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Plagio involontario

5 Settembre 2019
Plagio involontario

Non c’è violazione del diritto d’autore tra due canzoni identiche se le due non presentano originalità e creatività, se si tratta di motivi banali o popolari.

Se il plagio di una canzone costituisce violazione del copyright e, quindi, reato, chi lo fa involontariamente potrebbe non essere punito. Impossibile, infatti, conoscere tutto il repertorio musicale che la storia di questa nobile arte ha prodotto sino ad oggi, soprattutto da quando esiste il repertorio ‘pop’. Ma se è inverosimile (e poco credibile) cadere in una copia incolpevole di un’opera articolata, diventa, invece, abbastanza frequente il plagio di una melodia banale, basata su semplici accordi e scale di uso comune. Quante volte avrai notato che le taratelle popolari si somigliano tra loro tanto da essere indistinguibili. Se poi sai suonare uno strumento, ti accorgerai anche che gli accordi e la ritmica sono sempre gli stessi.

Succede anche con la musica moderna. E se ne vuoi una dimostrazione ascolta il brando di Bryan Adams dal titolo ‘When you’re gone’. Ho fatto proprio questo riferimento non a caso: è proprio quest’ultimo, infatti, che si è trovato al centro di una vicenda giudiziaria per plagio involontario. E, sul punto, la Cassazione [1] ha fissato un principio che potrebbe aiutarti a comprendere cosa succede quando una canzone è sfacciatamente identica a un’altra, ma entrambe sono prive di originalità, tanto da considerarsi motivetti scontati.

Insomma, il plagio è tanto più incolpevole e privo di responsabilità quanto meno l’opera in questione presenta elementi di novità.

Per capire, però, cosa succede in caso di plagio involontario, accendi gli amplificatori del tuo computer e ascolta la canzone di Bryan Adams che ha dato origine alla vicenda.


Questo brano dovrebbe essere identico a uno composto nel 1984 da un certo Mauro Pepe, dal titolo ‘Cavallo d’acciaio’, brano sconosciuto persino all’onnisciente YouTube. Non sono, infatti, riuscito a reperire un link per fartelo ascoltare. Lui però, Mario Pepe, afferma di aver partecipato alle selezioni di San Remo. Non abbiamo dubbi a crederlo, ma il suo caso oggi ci serve non per valutarne le qualità canore, ma per capire come funziona il plagio e, in particolare, il plagio involontario.

Ecco allora cosa c’è da sapere sul mondo dei diritti d’autore.

Come proteggere una canzone dai plagi

Per proteggere una canzone dai plagi devi, innanzitutto, comporla. E non devi far altro. Hai capito bene: per quanto possa sembrarti strano, il diritto d’autore si forma nel momento stesso della creazione. Non hai necessità di registrarla, pubblicarla o suonarla in pubblico. Potresti, ad esempio, sederti alla tastiera di casa tua, registrare una melodia e conservarla per rivendicarne i diritti nel caso in cui qualcuno, in un momento successivo, dovesse copiartela (volontariamente o meno). Ciò che conta è poter dimostrare la priorità temporale della creazione. Ed è qui che casca l’asino. Certamente, non ti aiuterà il fatto di affermarlo. Devi anche portare delle prove sufficientemente convincenti. Tali prove, di solito, sono costituite dall’attestazione di un pubblico ufficiale: potrebbe essere il notaio presso cui hai depositato lo spartito o il cd con la registrazione, ma anche la stessa attestazione della Siae o di qualsiasi altra società di intermediazione dei diritti d’autore (oggi, infatti, il mercato è stato liberalizzato).

C’è, però, chi si vale di strumenti di certificazione “fai da te”, ad esempio stampando le note su di un foglio di carta, ripiegandolo, ponendo il francobollo sul lato bianco e spedendolo con raccomandata a sé stesso. In questo modo, il timbro postale apposto sul documento da postino garantisce la “data certa” della spedizione. Il che finisce per attestare indirettamente che l’opera non può essere successiva a tale data. Chiunque si troverà a pubblicare o ad eseguire, dopo tale momento, un brano identico risponderà, quindi, di plagio.

Ma ci sono state anche cause di contraffazione in cui la prova dell’anteriorità della creazione musicale è stata fornita con testimoni che hanno affermato di aver sentito le stesse note in un momento anteriore da un altro autore.

Insomma, se riesci a procurarti le prove del fatto di essere stato il primo ideatore del brano riuscirai a proteggerlo dai plagi, volontari o meno che siano.

Plagio: cos’è?

Il plagio è cosa diversa dalla contraffazione. Si ha plagio quando una persona copia l’opera altrui (o una parte di essa) spacciandosi come autore della stessa. La contraffazione si verifica, invece, quando si sfrutta economicamente l’opera altrui come, ad esempio, nel caso della pirateria discografica o nel caso di falsificazione del marchio di un indumento. È ben possibile che i due fenomeni si verifichino contemporaneamente: come nel caso di una persona che copia una canzone fatta da un altro e poi la mette in vendita sotto proprio nome.

Quando si ha plagio?

Il plagio musicale si verifica quando vi è sostanziale identità tra due brani e il primo di essi è caratterizzato da sufficiente novità e originalità.

Pertanto, il plagio non si verifica quando l’identità investe una parte qualsiasi della canzone, ma solo la sua parte caratterizzante che, nella musica pop, è costituita dal ritornello. Avrai notato, infatti, come le strofe delle canzoni moderne sono quasi tutte identiche, o comunque costituite più da un “parlato” che da una melodia vera e propria. Se due strofe sono uguali è molto difficile parlare di plagio. Questo perché la violazione del diritto d’autore si ha solo quando l’opera è originale.

Anche un minimo di carattere creativo o novità può essere sufficiente per legittimare la tutela. Si ritiene che non vi sia plagio quando viene riprodotta una scala armonica, come “il giro di Do”, o “il giro di La” (chi è musicista capirà…).

Prendi, ad esempio, la consequenzialità degli accordi del brano “La Bamba” e confrontali con quelli di “Twist and shout” dei Beatles. Non c’è alcuna differenza e le due melodie possono essere suonate l’una di seguito all’altra, in una sorta di medley senza interruzioni, come se fossero lo stesso brano. Non saranno, quindi, gli accordi ad essere tutelati, ma la linea melodica del ritornello che caratterizza le due song. Dunque, in presenza dello stesso accompagnamento, si possono avere due linee melodiche diverse e, in questo caso, non ci sarà plagio.

E allora che succede nella musica rap, nell’hip hop e in quella trap caratterizzata, più che dalla melodia, da un ritmo e dal testo? In questo caso, parlare di plagio è davvero rischioso.

Come chiarito dal tribunale di Bologna, «per potersi parlare di plagio occorre l’appropriazione dello “specifico di una sola melodia” apparendo insufficiente la mera appropriazione di uno schema melodico quando questo sia assolutamente comune e ricorrente in modo tale da costituire utilizzo di sistemi e formule acquisite dai compositori di musica leggera».

Quando c’è plagio involontario?

La legge sul diritto d’autore punisce penalmente e civilmente il plagio, sia quello fatto con dolo (ossia in malafede) che con colpa. Questo, in buona sostanza, significa che anche il plagio involontario è punibile. Ma allora perché lo abbiamo menzionato come se fosse una categoria a parte? Semplice: perché il plagio involontario si verifica, il più delle volte, quando l’identità dei brani è determinata dall’assenza di originalità degli stessi, perché banali e scontati. In questo caso, non si può mai parlare di violazione del diritto d’autore e il primo compositore non potrà proteggere la propria opera.

Dunque, in caso di plagio incolpevole, determinato cioè dall’ignoranza dell’esistenza dell’opera identica a quella di un altro autore, non si risponde dell’illecito solo se le due composizioni non sono originali e creative. Ciò può accadere frequentemente nelle composizioni di musica leggera o pop. Talvolta, viene ammessa, anche dalla giurisprudenza, la possibile identità casuale di note o di battute, in considerazione del ristretto ambito in cui opera la tecnica musicale: infatti, ci si avvale di solo sette note e della loro non illimitata combinazione.

Canzoni banali e non originali: niente tutela

Concludiamo, tornando al caso di Bryan Adams e al Cavallo d’Acciaio. Tirando le somme, l’opera – che secondo Pepe sarebbe stata copiata da Bryan Adams – «non è originale né creativa, neppure in modesta misura» e, quindi, non può accedere alla «tutela» prevista dalla legge sul diritto d’autore.

note

[1] Cass.sent. n. 22078/19 del 4.09.2019.

[2] Trib. Bologna sent. del 9.05.1997.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 31 maggio – 4 settembre 2019, n. 22078

Presidente Genovese – Relatore Valitutti

Fatti di causa

1. Con atto di citazione notificato nel settembre 2005, Ma. Pe. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, Br. Ad. ed El. Ke., quali autori del brano musicale «When you’re gone», la BAd. Music Ltd e la Sony Music Publishing UK Ltd, quali editori e cessionari dei diritti di utilizzazione economica di detto brano, la Universal Music Group, quale produttore e distributore in tutto il mondo, la Sony Music Publishing s.r.l., quale sub-editore italiano, e la Universal Music Italia s.r.l., quale licenziatario italiano, chiedendo accertarsi il plagio della propria opera musicale «Cavallo d’acciaio», emettersi i conseguenti provvedimenti inibitori, e condannarsi i convenuti al risarcimento dei danni subiti.

1.1. L’attore deduceva di avere depositato il predetto brano, in data 27 febbraio 1984, presso la Sezione Musica della SIAE, nella sua qualità di autore sia della parte letteraria che di quella musicale, e di avere successivamente consegnato alcune «demo» (nastri) contenenti anche la registrazione di «Cavallo d’acciaio», a diverse importanti case discografiche operanti sul territorio nazionale. Il brano era stato, poi, eseguito da diversi artisti e gruppi musicali, partecipando anche alle selezioni dell’Accademia della Canzone di Sanremo, costituendo, quindi, oggetto – fin dal 1984 – di una notevole diffusione, anche radiofonica e televisiva, oltre che di sfruttamento a fini commerciali. Intanto, nel corso dell’anno 1998, l’artista Br. Ad. aveva, però, prodotto e commercializzato l’album dal titolo «On a day like today», all’interno del quale era presente il brano «When you’re gone», il cui casuale ascolto da parte del Pe. – avvenuto nel gennaio 1999 – lo convinceva della perfetta identità tra tale brano e la canzone «Cavallo d’acciaio» da lui creata.

1.2. Il Tribunale adito, con sentenza n. 6924/2012, rigettava la domanda proposta da Ma. Pe., condannando l’attore alle spese del giudizio.

2. Con sentenza n. 2997/2014, depositata il 31 luglio 2014, la Corte d’appello di Milano respingeva, altresì, il gravame proposto dal Pe. avverso la sentenza di prime cure. Il giudice di secondo grado riteneva – sulla scorta delle conclusioni della c.t.u., non inficiate dai rilievi proposti dall’appellante nelle note critiche del 16 luglio 2010 -che il brano «Cavallo d’acciaio» fosse del tutto privo di originalità, in quanto traente spunto da una scala pentatonica maggiore di uso comune, poiché adoperata in una serie di brani musicali di diversi artisti e di generi anche molto differenti, e che perciò l’opera – in quanto non originale e creativa, neppure in modesta misura – non potesse accedere alla tutela prevista dagli artt. 1 e 2 della legge n. 633 del 1941.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha, quindi, proposto ricorso Ma. Pe. nei confronti di Br. Ad., El. Ke., della BAd. Music Ltd, della Sony Music Publishing UK Ltd, della Sony Music Publishing s.r.l., e della Universal Music Italia s.r.l., affidato a tre motivi. I resistenti Br. Ad., BAd. Music Limited, SM Publishing Italy s.r.l., e Universal Music Italia s.r.l. hanno replicato con controricorso. Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

4. Ma. Pe. e la SM Publishing Italy s.r.l. hanno depositato memorie ex art. 378 cod. proc. civ.

Ragioni della decisione

1. Con il primo e secondo motivo di ricorso, Ma. Pe. denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.

1.1. Con riferimento alla mancanza di originalità dell’opera musicale «Cavallo d’acciaio» – affermata dalla c.t.u. espletata, le cui conclusioni sono state recepite sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello – il ricorrente si duole anzitutto del fatto che il giudice di secondo grado non abbia preso in esame le note tecniche illustrative di parte in data 21 aprile 2010, e neppure le successive note critiche del 16 luglio 2010 alla consulenza tecnica d’ufficio, dalle quali ben avrebbe potuto desumere, invece, al contrario di quanto asserito erroneamente dal consulente, la sussistenza di profili di originalità dell’opera in discussione. La Corte territoriale avrebbe, quindi, ritenuto il brano in questione non originale, basandosi esclusivamente sulle erronee conclusioni della c.t.u., laddove il consulente aveva ritenuto l’opera creata dal Pe. priva di originalità in quanto traente spunto da una scala pentatonica maggiore di uso comune, poiché adoperata in una serie di brani musicali di diversi artisti e di generi anche molto differenti, con particolare riferimento al brano del 1967, «La pelle nera». La motivazione sul punto sarebbe, pertanto, del tutto carente.

1.2. L’istante lamenta, poi, che il giudice di secondo grado non abbia preso in esame la richiesta di rinnovo o di integrazione della consulenza tecnica d’ufficio, ovvero di riconvocazione del consulente per chiarimenti, in relazione all’asserita mancanza di originalità dell’opera musicale «Cavallo d’acciaio». Per contro, avendo l’esponente evidenziato, nelle note critiche del 16 luglio 2010, «una serie di macroscopici errori/contraddizioni/omissioni/travisamenti da parte del c.t.u., anche con riferimento alla disamina di aspetti strettamente tecnici (quali la corretta lettura degli spartiti musicali e delle stesse note), sarebbe stata opportuno, rectius necessario, disporre un rinnovo e/o un supplemento di consulenza o, quanto meno, la riconvocazione a chiarimenti del c.t.u.».

1.3. Le doglianze sono in parte inammissibili ed in parte infondate.

1.3.1. La Corte d’appello ha, invero, rilevato che il giudice di prime cure aveva adeguatamente tenuto conto delle note critiche del 16 luglio 2010, nonché delle osservazioni mosse alla consulenza d’ufficio negli scritti difensivi finali del Pe., pervenendo al motivato convincimento – condiviso dalla Corte d’appello – che esse contenevano «deduzioni che si sono profilate come irrilevanti ed inidonee ad incrinare il giudizio di carenza di originalità cui il c.t.u. è pervenuto». Dal canto suo, la consulenza d’ufficio, posta a fondamento sia della decisione di primo grado che di quella di appello, che ne ha – a sua volta – valutato le argomentazioni e le conclusioni, facendole proprie, ha «valutato e confutato con idonea argomentazione, nella relazione tecnica, le considerazioni contenute nelle note tecniche di parte attrice del 21/04/2010 (v. pp. 9 e 13 c.t.u.)».

1.3.1.1. Orbene, va anzitutto osservato – al riguardo – che l’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., come riformulato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv., con modifiche, dalla legge n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass., 14/06/2017, n. 14802). In particolare la motivazione dell’impugnata sentenza non è censurabile, con ricorso per cassazione, allegando che il giudice di merito non abbia tenuto conto delle risultanze della consulenza tecnica di parte, atteso che questa, nonostante il suo contenuto tecnico, e a differenza della consulenza tecnica d’ufficio, costituisce una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valoro probatorio (Cass., 18/10/2018, n. 26305).

Ne discende che il giudice di merito, quando aderisce – come nella specie – alle conclusioni del consulente tecnico che nella relazione abbia tenuto conto, replicandovi, dei rilievi dei consulenti di parte, esaurisce l’obbligo della motivazione con l’indicazione delle fonti del suo convincimento, e non deve necessariamente soffermarsi anche sulle contrarie allegazioni dei consulenti tecnici di parte, che, sebbene non espressamente confutate, restano implicitamente disattese perché incompatibili, senza che possa configurarsi vizio di motivazione, in quanto le critiche di parte, che tendono al riesame degli elementi di giudizio già valutati dal consulente tecnico, si risolvono in mere argomentazioni difensive (Cass., 02/02/2015, n. 1815; Cass., 09/01/2009, n. 282).

1.3.1.2. Ad ogni buon conto, va altresì rilevato che, in tema di ricorso per cassazione, per infirmare, sotto il profilo della insufficienza argomentativa, la motivazione della sentenza che recepisca le conclusioni di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui il giudice dichiari – come nel caso di specie – di condividere il merito, è necessario che la parte alleghi di avere rivolto critiche alla consulenza stessa già dinanzi al giudice a quo, e ne trascriva, poi, nel rispetto del principio di autosufficienza (artt. 366, primo comma, n. 6 e art. 369, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ.), almeno i punti salienti onde consentire alla Corte la valutazione in termini di decisività e di rilevanza. Diversamente, invero, una mera disamina dei vari passaggi dell’elaborato peritale, corredata da notazioni critiche, si risolverebbe nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità (Cass., 03/06/2016, n. 11482; Cass., 03/08/2017, n. 19427).

Nel caso concreto, il ricorrente non ha riprodotto neppure in parte, nel motivo di ricorso, le note tecniche illustrative e le note critiche summenzionate, per cui la censura, sotto tale profilo, deve essere considerata inammissibile.

1.3.2. Per quanto concerne, poi, l’omesso esame della richiesta di rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio, o di chiamata del consulente a chiarimenti, va rilevato che la Corte d’appello, valutate le risultanze della c.t.u., ha evidenziato che la motivazione della decisione di prime cure, condivisa dal giudice del gravame, era connotata – proprio per la chiarezza ed esaustività delle risultanze peritali, che avevano tenuto conto anche dei rilievi tecnici di parte attrice – dalla «puntualità dei riferimenti sul punto essenziale e assorbente della controversia, ossia quello del difetto di originalità del brano Cavallo d’acciaio», ed ha osservato che la consulenza tecnica d’ufficio non costituendo un mezzo di prova disponibile dalle parti, è rimesso alla discrezionalità dei giudice, che – nella specie -ne aveva ritenuto implicitamente sufficienti le risultanze.

Tanto premesso, va osservato che, in tema di consulenza tecnica d’ufficio, rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di disporre indagini tecniche suppletive o integrative, di sentire a chiarimenti il consulente sulla relazione già depositata ovvero di rinnovare, in parte o in toto, le indagini, sostituendo l’ausiliare del giudice. L’esercizio di tale potere non è sindacabile in sede di legittimità, ove ne sia data adeguata motivazione, immune da vizi logici e giuridici (Cass., 24/01/2019, n. 2103; Cass., 14/11/2008, n. 27247). Nel caso concreto, la Corte d’appello ha adeguatamente motivato sul punto, reputando – con ampia ed analitica motivazione (pp. 11 e ss.) – chiara ed esaustiva la relazione peritale, per cui anche tale profilo di doglianza non può essere accolto.

1.3.3. Quanto ai profili – oggetto del secondo motivo di ricorso -concernenti la ritenuta non originalità del brano «Cavallo d’acciaio», la censura si risolve nell’esame analitico delle risultanze dell’espletata c.t.u., mediante la riproduzione dei paragrafi della relazione peritale e la reiterazione delle argomentazioni difensive già sottoposte al giudice di appello, e da questi ritenute non accoglibili. Ebbene, è di tutta evidenza che una mera disamina dei vari passaggi dell’elaborato peritale, non accompagnata – come dianzi rilevato -dalla trascrizione delle note critiche contenute nella ct. di parte, si risolve nella prospettazione di un sindacato di merito inammissibile in sede di legittimità (Cass., n. 11482/2016). Con il ricorso per cassazione – anche se proposto, come nella specie, con riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ. – la parte non può, invero, rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione della fattispecie operate dai giudici del merito, poiché la revisione degli accertamenti di fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità (Cass., 07/12/2017, n. 29404; Cass., 04/08/2017, n. 19547; Cass., 02/08/2016, n. 16056).

1.4. Per le ragioni esposte il motivo in esame deve essere, pertanto, disatteso.

2. Con il terzo motivo di ricorso, Ma. Pe. denuncia «la violazione o falsa applicazione di norme di diritto», nonché l’omesso esame di circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360, primo comma, nn. 3 e 5 cod. proc. civ.

2.1. Lamenta l’istante che la Corte territoriale non si sarebbe pronunciata sul – non meglio precisato – terzo motivo di gravame, ritenendo che «le argomentazioni svolte riescono assorbenti di ogni motivo e questione».

2.2. Il mezzo è inammissibile.

2.2.1. Pure a voler considerare, infatti, il vizio denunciato – al di là della rubrica – come omissione di pronuncia, è evidente, invero, che l’assorbimento non comporta un’omissione di pronuncia (se non in senso formale), in quanto, in realtà, la decisione assorbente permette di ravvisare la decisione implicita (di rigetto oppure di accoglimento) anche sulle questioni assorbite, la cui motivazione è proprio quella dell’assorbimento (Cass., 12/11/2018, n. 28995; Cass., 27/12/2013, n. 28663).

2.2.2. Ad ogni buon conto, il mezzo difetta di autosufficienza, non avendo il ricorrente riprodotto – e neppure sintetizzato – nel ricorso il terzo motivo di appello che assume di avere proposto, e si traduce in una inammissibile rivisitazione del merito della controversia, sul punto relativo al difetto di originalità dell’opera musicale in contestazione.

2.3 La censura deve essere, di conseguenza, respinta.

3. Per tutte le ragioni esposte, il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti, delle spese del presente giudizio, che liquida, per ciascuno di essi, in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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