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Addio Senato? Il nuovo Governo ci ritenta

7 Settembre 2019 | Autore:
Addio Senato? Il nuovo Governo ci ritenta

Il capogruppo dem Migliore lascia trapelare l’intenzione del suo partito: dopo il taglio dei parlamentari, modificare il Senato e magari abolirlo, come aveva tentato di fare Renzi 3 anni fa.

La democrazia passa attraverso la rappresentatività popolare, ma non per questo deve esserci il bicameralismo perfetto. Se tutto ti appare chiaro, puoi smettere di leggere: hai già capito di cosa si tratta. Altrimenti, è il caso di proseguire: ci sono novità interessanti. O preoccupanti, dipende dalla prospettiva con cui le si guarda. Si parla, infatti, di un antico tema, quello dell’addio al Senato. Sembra che adesso il nuovo Governo ci ritenta a cambiarlo o, addirittura, ad eliminarlo, come aveva tentato di fare Renzi tre anni fa.

Gennaro Migliore è il capogruppo Dem in commissione Affari costituzionali alla Camera dei Deputati. È un esponente di primo piano e non è un politico di primo pelo: è stato sottosegretario due volte, nei governi Renzi e Gentiloni. Proviene da Rifondazione comunista, di cui è stato capogruppo. Oggi, è nel Pd, al Governo insieme al Movimento 5 Stelle. È certamente capace di esprimere la linea politica del suo partito e anzi non perde quasi mai l’occasione per farlo. Dunque, si presume che sappia quello che dice, specialmente se viene intervistato e non colto di sorpresa con una frase sfuggita o una dichiarazione resa al volo.

Ieri pomeriggio, Migliore ha fatto una lunga chiacchierata con l’agenzia stampa AdnKronos. Ha detto parecchie cose piuttosto ovvie, ma in mezzo ce n’era una che è sfuggita all’attenzione di buona parte della stampa, come un gioiello confuso in mezzo alla sabbia. Il taglio dei parlamentari è l’ovvio, come la legge elettorale che ne conseguirà. Fa parte dell’accordo raggiunto tra M5S e Pd e nessuno, tantomeno Migliore, vuole rimetterlo in discussione. Però, l’intervistato aggiunge un particolare che cambia tutto lo scenario: precisa, infatti, che il Pd (non anche il Movimento) sta «studiando una riforma costituzionale complessiva, una riforma organica, un pacchetto corposo. Tanta roba insomma…».

E proprio qui viene il bello: Migliore rivela che il taglio dei parlamentari è solo l’inizio, ma ci sarà un lungo capitolo tutto da scrivere e arriverà la riforma «come chiedevamo noi». Alt: a questo punto, il giornalista gli ricorda che in passato il Pd ha votato per tre volte contro il taglio del numero dei parlamentari e gli chiede: «Non sarà imbarazzante ora votare a favore?».

No, risponde deciso Migliore. E precisa: «Non è imbarazzante. Noi abbiamo spiegato le motivazioni per cui dicevamo no. E il nostro non è mai stato un no al taglio del numero dei parlamentari, ma alla struttura di quel provvedimento. La riforma bocciata al referendum del 2016 prevedeva l’abolizione del Senato… Quindi, va bene ridurre il numero dei parlamentari ma va abbinato a una legge elettorale e una riforma costituzionale che contenga elementi sostanziali che correggano le distorsioni».

Le distorsioni, si sa, sono qualcosa che non va bene e guasta il funzionamento del meccanismo, toglie l’armonia, come nel suono. Quindi, sono da correggere, eliminare. Secondo Migliore, queste distorsioni stanno nel fatto che «Con il taglio dei parlamentari, in quasi la metà delle regioni italiane sarebbe totalmente preclusa la rappresentanza dei partiti minori. Passerebbero solo i primi due, tre… E poi c’è anche un problema nella platea che elegge il presidente della Repubblica: ci sarebbero più rappresentanti delle Regioni che senatori. E c’è anche altro a cui mettere mano. Fare un ragionamento sul bicameralismo perfetto».

Sulle prime due parti, tutti sembrano d’accordo: un Parlamento ridotto taglierebbe fuori i piccoli partiti, specialmente nelle Regioni più piccole, e nelle elezioni presidenziali avrebbero più peso i rappresentanti delle Regioni rispetto ai Senatori. Sull’ultima parte, invece, c’è parecchio da discutere. Cambiare il bicameralismo perfetto significa mettere mano al Senato e modificarne la composizione, la struttura, le prerogative e i meccanismi di funzionamento, che oggi sono praticamente uguali a quelle della Camera dei Deputati.

La novità sta nel fatto che, da tre anni, il tema dell’abolizione del Senato era un argomento out. Non se ne era parlato più da quando era fallita la riforma costituzionale proposta da Renzi e dalla Boschi. Al referendum, gli italiani dissero no alla proposta di riforma e anche allo stesso Renzi, che per effetto di ciò dovette abbandonare la guida del Governo. Subentrò Gentiloni, poi si andò al voto e si creò la maggioranza gialloverde che ha sostenuto per 15 mesi il primo Governo Conte. Il resto è storia recente.

Quella riforma bocciata voleva sostituire il Senato con una nuova “Assemblea delle autonomie” costruita su base territoriale, dove cioè sarebbero state rappresentate le Regioni, le Città metropolitane ed i principali Comuni. Ora, quella proposta riprende vita attraverso lo spiraglio lasciato intravedere da Migliore, ma la forma è ancora indefinita, il disegno è appena abbozzato: oggi, ci ha indicato i problemi, ma non ancora le soluzioni.

C’è poi uno scoglio da superare: per modificare il Senato occorre l’approvazione della legge costituzionale che dovrà ottenere la maggioranza assoluta parlamentare (e la più robusta maggioranza qualificata dei due terzi per evitare l’eventuale successivo referendum). Il paradosso è che, oggi come oggi, questa maggioranza non c’è e se c’è è molto risicata: i partiti che sostengono l’attuale Governo Conte 2 superano a malapena il 50%, e proprio al Senato incontrano le maggiori difficoltà nel raggiungere i numeri necessari.

Martedì prossimo si voterà la fiducia al Governo in Senato (lunedì alla Camera, ma lì i numeri favorevoli ci sono). Facendo i conti, servono 161 voti favorevoli e ci sono 107 senatori del M5S, 51 del Pd, 4 di Leu. Il totale fa 161, ma bisogna togliere Paragone (M5S) che ha già fatto sapere che voterà contro. Servirebbe, quindi, l’ausilio del Gruppo misto e di quello delle Autonomie: un’altra decina di voti, ma non si sa ancora che direzioni prenderanno. Inoltre, qualcuno dei senatori a vita, a partire dall’ex premier Mario Monti, potrebbero votare la fiducia.  Si arriva così, nell’ipotesi più favorevole, a 172 voti e la fiducia al Governo passa: Conte ottiene via libera.

Siamo ancora ben lontani, però, dai numeri che sarebbero necessari il giorno in cui occorrerà votare per approvare le riforme costituzionali preannunciate. In quel momento, i ragionamenti saranno molto diversi. Non si tratterà di governare e realizzare, ma di tagliare e abolire. Insomma, mentre è probabile che la prossima settimana il Senato darà il voto di fiducia al Governo Conte 2, è difficile che un domani questo Senato, nell’attuale composizione, voterà una riforma per abolire sé stesso.



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