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Trattenuta per danni al dipendente

5 Settembre 2019
Trattenuta per danni al dipendente

Il datore di lavoro può chiedere i danni al dipendente? Può trattenersi tutta la busta paga se questi non paga il risarcimento?

Ti sei mai chiesto cosa potrebbe succedere se, sbagliando al lavoro, dovessi procurare all’azienda un danno tale da far scattare una richiesta di risarcimento nei tuoi confronti? Il datore di lavoro, che ha in mano il tuo stipendio dei prossimi mesi, potrebbe trattenere da esso i danni prodotti dal tuo operato negligente?

Il tema della trattenuta per danni al dipendente è stato al centro di diverse pronunce della giurisprudenza. In particolare, alla Cassazione è stato chiesto se l’azienda può compensare il proprio credito con l’eventuale debito che essa stessa ha nei confronti del lavoratore a titolo di stipendi e se, eventualmente, tale operazione è soggetta a limiti di importo (ad esempio il noto limite del quinto, per come previsto in tema di pignoramento).

La giurisprudenza, nel decidere quale sia il regime da applicare alla trattenuta per danni al dipendente, è partita dall’analisi giuridica dell’istituto della “compensazione” tra crediti e debiti tra soggetti differenti. Lasciamo gli aspetti tecnici agli addetti ai lavori (che troveranno tutte le spiegazioni nelle note e nel box sottostante con il testo della sentenza) per trattare il tema, qui di seguito, solo sotto un profilo pratico.

Partiamo dai dubbi che verosimilmente potrebbero affacciarsi nella mente del dipendente che abbia subìto una minaccia di recupero in busta paga dei danni prodotti. Il primo di questi è: è possibile la trattenuta sulla retribuzione o l’unico rimedio esperibile nei confronti del debitore dell’azienda è il pignoramento dello stipendio.

Il secondo quesito che potresti porti è il seguente: il datore di lavoro può eseguire la trattenuta a proprio piacimento? Chi stabilisce l’importo del risarcimento? Può fissarlo lui stesso o c’è bisogno di una causa?

La terza domanda è questa: ammesso che sia possibile la trattenuta sullo stipendio, questa può avvenire sino a prosciugare l’intera busta paga di una o più mensilità o deve essere, comunque, soggetta a un limite per garantire la sopravvivenza del dipendente?

Chiariamo qui di seguito tutti questi dubbi. A ciascuna delle predette domande forniremo un’autonoma e semplice spiegazione.

Si può fare la trattenuta per danni al dipendente?

Il datore di lavoro, danneggiato dal comportamento negligente del dipendente, può eseguire la trattenuta sullo stipendio omettendo, invece, la normale procedura di pignoramento che, di norma, si esegue per “apprendere” i redditi del debitore. Questo perché crediti e debiti hanno origine dal medesimo rapporto, quello lavorativo.

Chi decide l’ammontare del risarcimento?

Dire che il datore di lavoro può effettuare la trattenuta sullo stipendio del dipendente non significa che lo possa fare autonomamente e di proprio arbitrio. Se così fosse potrebbe addebitare sul lavoratore una cifra qualsiasi, con evidenti abusi.

Affinché la compensazione tra crediti e debiti dell’azienda nei confronti del dipendente possa essere valida è necessario che il credito – quello cioè derivante dal danno per negligenza del lavoratore – sia accertato e quantificato da un giudice. Quindi, il datore di lavoro deve fare causa al suo subordinato dimostrando la colpa di questi e chiedendone la condanna al tribunale. Il giudice, accertata la colpa non scusabile e l’esistenza di un danno, lo condannerà a pagare una determinata cifra.

Senza autorizzazione del giudice, il datore non può mai effettuare una trattenuta in busta paga di proprio arbitrio.

Su cosa viene fatta la trattenuta al dipendente?

La trattenuta può avvenire su qualsiasi somma che il dipendente vanti nei confronti del datore di lavoro, sia a titolo di stipendio che di straordinario, che di Tfr.

Se il trattamento di fine lavoro non è stato ancora liquidato, il datore potrebbe attingere da tale importo per ripianare il danno prodotto dal lavoratore.

Esiste un limite alla trattenuta sulla paga del dipendente per i danni da questi prodotti?

Contrariamente a quanto succede per il pignoramento dello stipendio che, come noto, trova nel “quinto” il proprio limite (sicché non si può bloccare più del 20% della retribuzione mensile), nessuna legge stabilisce un importo massimo per la trattenuta. In teoria, quindi, il datore di lavoro che vanti un credito elevato potrebbe anche non corrispondere gli stipendi al dipendente finché non ha completamente recuperato i danni da questo prodotti.

Per contemperare questo principio, che potrebbe apparire ingiusto e pericoloso, i contratti collettivi possono stabilire dei limiti alle trattenute in busta paga, limiti che, in tal caso, l’azienda deve obbligatoriamente rispettare. Si tratta, quindi, di una vera e propria rateizzazione che viene disciplinata dal Ccnl e che va osservata sino a totale soddisfazione del creditore.

Trattenuta stipendio del dipendente per danni: ultime sentenze

Cassazione civile sez. lav., 20/06/2003, n.9904

In base al combinato disposto degli art. 1246 n. 3 c.c. e 545 n. 3 c.p.c., le somme dovute ai privati a titolo di crediti di lavoro sono pignorabili e compensabili nella limitata misura di un quinto; tale limite non opera quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, sì che la valutazione delle singole pretese comporti solo un accertamento contabile di dare e avere e non una compensazione in senso tecnico. In particolare, il limite non vale quando il datore voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore, tuttavia, essa torna ad operare, anche in caso di compensazione atecnica, qualora esista una clausola del contratto collettivo che lo preveda, salvo diversi accordi contenuti nel contratto individuale. (In applicazione di tale principio di diritto, la S.C. ha cassato per difetto di motivazione la sentenza di merito, che non aveva dato adeguato conto dell’applicabilità o meno alla fattispecie concreta dell’art. 64 del contratto collettivo per le aziende di credito che escludeva la compensazione atecnica illimitata).

Cassazione civile sez. lav., 26/04/2018, n.10132

In tema di estinzione delle obbligazioni, è configurabile la cosiddetta compensazione atecnica allorché i crediti abbiano origine da un unico rapporto – la cui identità non è esclusa dal fatto che uno di essi abbia natura risarcitoria derivando da inadempimento – nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese comporta l’accertamento del dare e avere, senza che sia necessaria la proposizione di un’apposita domanda riconvenzionale o di un’apposita eccezione di compensazione, che postulano, invece, l’autonomia dei rapporti ai quali i crediti si riferiscono.

Cassazione civile sez. lav., 06/02/1987, n.1245

La compensazione in senso proprio presuppone l’autonomia dei due crediti, con la conseguenza che quando si tratta di un unico rapporto, ancorché complesso, la questione si riduce ad un semplice calcolo di dare ed avere, che può essere compiuto d’ufficio dal giudice, restando innapplicabili sia le regole processuali (come quella della non rilevabilità d’ufficio) sia le regole sostanziali (come quella della non compensabilità del credito impignorabile) dettate per la compensazione in senso tecnico. Ai fini dell’applicabilità della suddetta disciplina nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, l’unicità della fonte obbligatoria e la reciprocità dei crediti tra datore di lavoro e lavoratore ricorrono anche nel caso in cui il debito di quest’ultimo derivi da obbligazione risarcitoria da fatto illecito.


Cassazione civile sez. lav., 26/04/2018, (ud. 19/10/2017, dep. 26/04/2018), n.10132

FATTO E DIRITTO

Con sentenza in data 8 ottobre 2010 il giudice del lavoro di Milano in accoglimento dell’opposizione proposta da ALER – Azienda Lombarda Edilizia Residenziale – revocava il decreto ingiuntivo, con il quale era stato intimato il pagamento della somma di Euro 65.112,83 a titolo di t.f.r. a favore dell’istante F.A., in relazione al rapporto di lavoro intercorso tra le parti dal 1987 sino al 5 febbraio 2009, allorchè lo stesso F. era stato licenziato dall’azienda con riferimento a fatti emersi nell’ambito di un procedimento penale concernente episodi di corruzione, e a causa dei quali il predetto era stato sottoposto a custodia cautelare. Il primo giudicante aveva quindi ritenuto di accogliere le tesi di parte opponente, la quale aveva dedotto di avere subito gravi danni da comportamento illecito tenuto dal dipendente, per cui aveva diritto ad opporre in compensazione, rispetto all’invocato TFR, le proprie pretese risarcitorie.

Di seguito al gravame interposto da F.A., la Corte di Appello di Milano con sentenza in data 3 aprile – 10 agosto 2012, riformava l’impugnata pronuncia, rigettando l’opposizione avverso il suddetto decreto ingiuntivo e dichiarando compensate le spese di 20 grado. Reputava la mancanza di ogni certezza in ordine al credito vantato da ALER nei riguardi del F. e osservava come parte opponente non avesse affatto richiesto l’accertamento delle sue pretese in sede di opposizione, ciò per l’evidente ragione dovuta al fatto che aveva compiuto la scelta di costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico del F., donde l’operatività di quanto previsto dall’art. 75 c.p.p. (comma 3). D’altro canto, il credito del lavoratore risultava certo, liquido ed esigibile, non essendo stato neppure contestato ex adverso, ciò che non poteva invece dirsi riguardo al controcredito di ALER, di modo che non si comprendeva nemmeno come -ammessa pure per ipotesi la possibilità di operare nella specie una compensazione atecnica- si sarebbe potuta produrre una compensazione tra credito certo e liquido ed un altro invece mancante di tali requisiti.

Peraltro, l’istituto della compensazione atecnica era applicabile soltanto nel caso di obbligazioni derivanti da un unico negozio, tra loro legate da un vincolo di corrispettività che ne escludesse l’autonomia, di modo che tutte le volte in cui le obbligazioni fossero autonome, nel senso cioè di non legate da nesso di sinallagmaticità, andavano applicate le disposizioni in materia di compensazione, tecnica o in senso proprio. Diversamente opinando, il venir meno delle garanzie della compensazione si risolverebbe in una perdita di tutela per alcuni creditori.

La Corte milanese sul punto richiamava, infatti Cass. sez. un. civ. n. 775 del 16/11/1999 (secondo cui, poichè l’art. 1246 cod. civ. si limita a prevedere che la compensazione si verifica quali che siano i titoli da cui nascano i contrapposti crediti e debiti senza espressamente restringerne l’applicabilità all’ipotesi di pluralità di rapporti, non può in assoluto escludersi che detto istituto operi anche fra obbligazioni scaturenti da un’unica fonte negoziale. Una tale esclusione è giustificata allorquando le obbligazioni derivanti da un unico negozio siano tra loro legate da un vincolo di corrispettività che ne escluda l’autonomia, perchè se in siffatta ipotesi si ammettesse la reciproca elisione delle obbligazioni in conseguenza della compensazione, si verrebbe ad incidere sull’efficacia stessa del negozio, paralizzandone gli effetti. Qualora, invece, le obbligazioni, ancorchè aventi causa in un unico rapporto negoziale, non siano in posizione sinallagmatica, ma presentino caratteri di autonomia, non v’è ragione per sottrarre la fattispecie alla disciplina dell’art. 1246 c.c.. Che, riguardando l’istituto della compensazione in sè, è norma di carattere generale e come tale applicabile anche alla compensazione contemplata dall’art. 56 L. Fall.). Pertanto, le c. d. compensazioni atecniche, in mancanza di espressa previsione testuale, non potevano essere estese oltre le ipotesi in cui una compensazione non fosse logicamente configurabile (obbligazioni in sinallagma), dovendo, in ogni altro caso, ritenersi applicabile l’istituto della compensazione previsto dal codice, con i limiti e le garanzie della relativa disciplina.

Con atto notificato, ritualmente come da relata in data 11 dicembre 2012, la ALER Milano ha proposto ricorso per cassazione avverso l’anzidetta pronuncia di appello, affidato ad un solo articolato motivo, lamentando ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la violazione e falsa applicazione di quanto previsto dagli art. 1241,1242 e 1246 c.c., nel caso di specie, da parte della Corte territoriale, la quale con l’impugnata decisione non si era attenuta al richiamato più recente indirizzo della giurisprudenza di legittimità circa la possibilità della c.d. compensazione atecnica in ordine a regolazione contabile tra contrapposte pretese di dare e di avere scaturenti da un medesimo rapporto giuridico, indipendentemente dal fatto che le diverse pretese siano o meno legate da un nesso di sinallagmaticità.

F.A. è rimasto intimato e comunque non risulta aver depositato in atti alcuna memoria difensiva in proprio favore.

Sono stati comunicati tempestivi e regolari avvisi per l’adunanza fissata in camera di consiglio al 19 ottobre 2017, in vista della quale la ricorrente ha depositato memoria illustrativa, laddove tra l’altro ha richiamato la sentenza n. 39542 in data 22 marzo / 23 settembre 2016, con la quale la 6 sezione penale di questa Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, tra i quali pure quello di F.A., avverso la pronuncia della Corte di Appello di Milano in data 17-12-2014, che aveva confermato (per quanto qui direttamente interessa) la condanna pronunciata dal locale Tribunale nei riguardi dello stesso F. (funzionario e dirigente ALER, responsabile del procedimento in relazione ai contratti di appalto indicati nelle imputazioni), alla pena di anni tre e mesi quattro di reclusione per i reati di cui agli artt. 81,319-321 c.p. – ascrittogli al capo 1), a meno che per quello sub 1 M) – e artt. 81,110 e 356 c.p. – ascrittogli al capo 2), a meno che per quello di cui al punto 2 M)-; interdetto dai pubblici uffici per la durata di anni due, mesi sei e giorni quindici e dichiarato incapace di contrattare con la pubblica amministrazione per analogo periodo, nonchè di tutti gli imputati, tra cui perciò anche l’attuale intimato, al risarcimento dei danni, da liquidare in separata sede, in favore delle parti civili costituite ALER Milano e Regione Lombardia, previa assegnazione di una provvisionale, immediatamente esecutiva, per ALER Milano di Euro 3.000.000,00 di cui Euro 2.950.000,00 a carico del F. ed altro, ed Euro 50.000,00 a carico di costoro e del terzo imputato, in solido; nonchè di Euro 200.000,00 in favore della Regione Lombardia, siccome pure ivi precisato in ordine alle singole spettanze pro quota ed in solido.

Diritto

CONSIDERATO

che il ricorso appare fondato, oltre che ammissibile in rito, sulla scorta delle seguenti argomentazioni.

In primo luogo, per effetto della anzidetta pronuncia di condanna in sede penale, ormai definitiva per effetto della succitata pronuncia n. 39542/16, nelle more sopravvenuta, deve considerarsi comunque cessata ipso jure la sospensione di cui all’art. 75 c.p.p., comma 3 e u.c. (Se l’azione è proposta in sede civile nei confronti dell’imputato dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado, il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione, salve le eccezioni previste dalla legge), sospensione che, come di seguito meglio precisato, non è chiaro nemmeno se sia stata ritenuta operante nella specie dalla Corte territoriale.

Al riguardo, va innanzitutto, comunque, rilevato (cfr. Cass. 1 civ. n. 26041 del 23/12/2010) che nel giudizio di cassazione il giudicato esterno è, al pari di quello interno, rilevabile d’ufficio, non solo qualora emerga da atti comunque prodotti nel giudizio di merito, ma anche nell’ipotesi in cui il giudicato si sia formato successivamente alla pronuncia della sentenza impugnata; tale elemento non può essere incluso nel fatto, in quanto, pur non identificandosi con gli elementi normativi astratti, è ad essi assimilabile, essendo destinato a fissare la regola del caso concreto, e partecipando, quindi, della natura dei comandi giuridici, la cui interpretazione non si esaurisce in un giudizio di mero fatto. Il suo accertamento, pertanto, non costituisce patrimonio esclusivo delle parti, ma, mirando ad evitare la formazione di giudicati contrastanti, conformemente al principio del “ne bis in idem”, corrisponde ad un preciso interesse pubblico, sotteso alla funzione primaria del processo, e consistente nell’eliminazione dell’incertezza delle situazioni giuridiche, attraverso la stabilità della decisione. Tale garanzia di stabilità, collegata all’attuazione dei principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata, non trova ostacolo nel divieto posto dall’art. 372 c.p.c., il quale, riferendosi esclusivamente ai documenti che potevano essere prodotti nel giudizio di merito, non si estende a quelli attestanti la successiva formazione del giudicato, i quali, comprovando la sopravvenuta formazione di una “regula iuris” cui il giudice ha il dovere di conformarsi, attengono ad una circostanza che incide sullo stesso interesse delle parti alla decisione, e sono quindi riconducibili alla categoria dei documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso (in senso conforme Cass. sez. un. civ. n. 13916 del 16/06/2006. Cfr. pure Cass. lav. n. 24740 del 4/12/2015, secondo cui nel giudizio di cassazione, in caso di giudicato esterno conseguente ad una sentenza della stessa Corte, la cognizione del giudice di legittimità può avvenire anche mediante quell’attività di ricerca – relazioni, massime ufficiali e consultazione del CED- che costituisce corredo del collegio giudicante nell’adempimento della funzione nomofilattica di cui all’art. 65 dell’ordinamento giudiziario e del dovere di prevenire contrasti tra giudicati, in coerenza con il divieto del “ne bis in idem”. Conforme Cass. I civ. n. 18634 del 27/07/2017. In senso analogo anche Cass. sez. un. civ. n. 26482 del 17/12/2007: nel caso in cui il giudicato esterno si sia formato a seguito di una sentenza della Corte di cassazione, i poteri cognitivi del giudice di legittimità possono pervenire alla cognizione della precedente pronuncia anche mediante quell’attività d’istituto che costituisce corredo della ricerca del collegio giudicante, in tal senso deponendo non solo il principio generale che impone di prevenire il contrasto tra giudicati ed il divieto del “ne bis in idem”, ma anche il rilievo secondo cui la conoscenza dei propri precedenti costituisce un dovere istituzionale della Corte, nell’adempimento della funzione nomofilattica di cui all’art. 65 dell’ordinamento giudiziario. Inoltre, qualora due giudizi tra le stesse parti abbiano riferimento al medesimo rapporto giuridico, ed uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento così compiuto in ordine alla situazione giuridica ovvero alla soluzione di questioni di fatto e di diritto relative ad un punto fondamentale comune ad entrambe la cause, formando la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza, preclude il riesame dello stesso punto di diritto accertato e risolto, anche se il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che hanno costituito lo scopo ed il “petitum” del primo. Conformi su punto anche Cass. 3 civ. n. 24434 del 19/11/2009, nonchè 1 civ. n. 15339 del 25/07/2016).

Dunque, la succitata sentenza di Cass. penale n. 39542/ 22 marzo – 23 settembre 2016, è indubbiamente utilizzabile, nonchè rilevante nel caso di specie per ritenere allo stato in questa sede quanto meno l’ammissibilità, ex art. 372 c.p.c., del ricorso di ALER, notificato in data 11 dicembre 2012, con riferimento alla sospensione ex cit. art. 75, comma 3, qualora la stessa sia stata ritenuta effettivamente operante dalla Corte di merito. D’altro canto, non appare applicabile il comma 2 dello stesso art. 372, circa la notifica ivi prevista, non solo per il fatto che il F. è rimasto intimato, con ciò evidentemente disinteressandosi di tutti i possibili sviluppi del ricorso ex art. 360 c.p.c. nei suoi confronti proposto (tant’è che alla parte intimata non è dovuto neanche l’avviso per l’udienza pubblica ovvero per l’adunanza in camera di consiglio), ma anche perchè la conoscenza dell’anzidetta sentenza n. 39542/16 deve presumersi necessariamente già legalmente nota allo stesso F., siccome ivi pronunciata nei suoi confronti quale ricorrente (con altri due imputati). Del resto, essendo stato qui applicato il rito camerale, quindi senza possibilità delle parti di comparire, rileva il fatto che l’intimato non risulta comunque aver depositato neanche alcuna memoria (cfr. sul punto Cass. lav., ordinanza n. 4906 del 27/02/2017), di guisa che il contraddittorio deve considerarsi ad ogni modo ritualmente instaurato nei confronti del F., il quale, non costituendosi in questo giudizio mediante controricorso, nè con il deposito di procura speciale a favore di apposito difensore abilitato, con tale contegno processuale ha assunto ogni conseguente rischio, pure in relazione ad eventuale produzione ulteriore ex art. 372 c.p.c. (cfr. altresì Cass. lav. n. 24946 del 24/11/2014, secondo cui in caso di sospensione del processo a seguito di ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 420 bis c.p.c., il termine per la riassunzione del giudizio, a norma dell’art. 297 c.p.c., decorre dalla data di pubblicazione della decisione della Corte di cassazione anche rispetto alla parte contumace, senza che possa dubitarsi della legittimità costituzionale dell’art. 292 c.p.c., comma 3, e art. 133 c.p.c., comma 2, nella parte in cui non prevedono l’obbligo della comunicazione del deposito della sentenza anche al contumace, stante la funzione di garanzia di conoscibilità legale assolta dalla pubblicazione della sentenza e l’incompatibilità di un meccanismo di riassunzione rimesso alla mera volontà delle parti con il principio di ragionevole durata ex art. 111 Cost.. In motivazione si chiariva come la pubblicazione della decisione, quale momento iniziale individuato dalla Corte di merito per il decorso del termine per la riassunzione del giudizio, integri un idoneo sistema di pubblicità legale per la conoscenza delle sorti del processo, per cui alcuna lesione può esservi all’esercizio del diritto di difesa. Di conseguenza, non erano condivisibili le doglianze di incostituzionalità per violazione del diritto di difesa e di quello alla giusta durata del processo, nonchè quelle per asserita disparità di trattamento rispetto alla parte costituita nel processo, così come non si reputava fondata la lamentata violazione dell’art. 6 del trattato CEDU circa il diritto al giusto processo. Invero, tali censure, mosse con riferimento alla mancata previsione, da parte delle norme di cui all’art. 292 c.p.c., comma 3 e art. 133 c.p.c., comma 2 della comunicazione del deposito della sentenza, a cura della cancelleria, anche alla parte rimasta contumace, non tenevano conto della funzione di garanzia di conoscibilità legale assolta dalla pubblicazione della sentenza…).

Per altro verso, a rigore, una volta richiamato l’art. 75 c.p.p., la Corte di Appello – dato atto della pendenza, all’epoca, del procedimento penale in cui vi era stata la costituzione di parte civile di ALER contro il F., con conseguente sospensione del successivo processo civile – si sarebbe anche dovuta coerentemente astenere dall’emettere qualsivoglia pronuncia di merito, attesa l’anzidetta necessaria sospensione, pure ai fini della decisione nell’ambito del giudizio civile, appunto perchè sospeso, quanto meno in relazione alla pretesa risarcitoria azionata in sede civile dalla ALER (in effetti la motivazione della pronuncia di appello -depositata il 10.08.2012 ed il cui dispositivo del tre aprile 2012 è formulato unicamente in termini di riforma della gravata pronuncia nonchè di rigetto dell’opposizione avverso il d.i. n. 8062/10, peraltro senza alcuna espressa declaratoria d’inammissibilità – non consente neanche di comprendere appieno la ratio decidendi sul punto, visto che dopo il richiamo all’art. 75 c.p.p., precisava che “sarebbe rimasta sospesa la sola domanda di accertamento del diritto al risarcimento del danno da atto illecito; non lo sarebbe stata ovviamente quella avente ad oggetto il t.f.r. del F.”. Sicchè l’Azienda appellata aveva proposto opposizione al decreto ingiuntivo, eccependo un controcredito che ben sapeva non avrebbe potuto chiedere di accertare in questa sede; “nè lo era già stato in sede penale… Il problema però” era dato dal fatto che uno era certo, liquido ed esigibile; mentre il controcredito dell’ALER non possedeva nessuno di questi tre requisiti…).

Tanto premesso, per il resto appaiono giustificate le doglianze di parte ricorrente, circa l’omessa operazione di compensazione (atecnica o impropria) tra la pretesa creditoria azionata dal F., relativamente al diritto al t.f.r., e quella risarcitoria, vantata dall’Azienda, però entrambe attinenti al medesimo rapporto di lavoro intercorso tra le parti, di guisa che non appare corretta l’impugnata decisione, che ha finito per rigettare nel merito l’eccezione di parte opponente.

Ed invero, questa Corte ha ripetutamente affermato che si è in presenza di compensazione c.d. impropria se la reciproca relazione di debito-credito nasce da un unico rapporto (qual è indubbiamente il rapporto di lavoro), in cui l’accertamento contabile del saldo finale delle contrapposte partite può essere compiuto dal giudice d’ufficio, diversamente da quanto accade nel caso di compensazione propria, che, per operare, postula l’autonomia dei rapporti e richiede l’eccezione di parte (v. Cass. 3 civ. n. 12302 del 15/06/2016, nonchè Cass. lav. n. 21646 del 26/10/2016).

Inoltre, secondo la giurisprudenza di legittimità, condivisa dal collegio (cfr. in part. Cass. lav. n. 14688 del 29/08/2012), in tema di estinzione delle obbligazioni, è configurabile la cosiddetta compensazione atecnica allorchè i crediti abbiano origine da un unico rapporto – la cui identità non è esclusa dal fatto che uno di essi abbia natura risarcitoria derivando da inadempimento nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese comporta l’accertamento del dare e avere, senza che sia necessaria la proposizione di un’apposita domanda riconvenzionale o di un’apposita eccezione di compensazione, che postulano, invece, l’autonomia dei rapporti ai quali i crediti si riferiscono (conformi Cass. lav. n. 28855 del 05/12/2008, Cass. 3 civ. n. 16800 del 13/08/2015, id. n. 10750 del 25/05/2016, secondo la quale pure, la disciplina della compensazione ex art. 1241 c.c. è applicabile nelle ipotesi in cui le reciproche ragioni di credito, pur avendo il loro comune presupposto nel medesimo rapporto, siano fondate su titoli aventi diversa natura, l’una contrattuale e l’altra extracontrattuale.

Cass. 3 civ. n. 16561 del 25/11/2002: l’istituto della compensazione presuppone l’autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti, mentre è configurabile la cosiddetta compensazione impropria allorchè i rispettivi crediti e debiti abbiano origine da un unico rapporto, nel qual caso la valutazione delle reciproche pretese importa soltanto un semplice accertamento contabile di dare ed avere e a ciò il giudice può procedere senza che sia necessaria l’eccezione di parte o la proposizione di domanda riconvenzionale. Conformi Cass. nn. 12905 del 1995, n. 648 del 1999).

Nei sensi anzidetti, pertanto, il ricorso va accolto, con conseguenti cassazione della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di merito (in diversa composizione), ex artt. 384 e 385 c.p.c., per i necessari accertamenti in punto di fatto, alla stregua dei principi di diritto sopra enunciati, nonchè per il regolamento, all’esito, delle spese processuali, ivi comprese quelle relative a questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Milano in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 26 aprile 2018


Cassazione civile sez. lav., 20/06/2003, n.9904

Svolgimento del processo

Con ricorso del14 luglio 1993 al Pretore di Venezia la s.p.a.

Banco di Napoli proponeva opposizione contro un decreto ingiuntivo emesso a favore di Attilio Mario Lagalante ed avente ad oggetto somme dovute per effetto di un rapporto di lavoro subordinato. L’opponente non negava il debito ma deduceva in compensazione un maggior credito per risarcimento di danni arrecati dal Lagalante con numerosi atti asseritamente illeciti e commessi nell’esercizio delle mansioni di preposto all’agenzia n. 2 della suddetta città.

Costituitosi l’opposto, il Pretore rigettava l’opposizione ma accoglieva la domanda riconvenzionale e compensava i crediti fino a concorrenza del minor importo con decisione del 22 luglio 1998, in parte riformata, su appello del Lagalante, con sentenza del 17 dicembre 1999 dal Tribunale, il quale riteneva che i crediti fossero compensabili soltanto nei limiti di un quinto della somma dovuta al lavoratore (un trattamento di fine rapporto), stante il divieto risultante dagli artt. 1246 cod. civ. e 545, quarto comma, cod. proc. civ.. Era vero infatti che tali divieti non operavano, in linea di principio, quando, come nella specie, si trattasse non di compensazione in senso tecnico ma di mero calcolo di dare – avere; era però altrettanto vero che l’art. 64 del vigente contratto collettivo per le aziende di credito escludeva la detta ed illimitata compensazione atecnica, salvi specifici accordi individuali, nella specie non risultanti. Tornava perciò a valere il limite posto dagli artt. 545 e 1246 citt..

Contro questa sentenza ricorre per cassazione la s.p.a. Banco di Napoli, mentre l’intimato Lagalante non si è costituito.

Memoria della ricorrente.

Diritto

Motivi della decisione

Con l’unico motivo la ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1241, 1242, 1243, 1246, 1252, 1322, 1362, 1372 cod. civ. con riferimento al contratto collettivo per le aziende di credito del 22 novembre 1990, e degli artt. 420, 437, 545 cod. proc. civ. nonché vizi di motivazione.

Delle diverse censure in cui si articola il motivo dev’essere presa in considerazione anzitutto, per ragioni di buon ordine espositivo, quella in cui la ricorrente, dopo aver constatato che la sentenza impugnata ha ritenuto operanti nella specie i limiti alla compensabilità dei crediti, previsti negli artt. 545 cod. proc. civ. e 1246 cod. civ., in forza dell’art. 64 c.c.n.l. cit., riporta il testo di tale clausola contrattuale, ritenuta decisiva dal Tribunale, ed osserva come dovesse essere applicata solo nel caso di licenziamento in tronco e non in quello, ricorrente in concreto, di cessazione del rapporto per dimissioni del prestatore di lavoro.

La censura è fondata.

A norma dell’art. 1246, n. 3, cod. civ. la compensazione si verifica qualunque sia il titolo dell’uno o dell’altro debito, eccettuato il caso “di credito dichiarato impignorabile”.

L’art. 545, n. 3, cod. proc. civ. pone poi fra i crediti limitatamente pignorabili “le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego” e precisa nel successivo n. 4 che “tali somme possono essere pignorate nella misura di un quinto… per ogni credito”.

Queste norme pongono dunque il limite di un quinto alla compensabilità dei crediti di lavoro. Limite che però questa Corte ha precisato non dover valere quando i contrapposti crediti abbiano origine da un unico rapporto, si che la valutazione delle singole pretese importi solo un accertamento contabile di dare ed avere e non una compensazione in senso tecnico. Non vale perciò il detto limite quando il datore di lavoro voglia compensare il credito risarcitorio per danni da prestazione lavorativa non diligente col credito retributivo vantato dal prestatore (Cass. 5 maggio 1995 n. 5873).

Il limite normativo in questione torna tuttavia ad operare, anche nel caso di compensazione atecnica ossia di mero calcolo dare – avere, quando una clausola di contratto collettivo lo permetta, salvi restando sempre i diversi accordi individuali (Cass. 4 luglio 1997 n. 6033).

Questa ipotesi si è verificata in concreto secondo la sentenza qui impugnata, che ha ravvisato la detta clausola nel c.c.n.l. del 1990 ed ha constatato l’assenza di un contrario accordo individuale.

Tuttavia il Tribunale non ha riportato nè ha dato conto neppur sommariamente del contenuto della clausola, e di conseguenza non ha verificato la riconducibilità ad essa del caso di specie, in cui trattavasi di risoluzione del rapporto di lavoro da “domanda per esodo anticipato” (pag. III della sentenza) e di accordo transattivo con reciproche concessioni (aliquid datum, aliquid retentum) (pag.

VII), e non di licenziamento.

La sentenza è anzi motivata col richiamo di un precedente (Cass. n. 6033 del 1997 cit.) reso con riferimento ad un contratto collettivo diverso, del 1977.

La carenza di motivazione su un punto decisivo della controversia comporta la cassazione della sentenza ed il rinvio ad altro collegio di merito, che si designa nella Corte di Trieste e che riporterà il contenuto dell’art. 64 cit., procedendo ad nuova interpretazione e verificandone l’applicabilità al caso di specie, ossia di dimissioni con accordo patrimoniale transattivo.

Parimenti fondata è la censura, formulata ancora dalla ricorrente, contro la sentenza del Tribunale, nella parte in cui esclude la compensabilità del credito della datrice di lavoro, contestato e perciò non liquido. A norma dell’art. 1243, secondo comma, cod. civ., se il debito opposto in compensazione non è liquido ma è di facile e pronta liquidazione, il giudice può dichiarare la compensazione fra la parte del debito che riconosce esistente e può anche sospendere la condanna per il credito liquido fino all’accertamento del credito opposto in compensazione.

Questa Corte ha poi precisato che alla facile e pronta liquidazione non osta la semplice contestazione del credito, occorrendo che questa comporti una lunga istruttoria (Cass. 7 luglio 1971 n. 2128, 7 febbraio 1995 n. 1394) o addirittura un separato giudizio (Cass. 25 febbraio 1995 n. 2176).

In ogni caso è necessario un congruo esame dei crediti ed un’adeguata motivazione, che nel caso qui in esame è mancata. Vi provvederà il giudice di rinvio, che deciderà anche in ordine alle spese processuali.

Le altre censure del ricorrente rimangono assorbite.

PQM

p.q.m.

La Corte accoglie il ricorso e cassa con rinvio alla Corte d’appello di Trieste, anche per e spese processuali.

Così deciso in Roma il 21 gennaio 2003.


Cassazione civile sez. lav., 06/02/1987, n.1245

Svolgimento del processo

Sepiacci Rino, ex dipendente della banca cooperativa di Voghera, successivamente incorporata alla banca popolare di Milano, conveniva quest’ultima dinanzi al Pretore di Milano chiedendone la condanna al pagamento di L. 28.888.504 a titolo di indennità di anzianità non corrisposta e di ratei di grafica natalizia, indennità sostitutiva delle ferie, mensilità di gratificazione di bilancio e premio di rendimento.

La banca popolare esponeva che il Sepiacci era stato licenziato in tronco perchè, quale preposto all’agenzia di Casel Gerola (che gestiva la tesoreria di quel comune, si era appropriato la somma di L. 94.851.003, di cui aveva il possesso per ragioni di ufficio, sottraendola dal conto della tesoreria comunale, per il chè, con sentenza divenuta irrevocabile, era stato dichiarato colpevole di peculato continuato per la somma di lire 73.762.474 in danno della tesoreria comunale. Esponeva altresì che essa aveva provveduto a risarcire il Comune del danno subito ed altre somme sino a L. 94.851.003, dal che derivava un suo credito verso il Sepiacci che traeva origine dall’inadempimento delle obbligazioni a lui facenti capo in dipendenza del rapporto di lavoro che si contrapponeva al credito da questi azionato. Eccepiva quindi che, trattandosi di due opposti crediti originati da un unico rapporto, essi si estinguevano per conguaglio delle reciproche posizioni e che comunque nella specie le parti avevano convenzionalmente stabilito nell’art. 105 del contratto collettivo, ai sensi di quanto previsto dall’art. 1252 c.c., la possibilità di compensare “quanto dovuto al lavoratore e quanto al medesimo imputabile per risarcimento”. Chiedeva pertanto il rigetto della domanda per essersi estinto e soddisfatto il credito azionato dal Sepiacci per effetto del maggior credito da essa vantato Il Pretore rigettava il ricorso, e la sentenza era confermata dal Tribunale di Milano, il quale tra l’altro rilevava che nella specie non si versava nell’ipotesi di compensazione in senso tecnico giuridico, e quindi non erano applicabili gli artt. 1246 c.c. e 545 c.p.c. (incompensabilità degli stipendi oltre il quinto), giacchè si trattava di crediti – concernenti rispettivamente compensi retributivi spettanti al lavoratore e risarcimento del danno derivato al datore di lavoro dall’inadempimento degli obblighi (contrattuali assunti dal primo – che traevano origine dal medesimo rapporto di lavoro subordinato, cosicchè, nell’ambito delle obbligazioni da questo nascenti, occorreva soltanto procedere ad un accertamento di dare e di avere ed alla determinazione dei saldi attivi e passivi.

Ricorre per cassazione il Sepiacci con due motivi di annullamento.

Resiste la Banca Pop. di Milano con rituale controricorso.

Diritto

Motivi della decisione

Col primo motivo del ricorso, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1246 cod. civ. e dell’art. 545 c.c.p. (art. 360 n. 3 c.p.c.) e si deduce che erroneamente sarebbe stata disapplicata la disciplina relativa alla compensazione in senso tecnico, con le relative eccezioni in ordine alla compensabilità parziale dei crediti alimentari di lavoro, preferendosi la inammissibile ed equivoca soluzione del c.d. “conguaglio” totale tra debiti e crediti, che, in sostanza, è una compensazione soltanto contabile.

Col secondo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 36 Cost., 9-12 legge n. 604-66, in relazione all’art. 105 c.c.n.l. per i bancari e si deduce che comunque la compensazione totale operata nella specie dal Tribunale, anche se riferita alla relativa previsione contrattuale dell’art. 105 suddetto, sarebbe illegittima, in quanto lesiva di norme inderogabili che assicurano al lavoratore l’intangibilità di un quinto della retribuzione, anche nel caso di debiti derivanti da responsabilità di carattere doloso.

I due motivi palesemente connessi possono esaminati congiuntamente. Essi non sono fondati.

Il primo quesito preliminare che impone la causa èse la disciplina giuridica della compensazione in senso tecnico, di cui agli artt. 1241-1252 cod. civ. si applichi soltanto a debiti omogenei, reciproci ed autonomi, correnti tra due soggetti e derivanti da distinti ed autonomi rapporti giuridici oppure anche a debiti reciproci originati da un unico rapporto.

La risposta è negativa.

Infatti, la giurisprudenza di questo Suprema Corte è unanime (v. sentt. 2968-82 ; n. 2216-84 ed altre) nell’affermare che la compensazione in senso proprio presuppone l’autonomia dei due crediti, con la conseguenza che quando si tratta di un unico rapporto, ancorché complesso, la questione si riduce ad un semplice calcolo di dare ed avere, che può essere compiuto d’ufficio dal giudice, con la precisazione che nell’ambito del rapporto di lavoro la unicità della fonte obbligatoria e la reciprocità dei crediti tra datore di lavoro e lavoratore ricorrono anche nel caso in cui il debito di quest’ultimo derivi da obbligazione risarcitoria da fatto illecito (cfr. sent. 2968-82).

Conseguente a tale risultato, si pone l’ulteriore quesito se ai debiti reciproci sorgenti da unico rapporto si disapplichino o non tutte le norme sulla compensazione in senso tecnico (art. 1241-1252 c.c., compreso l’art. 1246 n. 3 : credito dichiarato impignorabile dalla legge-art. 545 c.p.c.).

Orbene, sembra che, avuto riguardo alla centralità del principio informatore dell’istituto de quo, ricavabile dal disposto degli artt. 1241 e 1242, c.c., secondo cui i due debiti, tra due persone, derivanti da distinti rapporti, si estingono per quantità corrispondenti, fin dal momento in cui vengono a coesistere, non è dato, nella diversa ipotesi di unicità del rapporto, estrarre dalla disciplina unitaria dell’istituto in questione, regole tuttavia applicabili, senza ledere la coerente conseguenzialità della disciplina stessa.

Dire, infatti, che nel caso di unicità del rapporto non si applicano soltanto le regole processuali che riguardano principalmente il divieto di applicare d’ufficio la compensazione (art. 1242, 1 comma c.c.), mentre si dovrebbero applicare le regole eccezionali sull’arresto della prescrizione (art. 1242, 2 comma, c.c.) e tra le altre la incompensabilità del credito dichiarato impignorabile (art. 1246 n. 3 c.c.) ; significa stravolgere la ratio dell’istituto, fondata sull’estinzione dell’obbligazione per effetto della coesistenza dei debiti e piegarlo a disciplinare fattispecie diverse che sono escluse dalla stessa definizione dell’istituto, fissata dagli artt. 1241 e 1242 c.c..

Infatti, la giurisprudenza più che ventennale (V. Cass. civ. 8-2-63 n. 229 ; 16-5-1964 n. 1196 ed altre) ha evidenziato che nel caso di unico rapporto la valutazione di reciproci debiti de crediti delle parti si traduce in un mero accertamento di un semplice calcolo che può chiudersi in pareggio o indicare una risultante di residuale differenza, sottolineando che la elisione non deriva dall’applicazione delle regole previste per la compensazione stricto sensu.

Siffatta elisione, invero, è chiaro-opera all’interno nell’unico rapporto in relazione agli effetti finanziari attivi e passivi di una sola fonte genetica, in applicazione dell’ovvio criterio empirico, puramente economicistico del “minimo mezzo”, per stabilire la eventuale differenza attiva a favore di una delle parti e sfugge non solo alle regole della “compensazione” in senso stretto, ma anche alle limitazioni di cui all’art. 545 c.p.c. (richiamando dall’art. 1246 n. 3 c.c.) che pure suppongono consolidate posizioni di debiti e crediti reciproci tra due soggetti e non pure le poste finanziarie attive e passive in itinere che si accumulano nella serie delle relazioni intercorrenti tra le parti di un unico rapporto continuativo in vista del “conguaglio” (v. anche Cass. civ. Sez. lav. 15-3-83 n. 1905 e SS.UU. 3-11-82 n. 5745).

Nella specie, il Tribunale ha correttamente applicato i principi suddetti, “compensando” il credito del Sepiacci con quello maggiore della Banca.

In conclusione, il ricorso deve rigettarsi.

Ricorrono giusti motivi per compensare le spese di questo giudizio di cassazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso ; compensa le spese di questo giudizio di cassazione.

Cosi deciso in Roma addi 16-4-1986.


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