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Conto cointestato: pro e contro

4 Settembre 2019
Conto cointestato: pro e contro

La cointestazione del conto corrente trasferisce il diritto ad operare allo sportello o al bancomat, ma non la titolarità del denaro che presuppone un contratto tra le parti.

Una recente sentenza della Cassazione [1] spiega quali sono i pro e contro di un conto cointestato. Lo fa indirettamente, partendo dal presupposto che l’atto di cointestazione non è da considerare una donazione di tutto il denaro depositato in banca.

Le ragioni per cui la Corte arriva a questa conclusione si comprendono se si tiene conto della vicenda particolare che è stata sottoposta alla sua attenzione. Una persona muore e il suo conto corrente passa in successione ai suoi tre figli, i quali – in attesa di procedere alla divisione degli altri beni del genitore – non provvedono a ripartire anche il deposito bancario e i titoli gestiti dall’istituto di credito. Uno dei fratelli, però, senza dire nulla agli altri, si appropria del bancomat del padre e preleva una consistente somma di denaro. Gli altri gli fanno causa per ottenere la restituzione. Ad avviso, invece, del primo, la cointestazione del conto implica anche la titolarità del denaro. Vedremo a breve come la vicenda è stata decisa dalla Cassazione.

Il problema dei pro e contro di un conto cointestato si può porre anche in presenza di marito e moglie, quando, ad esempio, il primo versa in banca il proprio stipendio e cointesta anche alla coniuge il conto per consentirle di eseguire prelievi e operare in cassa, onde gestire il denaro necessario al ménage domestico. Se, però, la donna dovesse prelevare più di quanto il marito l’ha autorizzata o se, in caso di separazione, la stessa dovesse pretendere la metà del conto, potrebbe farlo?

Ecco cosa ha spiegato la giurisprudenza in merito.

Conto cointestato: cosa significa

Prima di elencare i pro e i contro di un conto cointestato, cerchiamo di capire cosa si intende con questo termine. Quando si parla di conto corrente cointestato ci si riferisce a un rapporto bancario ove i titolari sono due o più soggetti che, di solito, possono operare autonomamente: possono cioè prelevare dal bancomat o allo sportello, effettuare pagamenti, versare denaro contante, ricevere bonifici, staccare assegni imputabili al conto medesimo, gestire i titoli. In tali casi, il conto cointestato si dice a firma disgiunta: significa che ciascun titolare del conto ha il potere di eseguire tali attività senza necessario e previo consenso dell’altro; il quale ne prenderà cognizione, evidentemente, solo dopo il loro compimento, magari tramite l’estratto conto che gli fornisce periodicamente la banca.

Invece, il conto cointestato si dice a firma congiunta quando alcune operazioni – di solito quelle superiori a un certo limite di importo, limite prestabilito in anticipo con la banca – richiedono la presenza (ossia la firma) di entrambi i correntisti, in modo da garantire l’uno da eventuali abusi dell’altro.

Secondo l’orientamento prevalente della giurisprudenza, dinanzi alla cointestazione del conto corrente si ha una presunzione di comproprietà della giacenza per quote uguali. Ad esempio, se i cointestatari sono due persone, ciascuna di queste si presume essere titolare del 50% del denaro depositato in banca, salvo diverso accordo.

Mario è un lavoratore dipendente che riceve mensilmente dall’azienda lo stipendio sul conto corrente. Renata, sua moglie, è, invece, casalinga: si occupa della casa, dei figli e di tutte le spese occorrenti per mandare avanti la casa. Mario decide di cointestare il conto corrente anche a Renata, in modo che questa, a seconda delle necessità, possa prelevare dal conto le somme che le servono di volta in volta. Mario e Renata si separano e poi divorziano. Nel momento in cui i due devono decidere sulla divisione dei beni, Renata pretende la metà del deposito sul conto corrente in quanto cointestataria. Mario si oppone e dimostra al giudice come la cointestazione del conto fosse stata disposta solo per esigenze logistiche. La prova si concentra sul fatto che la consistenza del conto è formata esclusivamente dagli stipendi del marito. Mario vince la causa.

In buona sostanza, è sempre possibile fornire la prova che, negli accordi tra le parti, la cointestazione del conto fosse una semplice simulazione, rivolta a consentire all’altro cointestatario di utilizzare il denaro, senza però implicare anche una donazione della metà del conto.

Dunque, la cointestazione implica la presunzione di contitolarità del conto per quote paritarie salvo prova contraria.

Differenza tra conto cointestato e delega sul conto

Il conto cointestato si distingue dalla semplice delega su conto corrente che, invece, lascia immutata la titolarità del denaro in capo a un solo soggetto (il delegante), ma implica una procura generale e anticipata a compiere determinate operazioni, conferita a un determinato soggetto. Quest’ultimo, quindi, non diventa proprietario, ma un semplice delegato, anche se tale delega viene conferita una sola volta e in anticipo.

Conto cointestato: cosa comporta?

Da sempre, la giurisprudenza ha ritenuto che la cointestazione del conto fosse una sorta di donazione della metà dei soldi presenti sul conto stesso. Di recente, però, la stessa Corte ha fornito una soluzione differente. Secondo i giudici, la cointestazione del conto corrente permette ai contitolari di operare sul conto, ma non comporta anche la cessione del relativo credito. Cessione per la quale c’è bisogno di un vero e proprio contratto (la donazione è un contratto perché richiede il consenso del donatario).  Dunque, nel caso di più eredi succeduti nella proprietà del conto a seguito di morte dell’originario titolare (l’esempio riportato in apertura), e quindi divenuti tutti cointestatari, uno di questi non può appropriarsi delle somme lasciando a secco gli altri [2].

Risultato: se l’intestatario di un conto corrente bancario (o di un dossier titoli) cointesta il rapporto bancario ad altri soggetti, questi ultimi possono effettuare operazioni sul conto o sul dossier, ma non divengono proprietari del denaro (o, meglio, non divengono contitolari del credito spettante al correntista verso la banca) né divengono proprietari degli strumenti finanziari che sono contabilizzati nel dossier.

Per trasferire la titolarità del credito del correntista verso la banca, non basta una mera attività di cointestazione del conto, ma occorre un vero e proprio contratto di “cessione del credito” di cui il correntista è titolare.

“Cointestazione” di un conto non significa quindi, secondo questo orientamento, “comproprietà” del denaro. La cointestazione è, semmai, una “presunzione di comproprietà”, vale a dire che, fino a prova contraria, la giacenza di un conto (o i titoli iscritti in un dossier) appartengono in quote eguali ai cointestatari.

Da un punto di vista pratico, la differenza è enorme. Difatti, se uno dei contestatari dovesse prelevare più della propria metà dovrà restituire all’altro la sua parte o ricostituire il deposito. E se, per di più, l’altro contitolare dovesse provare che il conto era costituito da denaro proveniente solo da questi (come nel caso del conto costituito dallo stipendio del marito), l’altro cointestatario che abbia prelevato indebitamente anche un solo euro dovrà restituirlo.

La cointestazione vale per permettere ai cointestatari di operare sul conto, a prescindere dal fatto che essi siano titolari del credito verso la banca.

Responsabilità della banca per i prelievi del cointestatario

Il rapporto di contitolarità del denaro per quote uguali (salvo prova contraria) vale, però, solo tra le parti e non nei confronti della banca (per la quale vale il principio di «solidarietà attiva»). Questo implica che la banca non è responsabile se uno dei cointestatari preleva dal conto più della propria quota, né può impedirgli di farlo. L’istituto di credito, in buona sostanza, non può porre un limite alle operazioni realizzate da un solo soggetto senza l’autorizzazione dell’altro, a meno che non sia presente la condizione «a firma congiunta».

Dunque, il discorso sulla contitolarità per quote uguali del conto si pone solo nell’ambito dei rapporti tra le parti e non con la banca che, invece, resta estranea da tutto ciò.

Se, dunque, la cointestazione non è considerabile come contitolarità dell’intero conto corrente, ne consegue che è illegittimo il comportamento del cointestatario che si appropria di denaro nel conto che non gli appartiene; né può pretendere che la cointestazione lo autorizzi a prelevare più della propria quota. Difatti, affinchè possa divenire contitolare del credito verso la banca senza aver versato nulla, occorre che il cointestatario titolare del credito ceda o doni pro-quota o per intero il suo credito verso la banca.

Conto cointestato: pro e contro

Da quanto abbiamo appena visto, la disciplina del conto cointestato presenta pro e contro. Cerchiamo di analizzarli qui di seguito in modo schematico.

Pro del conto cointestato

I vantaggi che pone un conto cointestato sono:

  • possibilità di gestire autonomamente il conto senza bisogno di una delega per ogni operazione;
  • utilizzo di un conto per finalità familiari in cui affluiscano i redditi dei coniugi o gli accrediti fatti da questi dai propri conti personali per i bisogni comuni;
  • impiego, da parte di tutti i cointestatari, di un differente bancomat e di carnet degli assegni;
  • possibilità, per tutti i cointestatari, di ricevere bonifici e pagamenti sul conto cointestato;
  • facilità di eseguire prelievi allo sportello;
  • possibilità di prevedere «la firma congiunta» per determinate operazioni superiori a una predeterminata soglia;
  • risparmio nella gestione di un unico conto piuttosto che aprirne due o più.

Contro del conto cointestato

Gli svantaggi collegati al conto cointestato sono:

  • presunzione di comproprietà delle somme depositate sul conto. Ciò rende opportuno controllare periodicamente che gli altri cointestatari non effettuino prelievi per importi superiori alla propria quota;
  • assenza di qualsiasi responsabilità da parte della banca se uno dei comproprietari svuota il conto o preleva una somma superiore al proprio diritto;
  • onere della prova a carico di chi sostiene che la cointestazione è una semplice simulazione (volta a garantire al cointestatario la legittimazione ad operare allo sportello), quando, invece, il conto è costituito esclusivamente da denaro dell’altro comproprietario che ne resta l’esclusivo titolare;
  • rischio che, in caso di decesso di uno dei due cointestatari, l’altro prelevi più della propria quota;
  • in caso di cointestatario indebitato, i suoi creditori potranno pignorare il 50% del conto corrente; ciò vale anche se il conto cointestato è a firma disgiunta.

note

[1] Cass. sent. n. 21963/2019.

[2] Afferma la Corte: «la cointestazione di un conto corrente, salvo prova di diversa volontà delle parti (ad es. dell’esistenza di un contratto di cui la cointestazione fosse atto esecutivo ovvero del fatto che la cointestazione costituisca una proposta contrattuale, accettata per comportamento concludente), è di per sé atto unilaterale idoneo a trasferire la legittimazione ad operare sul conto (e, quindi, rappresenta una forma di procura), ma non anche la titolarità del credito, in quanto il trasferimento della proprietà del contenuto di un conto corrente (ovvero dell’intestazione del deposito titoli che la banca detiene per conto del cliente) è una forma, di cessione del credito (che il correntista ha verso la banca) e, quindi, presuppone un contratto tra cedente e cessionario». La Corte di appello, invece, «in difetto di diversa volontà delle parti», aveva «attribuito alla mera cointestazione di conti bancari il contenuto di un contratto di cessione del relativo credito, mentre la cointestazione è di per sé una mera dichiarazione rivolta alla banca (nella quale, peraltro, nella specie, non risulta enunciata né la volontà di trasferire il credito e neppure la causa di tale cessione di credito, con conseguente nullità dell’ipotizzato contratto)».


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