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Causa persa per colpa dell’avvocato

5 Settembre 2019
Causa persa per colpa dell’avvocato

Se l’avvocato negligente perde la causa il cliente deve pagarlo? Può chiedere il risarcimento?

Hai chiesto a un avvocato di difenderti in una vertenza civile. Al momento del conferimento dell’incarico, il legale ti aveva assicurato che avresti vinto. Poco alla volta, però, nel corso della causa, il suo atteggiamento è mutato. Più volte, si è mostrato titubante, fino a spingerti a firmare un accordo con l’avversario. Accordo, però, che non copriva neanche metà delle spese che hai sostenuto per il processo e che, pertanto, hai rifiutato. Ora, è uscita la sentenza: il giudice ti ha dato torto, sostenendo che le tue ragioni erano sin dall’inizio inesistenti. In più, sei stato condannato a pagare le spese processuali all’avversario. Sei convinto che si tratti di una causa persa per colpa dell’avvocato. Probabilmente, il legale si è macchiato di qualche negligenza che ha pregiudicato l’intero esito del giudizio. Ma, come se ciò fosse per lui del tutto ininfluente, ti ha anche presentato la parcella: si tratterebbe del residuo concordato all’atto della firma del mandato, quando già gli avevi pagato un anticipo.

Ora che sei sicuro che l’avvocato ha sbagliato, ti chiedi cosa puoi fare: devi pagargli quanto ti chiede o, al contrario, puoi chiedergli i danni?

Il tuo non è un problema isolato. Per ogni causa, c’è sempre una parte che vince e una che perde. Ad ogni sentenza corrisponde puntualmente un cliente insoddisfatto che dà la colpa al proprio avvocato. E quand’anche ciò non succede perché il professionista è accreditato e stimato, si scarica la colpa sul giudice. Insomma, un’ammissione di responsabilità è difficile e rara.

Detto ciò, a spiegarti cosa puoi fare nell’ipotesi di causa persa per colpa dell’avvocato è stata la Cassazione con due recenti ordinanze [1].

Avvocato consiglia un accordo: è responsabile?

Quando dirigi uno studio legale ne vedi – e ne senti – di cotte e di crude. Ma una cosa la impari subito: che il cliente non vuole vederti arrendevole. Se gli suggerisci di fare una transazione con la controparte penserà che “non sai il fatto tuo”; magari, ti abbandonerà per un altro tuo collega più agguerrito che gli garantisce una vittoria sicura. È un po’ come il medico che ti anticipa che dovrai convivere con la malattia e quello che, invec,e ti promette una pronta guarigione. Purtroppo, l’esito di una causa, così come quello di una malattia, non è così scontato e non dipende sempre dall’opera del professionista nelle cui mani ti rimetti. Ecco perché stentare sicurezza, a volte, è proprio un sintomo di insicurezza.

Detto ciò, ritorniamo agli aspetti strettamente giuridici. Secondo la prima ordinanza della Cassazione, l’avvocato che prima consiglia di far causa – e magari fa spendere al cliente un sacco di soldi – ma poi, a lite in corso, lo induce a una composizione bonaria, non è responsabile. Il fatto di aver iniziato la sinfonia con rulli di tamburi ed averla terminata con un sottile flauto, non costituisce una colpa professionale.

Se pure l’avvocato induce il cliente a una transazione, tutela comunque l’interesse di quest’ultimo nell’ipotesi in cui la prosecuzione della controversia può incrementare il pregiudizio iniziale. Una volta avviata la causa, invero, l’avvocato risponde soltanto per imperizia, ossia se viola o ignora precise disposizioni di legge oppure sbaglia nel risolvere questioni giuridiche sulle quali non c’è margine di opinabilità.

La scelta della strategia processuale è fonte di responsabilità unicamente se il giudice la valuta inadeguata a raggiungere il risultato perseguito dal cliente, motivando sul punto. A prescindere dagli eventuali contrasti di interpretazione in giurisprudenza o in dottrina.

Avvocato perde la causa per colpa: è responsabile?

Rischia grosso, invece, l’avvocato che inizia la causa senza avvisare i clienti che le probabilità di successo sono nulle. In questo caso, il legale non ha diritto a essere pagato e, anzi, se si permette a fare causa all’assistito per difendere il proprio diritto alla parcella può essere condannato per abuso del processo.

Non conta il fatto che sia stato quest’ultimo a insistere per l’avvio del giudizio: il legale deve sempre sconsigliare all’assistito di proporre la domanda giudiziale infondata (la cosiddetta causa persa in partenza).

L’avvocato è obbligato a informare il cliente su ogni aspetto 

Nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione e informazione del cliente [2].

Egli è tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato o comunque produttive del rischio di effetti dannosi, di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso, a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole.

Responsabilità e risarcimento del danno dell’avvocato

Se anche puoi evitare di pagare la parcella all’avvocato, non è scontata l’azione di responsabilità. La giurisprudenza, infatti, ritiene che il risarcimento sia liquidabile solo se viene dimostrato un danno. E il danno consiste nel fatto che hai perso una causa che, senza l’errore dell’avvocato, avresti, invece, vinto.

Dunque, se hai intrapreso una causa persa in partenza non puoi purtroppo chiedere il risarcimento all’avvocato per colpa professionale. Potrai, tutt’al più, far valere il fatto che non ti ha informato sin dall’inizio dell’assenza di chance di vittoria, violando così il suo dovere informativo. Ma non potrai certo pretendere l’indennizzo delle spese che hai sostenuto e della condanna impartita dal giudice.


La scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità solo se la sua inadeguatezza al raggiungimento del risultato perseguito dal cliente sia valutata (e motivata) dal giudice di merito ex ante, restando comunque esclusa in caso di questioni rispetto alle quali le soluzioni dottrinali e/o giurisprudenziali presentino margini di opinabilità – in astratto o con riferimento al caso concreto – tali da rendere giuridicamente plausibili le scelte difensive compiute dal legale.

Una volta avviato il processo, la responsabilità del legale è ravvisabile solo in caso di sua imperizia per aver violato o ignorato precise disposizioni di legge ovvero errato nel risolvere questioni giuridiche prive di margine di opinabilità.

Il legale ha l’onere di dimostrare di aver esaustivamente informato i propri assistiti del probabile esito negativo del giudizio proposto non essendo sufficiente l’inserimento nella notula della voce “consultazioni con il cliente”.

note

[1] Cass. ord. n. 21982/19 e 22042/19.

[2] Cass. ord. n. 19520/19 del 19.07.2019.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 17 aprile – 3 settembre 2019, n. 21982

Presidente Armano – Relatore Gorgoni

Fatti di causa

Le società A. Argenti r.l., C. r.l. e C. rl., nel 2003, ricevuta dal consorzio GI Aste individuali, per conto dell’Inpdap, l’offerta di esercitare l’opzione di acquisto degli immobili da esse condotti in locazione, si rivolgevano a G.G. , avvocato, perché valutasse l’opportunità di intraprendere un’azione legale per conseguire una riduzione del prezzo di opzione in considerazione delle cattive condizioni degli immobili.

Ottenuto da G.G. il parere che una causa avrebbe avuto buone probabilità di successo, agivano contro il consorzio GI Aste individuali, l’Inpdap, la SCIP S.R.L. e la Elle Tre S.R.L..

Dopo lo scambio degli atti introduttivi accoglievano il consiglio di G.G. di rinunciare agli atti anche per non perdere l’opportunità di esercitare l’opzione di acquisto. La rinuncia non veniva accettata dalla società Elle Tre, sicché, oltre a pagare a G.G. a titolo di parcella Euro 5.810,20, venivano condannate a corrispondere alla società Elle Tre Euro 12.441,86 ciascuna per le spese di lite.

Le società agivano in giudizio contro G.G. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni derivanti dall’espletamento del mandato professionale conferitogli.

G.G. chiedeva ed otteneva di chiamare in causa la propria compagnia assicuratrice, la quale, costituitasi in giudizio, deduceva la inoperatività della copertura assicurativa, la mancata denuncia del sinistro da parte dell’assicurato, l’estraneità del pagamento della parcella al legale dalla garanzia.

Il Tribunale di Roma, prima, con la sentenza n. 9681/2011, e la Corte d’Appello di Roma, investita del gravame da A. Argenti S.R.L. e dalla C. S.R.L., anche quali cessionarie del credito vantato dalla C. S.R.L. nei confronti di G.G. , poi, con la sentenza oggetto dell’odierna impugnazione, rigettavano la richiesta risarcitoria, escludendo la responsabilità del professionista, perché: a) l’individuazione della giurisdizione risultava particolarmente difficile, in considerazione del fatto che non veniva impugnato un atto amministrativo, ma si contestava solo la determinazione del prezzo di vendita proposto in una offerta di opzione da un soggetto privato su incarico dell’Inpdap; b) la società Elle Tre risultava in astratto legittimata passiva e quindi era stata correttamente chiamata in giudizio quale soggetto tenuto alla manutenzione degli immobili; c) la condanna al pagamento delle spese sopportate dalla società Elle Tre era stata determinata dalla sua mancata adesione alla rinuncia al giudizio; d) la entità della condanna avrebbe potuto essere impugnata dalle società tenute alla rifusione.

La Società A. Immobiliare Real Estate S.R.L., già A. Argenti S.R.L., e la C. S.R.L. ricorrono per cassazione avverso detta sentenza, formulando tre motivi.

Nessuna attività difensiva è svolta dai resistenti.

Ragioni della decisione

1.Con il primo motivo le società ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione degli artt. 2969 e 1218 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ad avviso delle ricorrenti solo per un grave errore professionale commesso da G.G. , la società Elle Tre Scarl era stata chiamata in giudizio.

Nei confronti di tale società, infatti, non era stata formulata alcuna domanda e l’accertamento della sua posizione quanto all’esecuzione delle opere necessarie per la messa in sicurezza degli immobili era stata rinviata in un secondo momento.

La società, costituendosi in giudizio, aveva eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva ed aveva prodotto le procure rilasciatele il 24/06/2002 e il 13/03/2003 dal Raggruppamento temporaneo di imprese, costituito da Pirelli Real Estate, Agied S.R.L., Immobiliare Confaro, per gestire, in nome e per conto dell’Inpdap, gli immobili di proprietà della Scip S.R.L., al fine di dimostrare la propria estraneità ai fatti di causa, stante l’assenza di qualsivoglia sua relazione con le procedure di dismissione della proprietà Inpdap e l’assenza di obblighi connessi all’esecuzione di opere.

G.G. non aveva disconosciuto le procure speciali da essa prodotte e non aveva formulato richieste istruttorie dirette a provarne la legittimatio ad causam. Essendo la titolarità sostanziale della situazione dedotta in giudizio un elemento costitutivo della domanda oggetto dell’onere probatorio di parte attrice, il professionista avrebbe dovuto, ad avviso della parte ricorrente, considerarsi gravemente inadempiente, per non aver dato alcuna dimostrazione delle ragioni della vocatio in ius del soggetto dichiaratosi non legittimato e per non avere neppure indicato le prove indispensabili per l’accoglimento della domanda.

La Corte territoriale che, invece, aveva escluso la ricorrenza di un errore da parte dell’avvocato – dato che il difetto di legittimazione della società Elle Tre, asseritamente fondato dalle società appellanti sulla qualità di procuratrice speciale rivestita dalla società Elle Tre non poteva essere verificato, mancando in atti le procure generali speciale da cui desumere gli effettivi poteri della chiamata e la conoscibilità degli stessi – avrebbe erroneamente attribuito loro, piuttosto che al soggetto asseritamente inadempiente, l’onere di fornire la prova della legittimazione passiva della società chiamata, pretendendo che esibisse le procure prodotte in giudizio dal soggetto non legittimato e atte a consentire la valutazione del giudice.

Le ricorrenti aggiungono che, non avendo mai avuto conoscenza dell’esistenza e del contenuto delle procure speciali conferite alla società Elle Tre, non avrebbero potuto presentarle in giudizio. A sostegno esibiscono le comunicazioni scritte circa l’andamento della causa loro inviate da G.G. , nelle quali non vi era cenno alcuno alla questione della legittimazione passiva della società Elle Tre. I problemi sarebbero emersi, infatti, solo nel 2005, quando G.G. le mise a parte del fatto che la società non aveva aderito alla definizione della controversia e che, essendo mancata un’offerta transattiva da parte loro riguardo alle spese di lite, queste erano state liquidate dal giudice.

2. Con il secondo motivo le società ricorrenti imputano al giudice a quo la violazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4 e la conseguente nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

Asseriscono che il Collegio d’Appello avrebbe erroneamente affermato che la contestazione rivolta a G.G. era quella di non avere adito il giudice amministrativo, trattandosi di una controversia avente ad oggetto il prezzo di stima degli immobili locati, in ragione del loro cattivo stato manutentivo, nell’ambito del procedimento di cartolarizzazione e dismissione del patrimonio pubblico. Invece, le ricorrenti si sarebbero lamentate del fatto che G.G. avesse chiesto l’annullamento dell’atto di cessione degli immobili da Inpdap a Scic.

3. Con il terzo ed ultimo motivo le ricorrenti attribuiscono alla Corte territoriale l’avvenuta violazione dell’art. 112 c.p.c. e la nullità della sentenza per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

La sentenza gravata non si sarebbe pronunciata sul terzo motivo di appello, con cui avevano lamentato che G.G. non le avesse dissuase dall’intraprendere un costoso giudizio per poi sollecitarle, con lettera del maggio 2006, riprodotta per intero nel ricorso, a rinunciare al giudizio e ad accollarsi non solo le spese della sua parcella, ma anche le spese di lite della società Elle Tre che non aveva aderito alla loro proposta transattiva.

4. Il ricorso è infondato, per le ragioni appresso illustrate.

4.1. In via preliminare, le società ricorrenti non hanno dimostrato il contenuto della transazione non accettata dalla società Esse Tre asseritamente consigliata da G.G. nè le ragioni della stessa.

Dalla lettera che G.G. aveva inviato loro nel maggio 2006 si acquisisce solo conoscenza della ricorrenza di un accordo stragiudiziale; il contenuto non è compiutamente indicato: vi è un accenno alla possibilità di acquisire i locali al prezzo originario di offerta, senza maggiorazione degli interessi legali, previa rinuncia agli atti di causa; tuttavia, da tale comunicazione, avente dichiarata finalità di aggiornamento, non è dato percepire alcuna costrizione al raggiungimento di un accordo (tale non può considerarsi l’indicazione di un termine per addivenire alla stipula notarile dell’atto traslativo). Si dava solo atto che le controversie che avevano ritardato la materiale acquisizione dei beni potevano con certezza dirsi superate dall’accordo stragiudiziale confermato dai legali delle controparti. Non vi è alcun riferimento, invece, alle ragioni che avevano spinto le parti a raggiungere una soluzione transattiva, superando le reciproche posizioni di contrasto e non vi è alcuna prova che l’interesse alla prosecuzione del giudizio sia stata determinata dall’andamento della domanda in corso di causa e non da altre ragioni: considerato l’ampio spettro delle domande formulate in giudizio da G.G. per loro conto – a) annullare l’operazione di cessione dell’immobile dall’Inpdap alla Scip in quanto relativa ad un immobile sito in uno stabile a rischio per l’incolumità pubblica e privata; b) ordinare l’esecuzione delle opere necessarie per la messa in sicurezza dell’immobile e concedere un nuovo termine per l’esercizio del diritto di opzione, conseguente all’avvenuta esecuzione dei lavori – non può escludersi, ad esempio, che i convenuti si fossero fatti carico di eseguire tutte o parte delle opere necessarie.

Il che rappresenta una questione fondamentale nella vicenda in esame, atteso che la parte ricorrente fonda le proprie censure proprio sulla “necessità” di addivenire ad un accordo transattivo, una volta emerse le questioni di fatto e di diritto ostative al raggiungimento del risultato atteso o comunque produttive di effetti dannosi.

4.1.2. La giurisprudenza di legittimità fonda l’obbligo di dissuasione da parte del difensore, invocato dalle ricorrenti, sulla ricorrenza di una domanda che risulti chiaramente inammissibile per assenza dei presupposti previsti dalla legge o completamente infondata, giacché il professionista ha l’obbligo di astenersi dalle cause perse o infondate (Cass. 12/05/2016, n. 9695). Anche ammesso che il difensore avesse accettato una causa per la quale prevedeva già dall’inizio la soccombenza dei suoi assistiti, non avrebbe potuto, poi, disinteressarsene del tutto, con il pretesto che si trattava di una “causa persa”, senza almeno attivarsi per trovare una soluzione transattiva, essendo tale comportamento comunque doveroso, allo scopo di non esporre il cliente all’incremento delle spese iniziali (Cass. 02/07/2010, n. 15717; Cass. 26/07/2010, n. 17506).

Tuttavia, nel caso di specie, tanto il giudice di prime cure quanto la Corte d’Appello, nella sentenza gravata, hanno escluso che l’avvocato avesse intrapreso un’azione prima facie inammissibile e/o infondata.

Ciò stando, se pure avesse indotto le società proprie clienti ad addivenire ad un componimento bonario della lite, avrebbe tenuto un comportamento conforme all’obbligo di tutelare i loro interessi che rischiavano di essere pregiudicati dalla prosecuzione di una controversia dalla quale poteva derivare un incremento del pregiudizio iniziale.

4.2. Va rilevato, inoltre, che l’affermazione secondo la quale l’avvocato aveva ottenuto un preliminare incarico stragiudiziale consistente nella formulazione di un parere in ordine all’utile esperibilità di un’azione giudiziale non trova riscontro nei fatti di causa (vi è solo l’affermazione assertiva delle ricorrenti a supporto di tale circostanza) e comunque va considerato che anche l’eventuale prestazione di natura consulenziale non avrebbe garantito il risultato, ma avrebbe obbligato il professionista ad offrire tutti gli elementi di valutazione necessari ed i suggerimenti opportuni allo scopo di permettere alle clienti di adottare una consapevole decisione, a seguito di un ponderato apprezzamento dei rischi e dei vantaggi insiti nella proposizione dell’azione.

Per invocare la responsabilità dell’avvocato sarebbe stato necessario dimostrare che, in applicazione del parametro della diligenza professionale (art. 1176 c.c., comma 2), nell’adempiere siffatta obbligazione, egli avesse omesso di prospettare loro tutte le questioni di diritto e di fatto atte ad impedire l’utile esperimento dell’azione a causa dell’ignoranza di istituti giuridici elementari e fondamentali ovvero di incuria ed imperizia, insuscettibili di giustificazione.

Una volta avviato il processo, la responsabilità del legale è ravvisabile solo in caso di sua imperizia per aver violato o ignorato precise disposizioni di legge ovvero errato nel risolvere questioni giuridiche prive di margine di opinabilità.

Invece la scelta di una determinata strategia processuale può essere foriera di responsabilità solo se la sua inadeguatezza al raggiungimento del risultato perseguito dal cliente sia valutata (e motivata) dal giudice di merito ex ante, restando comunque esclusa in caso di questioni rispetto alle quali le soluzioni dottrinali e/o giurisprudenziali presentino margini di opinabilità – in astratto o con riferimento al caso concreto – tali da rendere giuridicamente plausibili le scelte difensive compiute dal legale (Cass. 20/05/2015, n. 10289).

4.3. Dall’esame complessivo della motivazione e da quanto appena osservato si evince l’inconfigurabilità del vizio di omessa pronuncia lamentato dalle società ricorrenti (con i motivi numero due e tre), dato che esso è integrato solo dalla mancanza di una decisione da parte del giudice in ordine ad una domanda che richieda una pronuncia di accoglimento o di rigetto e va escluso ove ricorrano gli estremi di una reiezione implicita o di un suo assorbimento in altre statuizioni o qualora il giudice del merito sia comunque pervenuto ad un’esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame (Cass. 13/08/2018, n. 20718).

4.3.1. Deve essere rilevato che in entrambi i giudizi di merito era stato negato che G.G. avesse erroneamente evocato in giudizio la società Elle Tre. La censura di parte ricorrente è che il giudice del merito abbia, incorrendo in errore, sovrapposto la questione della vocatio in ius con quella della titolarità sostanziale del rapporto controverso, invertendo l’onere della prova gravante sulla parte attrice, quindi sul difensore in giudizio, di fornire, a fronte della difesa della convenuta, la prova della ricorrenza in capo ad essa della legittimazione passiva.

Va richiamata a tal proposito la pronuncia a sezioni unite, n. 2951 del 16/11/2016, con cui questa Corte ha ribadito la distinzione tra legittimazione attiva e passiva al processo (che implica, sulla scorta della prospettazione della domanda, la legittimazione ad agire in giudizio a tutela del proprio diritto e specularmente quella a contraddire in capo a colui che si individui quale titolare della situazione giuridica soggettiva dedotta in giudizio) e titolarità della posizione soggettiva oggetto dell’azione e affermato che il problema della titolarità della posizione soggettiva, attiva ma anche passiva, attiene al merito della decisione, cioè alla fondatezza della domanda, con la conseguenza che la relativa prova grava, ex art. 2697 c.c., sull’attore. La titolarità del diritto e, per converso, la titolarità della situazione giuridica soggettiva passiva appartengono alla categoria dei fatti-diritto che della domanda costituiscono fondamento. Chi agisce in giudizio non può limitarsi ad allegare il proprio diritto, ma è tenuto a dimostrare di esserne titolare. Il convenuto, qualora non condivida l’assunto dell’attore in ordine alla titolarità del diritto, può limitarsi a negarla. Tale negazione costituisce una difesa. Nell’ambito delle difese, genericamente intese come tutte quelle prese di posizione con cui il convenuto si contrappone alla domanda, vanno individuate e tenute distinte le eccezioni, con cui il convenuto non si limita a negare i fatti costitutivi del diritto dell’attore, ma oppone un fatto diverso, fatti modificativi, estintivi ed impeditivi (eccezioni), il cui onere probatorio è a suo carico. È anche possibile, ai fini che qui interessano, che il convenuto non contesti il fatto costitutivo vantato dall’attore oppure che fornisca una difesa incompatibile con la negazione della sussistenza della titolarità del diritto in capo all’attore. Nel caso di specie, costituendosi in giudizio, la società Elle Tre aveva contestato di essere titolare della situazione giuridica soggettiva passiva. La sua doveva considerarsi, dunque, una mera difesa, la quale implicava che l’attore fornisse la prova della sua legittimazione passiva.

Va, nondimeno, precisato che fino alla citata pronuncia della Corte di Cassazione a sezioni unite (n. 2951/2016), la giurisprudenza maggioritaria riteneva che la contestazione della legittimazione passiva integrasse un’eccezione in senso stretto con onere della prova a carico dell’eccipiente.

Ne consegue che nessun errore poteva imputarsi a G.G. per non essersi fatto carico di contestare, all’epoca dei fatti, le procure speciali prodotte in giudizio dalla società Elle Tre e per non avere formulato le istanze istruttorie necessarie a provare la sua concreta legittimazione passiva.

4.4. Non corrisponde al vero che la Corte territoriale si sia pronunciata su una domanda – la pretesa stima degli immobili – da esse ricorrenti non proposta.

L’intento delle attuali ricorrenti era innegabilmente quello di ottenere la riduzione del prezzo di opzione per l’acquisto degli immobili locati in considerazione delle loro cattive condizioni.

È vero che la Corte territoriale ha fatto riferimento alla stima degli immobili locati, questione non specificamente dedotta in questi termini dalle società appellanti, ma considerando che il giudice non è necessariamente vincolato alle espressioni letterali utilizzate dalle parti in giudizio, che deve indagare e considerare il contenuto sostanziale della domanda, che la rideterminazione del prezzo di opzione implicitamente richiedeva l’accertamento del valore degli immobili locati, è da escludere che il giudice a quo sia incorso nel vizio imputatogli.

Superata tale obiezione, non risulta che le società ricorrenti abbiano confutato, con la propria attività deduttiva, che il buon esito del giudizio non sia stato ipotecato da negligenza o imperizia di G.G. , stante che la domanda proposta richiedeva la risoluzione di questioni opinabili.

4.5. Non coglie nel senso neppure l’ulteriore specifico errore imputato a G.G. , quello di aver adito il giudice ordinario anziché quello amministrativo, perché le ricorrenti non hanno fornito la prova che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, non fosse opinabile, nel caso di specie, quale fosse la giurisdizione. Nè può essere del tutto sprovvista di rilievo la circostanza, rilevata dalla Corte territoriale, che il giudice di prime cure sulla base di una delibazione sommaria non avesse ritenuto decisiva la eccezione di giurisdizione.

5. Ne consegue il rigetto del ricorso.

6. Non v’è da regolare la liquidazione delle spese del presente giudizio, perché i resistenti non hanno svolto attività difensiva.

7. Ricorrono i presupposti per porre a carico della parte ricorrente l’obbligo di pagamento del doppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Non provvede alla liquidazione delle spese per mancanza di attività difensiva da parte dei resistenti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle società ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 1 aprile – 3 settembre 2019, n. 22042

Presidente/Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza del 28.11.2006 la Corte d’assise di Monza condannava R.D. , giudicato colpevole del delitto di omicidio volontario commesso il (omissis) in danno di De.Gi. , al risarcimento dei danni in favore delle parti civili, De.Ma. , Ma.Te. e Gi. , germani ed eredi della vittima, in favore dei quali riconosceva una provvisionale.

Risultato insolvente il R. , De.Ma. , Ma.Te. e Gi. incaricavano l’avv. D.C. di agire innanzi al Tribunale di Roma nei confronti dei Ministeri dell’Interno, della Giustizia e dell’Economia e delle Finanze, nonché della Presidenza del Consiglio dei ministri, per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni da tardivo recepimento della Direttiva 2004/80/CE sull’indennizzo delle vittime di reato.

La causa aveva esito negativo per gli attori. L’avv. D. rinunciava al mandato e per il pagamento delle proprie spettanze, contestate dai clienti, agiva innanzi al Tribunale di Milano.

Nel costituirsi in giudizio i convenuti lamentavano di non aver avuto informazioni di sorta sul giudizio civile presupposto, salvo la comunicazione dell’avvenuto rigetto della domanda e della loro condanna alle spese.

Con sentenza del 28.11.2014 il Tribunale rigettava la domanda e condannava l’avv. D. sia alle spese sia al pagamento dell’importo di Euro 1.000,00 in favore di ciascun convenuto, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.

L’appello proposto dall’avv. D. era respinto dalla Corte distrettuale milanese, con sentenza del 28.10.2015, con la quale il suddetto professionista era condannato al pagamento dell’ulteriore somma di Euro 2.000,00 in favore di ciascun appellato, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.

Osservava la Corte d’appello che detto professionista non aveva adempiuto la propria obbligazione d’informazione preventiva circa i rischi connessi alla causa da proporre contro lo Stato italiano; ed anzi l’avv. D. , senza giustificare l’impedimento, non era comparso all’udienza fissata per rendere l’interrogatorio formale dedottogli in merito. Inoltre la causa, riteneva la Corte, presentava una probabilità di esito favorevole pressoché nulla. Infatti, il delitto dalla cui commissione dipendeva la pretesa indennitaria era stato commesso anteriormente al 30.6.2005, sicché esso ricadeva nell’area di esclusione dall’indennizzo legittimamente stabilita dal legislatore nazionale; e il D.Lgs. n. 204 del 2007, recettivo della Direttiva 2004/80/CE, era entrato in vigore in data anteriore (24.11.2007) a quella di redazione (12.12.2007) dell’atto introduttivo di quel giudizio. Infine, l’ulteriore condanna dell’avv. D. per responsabilità aggravata era giustificata dalla Corte territoriale in ragione della palese infondatezza dell’impugnazione.

Avverso tale pronuncia l’avv. D.C. propone ricorso, affidato a quattro motivi.

Resistono con controricorso De.Ma. , Ma.Te. e Gi. .

Il ricorso è stato avviato alla trattazione camerale non partecipata, ai sensi dell’art. 380-bis.1 c.p.c., inserito dal D.L. n. 168 del 2016, art. 1-bis, comma 1, lett. f), convertito, con modificazioni, dalla L. n. 197 del 2016.

Motivi della decisione

1. – Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione o falsa applicazione di legge in relazione all’art. 1176 c.c., comma 2, artt. 2229 c.c. e segg., D.M. 8 aprile 2004, artt. 2 e 3 e degli artt. 35, 38, 40 46 e 47 codice deontologico forense, e l’omesso esame d’un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti. Il ricorrente censura la sentenza impugnata per non avere considerato: che la prestazione di patrocinio resa dall’avvocato a favore del cliente è un’obbligazione di mezzi e non di risultato, sicché non può farsi carico al professionista dell’esito non favorevole della lite; che egli aveva rinunciato in corso di causa al mandato, stante il rifiuto dei suoi clienti di corrispondergli il compenso; che aveva fornito la prova di aver informato i propri assistiti circa i rischi di soccombenza e le possibilità di vittoria della causa, come comprovato dalla voce “consultazioni con il cliente” indicata nelle note specifiche prodotte in atti e in una serie di lettere da lui inviate; che aveva avviato la causa con il consenso dei propri assistiti; che la scelta di promuovere il giudizio risarcitorio davanti al Tribunale di Roma era giustificata sia dalla direttiva CE 80/2004, avente diretta efficacia nella legislazione degli Stati membri, che dalla previgente legislazione comunitaria e convenzionale; che la sentenza di rigetto della domanda era fondata sul falso presupposto che mancasse la prova della legittimazione attiva dei clienti, i quali già erano stati riconosciuti eredi della vittima nel giudizio penale in cui si erano costituiti parte civile, ed era altresì errata nella decisione di merito, atteso che la direttiva comunitaria invocata, pur essendo entrata in vigore dopo tre mesi dall’accadimento del fatto dannoso, è applicabile senza impedimenti spazio-temporali ed ha efficacia retroattiva; che l’azione era altresì motivata dalla disparità di trattamento in relazione alla legge nazionale di protezione delle vittime del terrorismo; che, per la novità della questione introdotta, l’assistenza professionale prestata era di alto tecnicismo e di notevole difficoltà, sicché il giudizio di responsabilità non poteva prescindere dall’esistenza di dolo o colpa grave.

2. – Col secondo motivo, che deduce la violazione o la falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c., in materia di valutazione delle prove e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, si lamenta che la sentenza impugnata: abbia riferito del fatto, esposto dai convenuti ma sfornito di qualsiasi risconto probatorio, non veritiero secondo cui l’odierno ricorrente si sarebbe impegnato a non esigere alcun compenso per l’attività relativa alla causa civile; non abbia indicato le ragioni per cui non è stata ammessa la prova orale dell’attore ed ammessa, invece, quella per interrogatorio formale richiesta dalle controparti; abbia reputato non assolto l’obbligo d’informazione dei clienti da parte dell’odierno ricorrente, omettendo così l’esame della documentazione in atti che tale adempimento dimostra.

3. – I due motivi, da trattarsi congiuntamente, sono in parte infondati ed in parte inammissibili.

La Corte territoriale di Milano ha rigettato l’appello proposto dal ricorrente sulla base del rilievo che questi non aveva provato di aver adempiuto l’obbligo professionale di informare i propri assistiti sugli elevati rischi, poi inveratisi, di rigetto della domanda. Rischi inveratisi, tenuto conto che la domanda si basava su di un presupposto – la mancata attuazione da parte dello Stato italiano della direttiva 2004/80/CE – escluso dal D.Lgs. n. 204 del 2007, che proprio tale direttiva ha attuato, e che all’art. 6 stabilisce che le sue disposizioni sono applicabili solo in ordine ai reati commessi dopo il 30.6.2015, mentre il reato commesso in danno del congiunto degli attori si era verificato nel 2004. Evidenze, queste, che avrebbero dovuto indurre il professionista a sconsigliare ai propri clienti di proporre la domanda, in quanto priva di fondamento.

Tanto precisato, la censura secondo cui il giudice a quo avrebbe errato nel ritenere non assolto l’obbligo d’informativa, che sarebbe invece dimostrato sia dall’inserimento nella notula della voce “consultazioni con il cliente”, sia dalle lettere in atti inviate dal legale ai propri assistiti, è sotto il primo profilo manifestamente infondata e per il secondo inammissibile. La presenza della voce sopra indicata nella parcella, cioè in un atto formato dallo stesso professionista, nulla dice sul contenuto della consultazione tra avvocato e cliente; il richiamo alle lettere inviate dal legale ai propri clienti è del tutto generico, mancando della specificità necessaria al fine di dimostrare che tali missive avrebbero assolto l’obbligo di informazione nella misura idonea alla causa intrapresa, atteso che di esse non viene fornito, nemmeno in forma riassuntiva, il contenuto.

È infondata, altresì, la censura che investe l’affermazione della sentenza impugnata in ordine alla circostanza che la lite introdotta aveva una probabilità d’insuccesso quasi prossima alla certezza; affermazione che nel percorso motivazionale della decisione non assume un rilievo autonomo al fine di negare il diritto al compenso del professionista, ma ha lo scopo di mettere in maggiore evidenza che l’obbligo d’informazione era da considerarsi, nella specie, particolarmente stringente.

Al riguardo il ricorso assume che, in realtà, il rigetto della domanda sarebbe ascrivibile ad un errore della sentenza del Tribunale di Roma, atteso che la direttiva 2004/80/CE, pur essendo entrata in vigore tre mesi dopo l’accadimento del fatto dannoso, è applicabile senza impedimenti spazio-temporali ed ha efficacia retroattiva. Tale doglianza non ha alcun pregio, atteso che, come sottolinea la decisione impugnata, il fatto dannoso per cui gli attori hanno agito in giudizio si era verificato il (OMISSIS), in epoca precedente alla direttiva (adottata il 29.4.2004 e pubblicata nella G.U. dell’Unione Europea il 6.8.2004); e che il D.Lgs. 24 novembre 2007, n. 204, art. 6, emanato in attuazione di tale direttiva e dunque in epoca anteriore all’introduzione della causa (avvenuta con citazione datata 12.12.2007, ed iscritta a ruolo il 14.1.2008), prevedeva espressamente che “le disposizioni del presente decreto si applicano alle procedure per l’erogazione dei benefici economici conseguenti ai reati commessi dopo il 30 giugno 2005”. Occorre rimarcare che tale previsione è del tutto conforme alla facoltà riconosciuta dall’art. 18, comma 2, della direttiva, che consentiva agli Stati membri la possibilità di “prevedere che le disposizioni necessarie per conformarsi alla presente direttiva si applichino unicamente ai richiedenti le cui lesioni derivino da reati commessi dopo il 30 giugno 2005”.

Le altre censure sollevate nei motivi in esame sono invece inammissibili, in quanto prive di diretta corrispondenza con le ragioni suindicate, in forza delle quali si fonda la sentenza impugnata. La quale ha ritenuto la responsabilità professionale dell’avv. D.F. non già per non aver vinto la causa presupposta, ma per averla iniziata senza rendere edotti i clienti delle pressoché nulle possibilità di successo.

4. – Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando la violazione o la falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 1218, 1223 e 1453 c.c. e art. 96 c.p.c. e l’omesso esame d’un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, censura la sentenza impugnata nella parte in cui questa ha confermato la pronuncia di primo grado di condanna al pagamento di una somma di denaro per responsabilità processuale aggravata ed ha altresì adottato una nuova, analoga statuizione di condanna per la proposizione del giudizio d’appello. Dette pronunce, sostiene il ricorrente, sono errate per non avere la Corte territoriale valutato che gli attori non avevano subito alcun danno dal rigetto della domanda, tale non potendosi considerare la soccombenza nelle spese; e che l’unico danneggiato dalla vicenda sarebbe stato lo stesso ricorrente, il quale a fronte dell’attività prestata non si era visto corrispondere alcun compenso. La condotta processuale tenuta per ottenerne il pagamento non poteva ritenersi contraria ai doveri di diligenza, lealtà e probità, nè ispirata da mala fede.

5. – Il motivo è infondato.

La Corte di merito ha confermato la statuizione di condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, pronunciata dal giudice di primo grado, per avere l’attore agito giudizialmente per il pagamento di compensi relativi ad un’azione legale presupposta che, a sua volta, appariva sin dall’inizio infondata, e per non aver reso, senza giustificato motivo, l’interrogatorio formale. Ed ha, altresì, condannato per lo stesso titolo l’appellante a pagare un’ulteriore somma di denaro per avere proposto il giudizio di secondo grado insistendo colpevolmente su tesi giuridiche già reputate infondate dal primo giudice, avanzando censure la cui inconsistenza avrebbe dovuto e potuto essere apprezzata dall’appellante in modo da evitare il gravame.

Tali statuizioni si sottraggono alle censure sollevate risultando del tutto conformi all’orientamento di questa Corte, la quale ha sottolineato come la condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, è volta a salvaguardare finalità pubblicistiche, correlate all’esigenza di una sollecita ed efficace definizione dei giudizi, nonché interessi della parte vittoriosa ed a sanzionare la violazione dei doveri di lealtà e probità sanciti dall’art. 88 c.p.c., realizzata attraverso un vero e proprio abuso della “potestas agendi” con un’utilizzazione del potere di promuovere la lite, di per sé legittimo, per fini diversi da quelli ai quali esso è preordinato, con conseguente produzione di effetti pregiudizievoli per la controparte, e che tale statuizione di condanna non richiede nè la domanda di parte nè la prova del danno, ma soltanto l’accertamento, in capo alla parte soccombente, della mala fede, intesa come consapevolezza dell’infondatezza della domanda, o della colpa grave, per carenza dell’ordinaria diligenza volta all’acquisizione di detta consapevolezza (Cass. S.U. n. 22405 del 2018). La sentenza impugnata appare conforme a tale orientamento sia con riguardo ai presupposti giuridici che a quelli concreti della decisione adottata, avendo la Corte distrettuale accertato in concreto la colpa grave dell’odierno ricorrente, tanto in ordine alla domanda proposta in primo grado, quanto in relazione all’appello, avendo egli azionato una pretesa manifestamente infondata e promosso il giudizio di appello sulla base di censure di cui avrebbe dovuto apprezzare, in rapporto alle ragioni addotte dal primo giudice, la palese inconsistenza. Gli apprezzamenti operati e le valutazioni svolte al riguardo dalla Corte territoriale costituiscono esercizio d’un potere discrezionale demandato dalla legge al solo giudice di merito, censurabile in sede di giudizio di legittimità solo in relazione ai criteri e presupposti normativi applicati, ma non anche in ordine alla valutazione dei fatti in concreto posti a base della decisione.

6. – Il quarto motivo di ricorso, nel dedurre la violazione o la falsa applicazione di legge in relazione agli artt. 91, 336, 383 e 384 c.p.c., chiede che con l’accoglimento dei motivi di ricorso sia cassata anche la statuizione che ha condannato l’odierno ricorrente al pagamento delle spese di lite.

7. – Il motivo è inammissibile perché non contiene un’autonoma censura del capo della sentenza impugnata relativo alle spese, ma si limita a prefigurare l’effetto espansivo interno che su di esso avrebbe (avuto) l’invocata cassazione.

8. – In conclusione il ricorso va respinto. Le spese di giudizio, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza. Si dà atto che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, va dichiarata la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in Euro 2.500,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali nella misura del 15%. Dà atto che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 29 aprile – 19 luglio 2019, n. 19520

Presidente Amendola – Relatore Valle

Fatti di causa

M.M. agì in giudizio dinanzi al Tribunale di Padova al fine di ottenere la condanna degli avvocati Mo.Gi. e R.L. per non avergli consigliato di agire in sede civile per ottenere la cancellazione dal bollettino protesti in relazione alla iscrizione per tre cambiali a sua firma, protestate, affermando che l’avvocato Mo. gli aveva detto che prima della definizione del processo penale di falso nulla poteva farsi e l’avvocato R. si era limitata ad assisterle nella materia penale. Il M. proponeva, altresì, opposizione ai decreti monitori per prestazioni professionali ottenuti dall’avvocato Mo. nei suoi confronti.

A seguito della costituzione in giudizio nelle cause di responsabilità professionali dei due legali avvocati Mo. e R. venne chiamata in manleva la Assicuratrice Milanese S.p.a., che eccepiva la prescrizione del diritto all’indennizzo per l’avvocato Mo. e precisava che la copertura era limitata alla sola responsabilità diretta degli assicurati, nell’ambito della polizza assicurativa.

Il Tribunale di Padova, riunite le cause, rigettò sia la domanda di accertamento e condanna per responsabilità professionale degli avvocati Mo. e R. sia le opposizioni ai decreti ingiuntivi.

La Corte di Appello di Venezia, adita dal M. , confermò la decisione del Tribunale.

Avverso la sentenza di appello ricorre M. con quattro motivi di ricorso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, in relazione all’art. 116 c.p.c., artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., art. 184 bis c.p.c. e R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 91, art. 1176 c.c., comma 2 e art. 2236 c.c..

Resistono con separati controricorsi Mo.Gi. , R.L. e l’Assicuratrice Milanese S.p.a..

Nel proprio controricorso R.L. eccepisce l’improcedibilità del ricorso in quanto l’attestazione di conformità sarebbe stata apposta direttamente sulla copia del provvedimento notificato con modalità telematiche.

Il ricorrente M. ed i controricorrenti Mo. e R. hanno depositato memorie per l’adunanza camerale.

Ragioni della decisione

Il primo motivo di ricorso deduce ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione del principio di vicinanza della prova nonché del principio generale di cui all’art. 116 c.p.c. e dall’art. 2697 c.c., in applicazione degli artt. 1175 e 1375 c.c..

Il secondo mezzo assume violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., artt. 2727 e 2729 c.c. e vizio di motivazione.

Il terzo motivo denuncia violazione o falsa applicazione del previgente art. 184 bis c.p.c. e vizio di motivazione.

Infine il quarto mezzo deduce violazione e falsa applicazione del R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 91, art. 1176 c.c., comma 2 e art. 2236 c.c..

L’eccezione di improcedibilità del ricorso è infondata, risultando depositata dal ricorrente M. , come risulta dagli atti del fascicolo di parte, compulsabili ai sensi dell’art. 372 c.p.c., l’attestazione di conformità dei documenti informatici comprovanti la notifica a mezzo PEC della sentenza impugnata.

Ragioni di economia processuale inducono la Corte ad esaminare congiuntamente il terzo motivo ed il quarto motivo di ricorso.

In particolare il terzo mezzo assume violazione della disciplina processuale in tema di rimessione in termini.

Il Tribunale di Padova prima e la Corte di Appello di Venezia poi non avrebbero fatto buon governo dell’istituto della rimessione in termini, con riferimento una lattera che era stata inviata al M. dalla Banca Antonveneta solo il 20 maggio 2010, in data successiva allo spirare dei termini perentori per la produzione documentale in primo grado.

La Corte di Appello di Venezia ha affermato sul punto che al fine di poter chiedere di produrre documenti oltre i termini di cui all’art. 183 c.p.c., comma 4, il M. avrebbe dovuto documentare o offrire di dimostrare che aveva già chiesto alla banca tutta la documentazione inerente i rapporti dopo i protesti, e tanto non era stato fatto.

La motivazione della Corte territoriale è, sul punto, viziata in quanto pone a capo del M. un onere probatorio non adeguatamente calibrato, espandendo in modo illogico ed esorbitante il principio di eventualità.

È, infatti, circostanza pacifica che al M. il documento – ossia la lettera alla Banca Antonveneta dello studio dell’avvocato Bergamo, esercente nell’ambito dello studio dell’avvocato Mo.Gi. , se non altro quale libero professionista – risalente al luglio 2002 era stato comunicato solo con missiva della stessa banca al M. del maggio 2010. Peraltro nel motivo di impugnazione in appello risultava spiegata la ragione del tardivo ritrovamento della detta lettera del luglio 2002, rimessa alla Banca dallo studio dell’avvocato Mo. : l’effettuazione di ulteriori ricerche, da parte dell’istituto di credito, nei propri archivi, a seguito della citazione quale testimoni di alcuni ex dipendenti della stessa banca.

Il terzo motivo di ricorso è, pertanto, fondato.

Il quarto mezzo assume violazione o falsa applicazione della disciplina sull’esercizio della professione forense (R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 91), che recita: “Alle professioni di avvocato e di procuratore non si applicano le norme che disciplinano la qualifica di specialista nei vari rami di esercizio professionale”) e dell’art. 1176 c.c., comma 2 e art. 2236 c.c..

La Corte territoriale ha affermato che essendo l’avvocato R.L. esercente la professione forense in ambito penale e non avendo rapporti professionali con il coniuge avvocato Mo. , doveva ritenersi che ella era stata incaricata di seguire la sola questione penale e non le si poteva, quindi, imputare alcunché per non avere consigliato al M. di attivarsi al fine di ottenere la cancellazione dei protesti. Sul punto la motivazione della sentenza in scrutinio non è coerente: da un lato essa afferma che all’avvocato R. era stata affidata la sola difesa in ambito penale, dall’altro riconosce che vi era stato un mandato professionale pieno.

La materia della cancellazione dal registro dei protesti è, tuttavia, ambito professionale nel quale l’esercizio della professione non può essere parametrato alla stregua di una diligenza particolare, ossia degli appartenenti ad un ambito specialistico, e, anche qualora questo fosse ritenuto esistente, con riferimento al caso di specie, deve ribadirsi che (Cass. n. 14597 del 30/07/2004 e 24544 del 20/11/2009): “Nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 1176 c.c., comma 2 e art. 2236 c.c., impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi; di richiedergli gli elementi necessari o utili in suo possesso; a sconsigliarlo dall’intraprendere o proseguire un giudizio dall’esito probabilmente sfavorevole”. L’ambito della responsabilità dell’avvocato si estende, peraltro, in caso di incertezza (Cass. n. 03765 del 14/02/2017) giurisprudenziale (con riferimento a fattispecie relativa all’individuazione del termine esatto di prescrizione applicabile, imponendosi all’avvocato di compiere comunque atti interruttivi, anche nell’ambito di termine più breve di quello poi in concreto ritenuto operante).

È quantomeno singolare, ed una plausibile spiegazione alternativa non è stata offerta dalla Corte territoriale, che l’avvocato R. , incaricata di seguire i profili penalistici della vicenda del protesto per tre cambiali del M. , non l’abbia consigliato sulla (o quantomeno non gli abbia segnalato la) necessità di richiederne la cancellazione sulla base del disposto della L. n. 77 del 1955 e, comunque, non l’abbia opportunamente informato sull’opportunità, se non necessità, di intraprendere iniziative in ambito civile e in ogni caso, di rivolgersi ad un avvocato civilista, ove ella si reputasse inidonea e comunque non professionalmente capace.

Il quarto motivo di ricorso è, pertanto, fondato.

Il terzo ed il quarto motivo di ricorso sono accolti.

L’accoglimento del terzo e del quarto motivo di ricorso assorbe i restanti primi due mezzi.

La sentenza impugnata è cassata in relazione ai motivi accolti.

La causa è, pertanto, rinviata alla Corte di appello di Venezia, in diversa composizione, per nuove esame sulla base di quanto statuito in questa sede.

La regolazione delle spese di questo giudizio di cassazione è rimessa al giudice di rinvio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo per contributo unificato, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

Accoglie il terzo ed il quarto motivo di ricorso, assorbiti i restanti; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa per nuovo esame alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese di questo giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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