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Programmatore, reati informatici, schema Ponzi e concorso pubblico

21 Settembre 2019
Programmatore, reati informatici, schema Ponzi e concorso pubblico

L’anno scorso ho lavorato come consulente informatico libero professionista. Sono stato contattato da un cliente per la realizzazione di due siti web che avrebbero dovuto fornire guadagni sui depositi degli utenti tramite “vendita di pubblicità” a detta loro.

Il mio compito, regolarmente fatturato, è stato quello di sviluppare le due piattaforme secondo le specifiche del cliente e senza legami diretti con le due società titolari dei siti internet.

Una volta pubblicati online i siti web, ho notato che l’uso che ne veniva fatto dal cliente era molto sospetto e potenzialmente simile ad schema piramidale (o schema Ponzi) che avrebbe lasciato in futuro una grande quantità utenti senza il loro denaro.

Ho interrotto immediatamente il rapporto professionale, fornendo il materiale necessario al mantenimento delle piattaforme in autonomia e ho segnalato l’avvenuto alla Guardia di Finanza per tutelarmi nel caso della futura possibile frode.

Preciso che da quel momento non ho più avuto contatti con il cliente, ho regolarmente fatturato tutto il lavoro eseguito e la gestione è passata in mano a nuovi programmatori che non conosco i quali hanno apportato cambiamenti al codice.

Il mio quesito è quindi il seguente: a distanza di quasi un anno le aziende hanno smesso di pagare, la Consob ha sospeso una delle due attività (considerata finanziaria) e la base di utenti è notevolmente irritata e minaccia querele nei confronti dei titolari delle piattaforme. Io, non più titolare di partita Iva, ho vinto un concorso nei carabinieri e a breve inizierò il percorso formativo.

Vorrei sapere se posso incombere in problemi legali per essere stato coinvolto (da libero professionista) nella realizzazione dei siti internet, ovviamente in buona fede e se questo può avere un impatto nel mio percorso da carabiniere.

Il quesito posto dal lettore è così riassumibile: il programmatore informatico che realizza, su commissione di terzi, una piattaforma potenzialmente illecita, commette reato?

Bisogna subito dire che l’utilizzo illecito dello schema Ponzi può integrare il reato di truffa (art. 640 cod. pen.), il quale punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno. Nella condotta illustrata dal lettore non si ravvisa un’ipotesi del genere, né un concorso nella truffa, visto che il programmatore ha solamente sviluppato le piattaforme.

Esclusa questa circostanza, spostiamoci sul fronte dei reati informatici, i quali necessitano, per essere integrati, delle competenze possedute dal lettore. I principali reati informatici contemplati dal codice penale italiano sono i seguenti:

  1. frode informatica (art. 640-ter c.p.): consiste nell’alterare un sistema informatico allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto. La pena è la stessa prevista per la normale truffa. Il phishing e la diffusione di alcuni software pericolosi (tipo i Dialer) rientrano nell’ambito di applicazione di questa fattispecie;
  2. accesso abusivo a un sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.): consiste nella condotta di colui che si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo;
  3. detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici e telematici (art. 615-quater c.p.), che è commesso da chi, per procurare a sé o ad altri un profitto o per arrecare un danno, abusivamente si procura, riproduce, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei all’accesso ad un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, o comunque fornisce indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo;
  4. diffusione di apparecchiature, dispositivi o programmi informatici diretti a danneggiare o interrompere un sistema (art. 615-quinquies c.p.) commesso da chi si procura, produce, riproduce, importa, diffonde, comunica, consegna o, comunque, mette a disposizione di altri apparecchiature, dispositivi o programmi informatici allo scopo di danneggiare illecitamente un sistema informatico o telematico, le informazioni, i dati o i programmi in esso contenuti o ad esso pertinenti ovvero di favorire l’interruzione, totale o parziale, o l’alterazione del suo funzionamento;
  5. intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni: gli artt. 617-quater e 617-quinquies c.p. sanzionano, rispettivamente chi, senza essere autorizzato, intercetta, impedisce, interrompe o rivela comunicazioni informatiche e colui che installa apparecchiature dirette ad intercettare, interrompere o impedire comunicazioni informatiche.
  6. falsificazione, alterazione, soppressione di comunicazioni e danneggiamento di sistemi (artt. 617-sexies e 635-bis cod. pen.): punisce chi falsifica, altera o sopprime o falsifica la comunicazione informatica acquisita mediante l’intercettazione e chi distrugge, deteriora, cancella, dati, informazioni o programmi informatici.

Nessuna delle fattispecie sopra elencate sembra poter ricorrere nel caso prospettato, poiché l’attività si è limitata solamente allo sviluppo delle piattaforme, senza aver preso parte al loro effettivo utilizzo e/o all’attuazione del disegno criminoso.

Tra l’altro, la volontà di interrompere i rapporti professionali con i committenti è evidente indice dell’assenza di qualsivoglia elemento psicologico necessario alla realizzazione di una delle condotte sopra esposte, le quali presuppongono tutte il dolo.

Ad ogni buon conto, anche nell’ipotesi (inverosimile) di indagini in corso, si ritiene che il problema non si ponga ora che il lettore ha già vinto il concorso: al limite, l’essere sottoposto ad indagine poteva essere condizione ostativa alla partecipazione iniziale alla selezione.

Anche in quest’ultimo caso, poi, si sarebbe dovuto prendere visione del bando, il quale indica i requisiti per la partecipazione: di norma, tra le condizioni per prendere parte al concorso per carabinieri v’è quello di aver tenuto una condotta incensurabile e di non essere stati condannati per delitti dolosi, anche con sentenza di patteggiamento, con pena condizionalmente sospesa o con decreto penale di condanna, ovvero non essere imputati in procedimenti penali per delitti dolosi (cioè, non avere un processo a carico in corso).

In sintesi, anche qualora il lettore venisse sottoposto ad indagine, non si ritiene che la condizione di mero indagato possa rilevare in alcun modo; tra l’altro, lo status di indagato sembra non rilevare nella maggior parte dei concorsi militari, ove è richiesto di non avere condanne definitive (neanche riabilitate, per via del requisito della condotta incensurabile) e di non avere procedimenti penali in corso in veste di imputato.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Mariano Acquaviva


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