata o che ne diminuisca in modo apprezzabile il valore).

Il venditore (debitore), a sua volta, dovrà dimostrare, anche attraverso presunzioni, di avere consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo prodotto dalla casa madre e, quindi, la regolarità del processo di fabbricazione del bene.


Non basta fare causa alla filiale italiana del produttore se un’auto prodotta in un altro Stato Ue causa danni per un difetto di sicurezza: va dimostrato il suo legame con il costruttore stesso. Che, nel caso della responsabilità per prodotti difettosi, non va dato per scontato.

Nei gruppi automobilistici è prassi che le filiali nazionali operino da meri distributori/importatori di veicoli costruiti all’estero da altre consociate.

La Cassazione fissa un principio di maggior rigore: perché si possa sostenere che la distributrice italiana avesse “apposto” il proprio marchio, non basterebbe che entrambi i soggetti appartenessero al medesimo gruppo; e/o che mutuassero nelle rispettive ragioni sociali il riferimento al marchio con il quale l’auto era identificata.

Occorrerebbe qualcosa di più; ad esempio, la contitolarità del marchio da parte della società distributrice o altri elementi che dimostrino come questa abbia in qualche modo partecipato all’apposizione del marchio.

Oggi, per il combinato disposto degli articolo 3, 103 e 104 del Codice del consumo, resta l’idea che il distributore si possa assimilare al costruttore se ha apposto il marchio. L’area di responsabilità si è anzi ampliata. Il distributore risponde del danno anche se abbia agito senza diligenza nell’immissione dei veicoli in commercio, sapendo o dovendo sapere che questi non erano sicuri.

L’unica cosa che cambia è che ora il principio vale solo per i veicoli costruiti nella Ue: l’articolo 3 del Codice stabilisce che l’importatore di un bene costruito fuori dalla Ue sia comunque ritenuto responsabile dei danni da prodotto (a prescindere dalla questione della apposizione del marchio).

note

[1] Cass. sent. n. 21841/91 del 30.08.2019.

[2] Art. 3, comma 3, d.P.R. n. 224/1988.

[3] Cass. sent. n. 14/2010.

[4] Cass. sent. n. 20811/15 del 15.10.2015.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 13 dicembre 2018 – 30 agosto 2019, n. 21841

Presidente Travaglino – Relatore Scarano

Svolgimento del processo

Con sentenza del 23/6/2016 la Corte d’Appello di Messina, in accoglimento del gravame interposto dai sigg. S.T.F.A. e L.L. e in conseguente riforma della pronunzia Trib. Messina 15/2/2011, ha parzialmente accolto la domanda dai medesimi proposta nei confronti della società General Motors Italia s.r.l., di risarcimento dei danni subiti in conseguenza di sinistro stradale avvenuto il (omissis) sull’Autostrada (…) in direzione (…), allorquando l’autovettura Opel Tigra tg. (…) di proprietà della L. e condotta dallo S. andava ad urtare violentemente contro il guard-rail, e i predetti riportavano lesioni personali (anche) per il mancato funzionamento degli airbag e delle cinture di sicurezza, dovuto a difetto di fabbricazione.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la società General Motors Italia s.r.l. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi, illustrati da memoria.

Resistono con controricorso lo S. e la L. , che hanno presentato anche memoria.

Motivi della decisione

Va anzitutto esaminato, in quanto logicamente prioritario, il 2 motivo, con il quale la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3, art. 2697 c.c., art. 115 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole che la corte di merito l’abbia erroneamente considerata produttrice del veicolo de quo per avere sul medesimo apposto il marchio Opel, laddove l’”adozione del marchio “Opel” nella denominazione sociale da parte di una società consociata di un gruppo internazionale di per sé non è probante, nè… significativo, della “proprietà” del marchio”, in quanto i marchi sono “registrati a livello internazionale dalla società che si pone al vertice del gruppo e vengono utilizzati da tutte le società del gruppo che trattano quei prodotti; altrettanto si può dire dell’uso del marchio nella documentazione commerciale”.

Il motivo è p.q.r. fondato e va accolto nei termini e limiti di seguito indicati.

Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, il D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3, comma 3, nella specie ratione temporis applicabile, stabilisce che ai fini della responsabilità per i danni causati dal prodotto “si considera produttore anche chi si presenti come tale apponendo il proprio nome, marchio o altro segno distintivo sul prodotto o sulla sua confezione” (v. Cass., 7/12/2017, n. 29327).

Orbene, nell’impugnata sentenza la corte di merito ha invero disatteso il suindicato principio.

Premesso che “G.M.I. è successore di Opel Italia s.r.l., la quale “appunto fornì a Futurauto il veicolo”, e che “la vettura è denominata “Opel Tigra” pure nella successiva fattura Futurauto emessa per l’acquirente L. “; qualificata “l’azione intrapresa dai pretesi danneggiati” come di responsabilità da inquadrarsi “nell’ambito dell’allora vigente D.P.R. n. 224 del 1988” nei confronti “di G.M.I. intesa quale produttore”; nel sottolineare che non si può invero nemmeno “trascurare quanto accadeva nella fase preprocessuale… in cui, interpellata G.M.I., questa nulla eccepiva circa il proprio possibile ruolo nella vicenda, anzi “incoraggiando” l’instaurazione e la gestione della trattativa, che veniva infine rigettata “nel merito””, e solo in sede giudiziale ha dato l’indicazione del produttore per poi “in un atto successivo” distinguere tra “diretto produttore” e l’”altro soggetto per il quale il primo “fabbricava”, la corte di merito ha osservato come il D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3 “pone altra eventualità di equiparazione tra il distributore, o comunque un soggetto che si frapponga nella catena per l’offerta al pubblico del prodotto, in quanto “si considera produttore anche chi si presenti come tale apponendo il proprio nome, marchio o altro segno distintivo sul prodotto o sulla confezione (comma 3 del suddetto art. 3)”.

Tale giudice ha nell’impugnata sentenza ulteriormente sottolineato che “notoriamente pure il modello Tigra riporta il classico marchio Opel, raffigurante una sorta di “Z” stilizzata all’interno di un cerchio. Lo si vede bene nella parte anteriore del mezzo… oppure posteriormente… con in evidenza anche le scritte “Opel” e (modello) “Tigra””, traendone quindi il corollario che “il distributore in Italia Opel Italia s.r.l. appose il proprio nome al prodotto e come tale questo operatore è equiparato al produttore”.

Stante il ravvisato operare nella specie del D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3, comma 3, tale giudice implicitamente muove dalla circostanza che come dall’odierna ricorrente dedotto trattasi di prodotto costituito da vettura fabbricata dalla società Opel Espana de Automoviles s.l. per conto della società Adam Opel AG, di cui essa è mera distributrice in Italia.

Orbene, atteso che a livello internazionale i marchi sono normalmente registrati dalla società capogruppo venendo poi utilizzati da tutte le società che del gruppo fanno parte, va osservato come alla stregua di quanto emerge dalla stessa sentenza odiernamente impugnata deve per converso osservarsi difettare invero nella specie la prova che la società Opel Italia s.r.l. abbia apposto sull’autovettura de qua il proprio marchio.

A tale stregua, la corte di merito è allora pervenuta ad equiparare il distributore in Italia Opel Italia s.r.l. al produttore, valorizzando elementi invero diversi da quelli previsti dalla suindicata norma.

Attesa la lettera del citato D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3, comma 3, l’indicata mera utilizzazione del “marchio Opel del prodotto Opel Tigra” non può considerarsi infatti idonea e sufficiente ad integrare il requisito da tale norma richiesto, inidonea al riguardo essendo (come osservato dal P.G. nella sua requisitoria) l’utilizzazione dello “stesso nome” di altra società del gruppo o del gruppo medesimo, ovvero la possibile confondibilità del marchio.

L’utilizzazione da parte dell’odierna ricorrente della parola Opel nella propria denominazione si appalesa affatto diversa dalla marcatura con l’apposizione del “proprio nome, marchio o altro segno distintivo sul prodotto” richiesta dalla norma di cui al D.P.R. n. 224 del 1988, art. 3, comma 3″ per univocamente identificarlo e caratterizzarlo sul mercato.

Nè d’altro canto in base all’impugnata sentenza risulta dato evincersi se ricorra nella specie un’ipotesi di contitolarità o di comunione del marchio ovvero di marchio di gruppo (e del titolo -cessione, licenza, accordo di coesistenza o altro- in tal caso idoneo a legittimarne l’uso). O se non debba piuttosto ravvisarsi quale mero indice di collegamento dell’impresa dell’odierna ricorrente a quella altrui.

Dell’impugnata sentenza, assorbiti gli altri motivi (il 1 motivo, con il quale la ricorrente denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.P.R. n. 224 del 1988, artt. 1, 3 e 4, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; il 3 motivo, con il quale denunzia “violazione e falsa applicazione” del D.P.R. n. 224 del 1988, artt. 1 e 3, art. 14 preleggi, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; il 4 motivo, con il quale denunzia “motivazione apparente”, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Messina, che in diversa composizione procederà a nuovo esame, facendo del suindicato disatteso principio applicazione.

Il giudice del rinvio provvederà anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie p.q.r. il 2 motivo di ricorso, assorbiti gli altri. Cassa in relazione l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Messina, in diversa composizione.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube