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Assegno una tantum separazione consensuale

8 Settembre 2019
Assegno una tantum separazione consensuale

Se, in sede di separazione, viene previsto il pagamento di un assegno forfettario a titolo di mantenimento, che succede al divorzio?

La legge [1] stabilisce che i coniugi, all’atto del divorzio, possono concordare, in luogo del versamento di un assegno di mantenimento mensile, un importo unico, da corrispondente in un’unica soluzione, a ristoro di ogni successiva ed eventuale pretesa dell’ex coniuge più debole. In questo modo, con un solo pagamento, viene definitivamente chiusa ogni partita tra i due ex, senza possibilità di ripensamenti. È quello che viene chiamato assegno una tantum che va, quindi, a sostituirsi all’assegno divorzile.

Dinanzi alla Cassazione, è stato chiesto, tuttavia, se sia possibile prevedere, anche in sede di separazione consensuale, l’assegno una tantum e che succede al divorzio. In buona sostanza, i giudici supremi sono stati chiamati a spiegare se sia legittima o meno l’ulteriore pretesa avanzata dall’ex coniuge al momento del divorzio, il quale però abbia già ricevuto il pagamento forfettario all’esito della separazione.

Ecco cosa è stato detto in questa occasione.

Si può chiedere l’assegno divorzile dopo aver ottenuto l’assegno una tantum alla separazione?

Facciamo un esempio pratico per comprendere come stanno le cose.

Luciana e Piero si separano. I due decidono di attivare un procedimento di separazione consensuale. In quella sede, Piero si impegna a versare a Luciana, in un’unica soluzione e al posto del mantenimento mensile, un assegno di 50mila euro che servirà per garantire a Luciana le spese per i primi anni, finché non troverà un lavoro fisso. I due firmano l’atto di separazione e, dopo qualche mese, iniziano le pratiche per il divorzio. In quell’occasione, però, Luciana chiede un assegno di divorzio di 300 euro al mese che le serviranno per pagare l’affitto. Piero si oppone sostenendo di aver già corrisposto all’ex moglie l’assegno una tantum e che questo si deve intendere a copertura di tutte le successive pretese. Insomma, secondo Piero non è più possibile alcuna richiesta economica. A sorpresa, però, il giudice dà ragione a Luciana. Perché?

Secondo la Cassazione, l’una tantum in sede di separazione non esclude la possibilità di chiedere, in un successivo momento, l’assegno di divorzio. L’accordo concluso dai coniugi alla separazione e concretizzatosi nel versamento alla donna di un’unica cifra forfettaria – anche se cospicua – non è sufficiente per escludere l’ulteriore onere a carico del marito, cioè girare alla prima, ogni mese, un assegno divorzile se ne sussistono i presupposti.

Le motivazioni della sentenza

Perché mai è possibile chiedere l’assegno divorzile dopo l’una tantum in sede di separazione consensuale? Secondo la pronuncia in commento, scatta l’assegno divorzile alla ex, che pure all’epoca della separazione ha ottenuto l’una tantum in base agli accordi fra le parti; accordi che sono nulli per illiceità della causa laddove escludono emolumenti futuri. La ragione è semplice: secondo la giurisprudenza, la corresponsione dell’assegno una tantum, infatti, può avvenire soltanto nel giudizio di divorzio e non in quello di separazione. Del resto, è il testo della stessa legge che prevede tale possibilità in caso di divorzio e non anche di separazione.

Dunque, è del tutto inutile – e pericoloso – concordare un assegno una tantum se ancora le parti devono procedere al divorzio. Solo in quest’ultima sede ha valore l’accordo di versare un unico contributo forfettario. Detto accordo metterà al riparo da ogni successiva pretesa economica: difatti non si potrà più chiedere una revisione del mantenimento.

Assegno divorzile: condizioni

Beninteso: l’assegnazione dell’assegno divorzile, in aggiunta all’assegno una tantum già corrisposto al momento della separazione, è subordinata all’accertamento, da parte del giudice, dell’assenza di autosufficienza economica da parte del coniuge richiedente. Devono, più in particolare, sussistere le condizioni indicate ormai dalla giurisprudenza di Cassazione, per come spiegato dalle Sezioni Unite della Cassazione nell’estate del 2018.

In particolare:

  • il coniuge richiedente non deve avere un reddito o tale reddito deve essere insufficiente a mantenersi;
  • il coniuge richiedente non deve essere ancora giovane e con una formazione tale cioè da consentirgli di trovare un posto di lavoro;
  • il coniuge richiedente deve dimostrare che l’assenza di capacità di autosostentamento non dipende da propria colpa. A tal fine, deve dimostrare di aver fatto di tutto per trovare un’occupazione, con l’invio di c.v., l’iscrizione all’ufficio per l’occupazione e la partecipazione a bandi e concorsi; oppure deve dimostrare di avere un’età avanzata o una condizione di salute tale da renderlo incapace di trovare un posto;
  • il coniuge richiedente, in alternativa, deve dimostrare di essersi dedicato per anni alla famiglia, contribuendo con il proprio lavoro domestico a garantire all’ex una maggiore concentrazione sul lavoro e sulla carriera.

La strategia in caso di separazione

Il comportamento più corretto, in questi casi, è quindi concordare un assegno di mantenimento mensile all’atto della separazione, avviare il più presto possibile le pratiche per il divorzio e, solo in questa sede, stabilire un ammontare dell’assegno una tantum. Attenzione, però: non è possibile anticipare tale misura già alla separazione, ossia accordarsi su quello che sarà l’importo da corrispondere al momento del divorzio. I due giudizi sono autonomi e si corre il rischio di subire un ripensamento al quale non ci si potrebbe opporre.

Dunque, premesso che alla separazione (anche se consensuale) non si può mai fissare l’assegno una tantum, durante questo giudizio si possono solo concordare le condizioni economiche fino al divorzio e non anche quelle successive. È solo all’atto del divorzio che saranno definiti i patti “definitivi” tra ex coniugi.


note

[1] Art. 5 Legge n. 898/1970.

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 maggio – 6 settembre 2019, n. 22401

Presidente Scaldaferri – Relatore Acierno

Fatti di causa e ragioni della decisione

La Corte d’Appello di Bologna, in riforma della sentenza di primo grado, ha posto a carico di Pi. Pi., ex coniuge divorziato di An. Ac., la somma di 200 Euro mensili a titolo di assegno divorzile.

A sostegno della decisione ha rilevato che il tribunale, ritenuta la esaustività degli accordi assunti in sede di separazione consensuale – consistenti nel versamento di 200 milioni di lire alla Ac. – aveva tenuto in considerazione tali accordi al fine di escludere, unitamente alla percezione della pensione d’invalidità, lo stato di bisogno della ricorrente.

Il giudice di secondo grado, al contrario, ha ritenuto, che tali accordi, per la parte in cui escludevano per il futuro di poter richiedere emolumenti in sede di divorzio, dovevano ritenersi nulli per illiceità della causa e che la corresponsione di una tantum può avvenire soltanto in sede di giudizio di divorzio. Nella specie, applicando il criterio assistenziale così come declinato nella pronuncia n. 11504 del 2017, doveva riconoscersi alla Ac. un assegno pari a 200 Euro mensili in quanto la stessa è risultata priva di autosufficienza economica, inidonea al lavoro e affetta da serie psicopatologie oltre che priva di una stabile abitazione. La pensione infine è risultata di ammontare esiguo.

Avverso la pronuncia ha proposto ricorso per cassazione Pi. Pi. affidato a due motivi. Ha resistito con controricorso la Ac..

Nel primo ha dedotto la violazione dell’ art. 5 L. n. 898 del 1970 per avere la Corte d’Appello non considerato che le somme già corrisposte unite alla pensione d’invalidità portavano ad escludere la situazione di non autosufficienza economica.

La censura è inammissibile perché mira a contestare la valutazione svolta in fatto sulla condizione di non autosufficienza economica della controricorrente.

Nel secondo motivo viene dedotta la nullità della sentenza impugnata perché non è stato preventivamente accertato se alla controricorrente fosse stato nominato un amministratore di sostegno, ciò che avrebbe escluso la validità della sottoscrizione del ricorso introduttivo del giudizio.

La censura confusamente prospettata appare del tutto nuova e conseguentemente inammissibile.

In conclusione il ricorso è inammissibile. Deve essere applicato il principio della soccombenza in relazione alle spese processuali.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali in favore della parte controricorrente da liquidarsi in Euro 1100 per compensi, Euro 100 per esborsi oltre accessori di legge.

Sussistono le condizioni per l’applicazione dell’art. 13 comma 1 quarter D.P.R. n. 115 del 2002.


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