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Assegno una tantum all’ex coniuge dopo il divorzio

8 Settembre 2019
Assegno una tantum all’ex coniuge dopo il divorzio

Assegno di mantenimento mensile e di divorzio: marito e moglie possono però prevedere, in sostituzione, il pagamento di un assegno forfettario anche in favore dei figli, con il trasferimento di una casa o altro immobile che costituisca una rendita.

Se è vero che, il più delle volte, dal momento del divorzio, il coniuge col reddito più alto è tenuto a versare all’ex un assegno di mantenimento mensile, la legge [1] consente alle parti di accordarsi per il pagamento dell’assegno di divorzio in un’unica soluzione. È ciò che viene chiamato “assegno una tantum“. Si tratta di un importo forfettario, determinato non a titolo di risarcimento per le spese sostenute a causa del matrimonio e per la successiva convivenza, né per il dolore morale causato dal distacco. L’assegno una tantum ha la stessa funzione dell’assegno di mantenimento: andare a riequilibrare le capacità economiche delle due parti, tenendo conto dell’incapacità di quella più debole di procurarsi una propria autonomia. Proprio per questo, l’entità dell’assegno non è completamente rimessa alla discrezione delle parti, potendo il giudice dire l’ultima parola, verificando cioè se la misura è equa e bilanciata.

Qui di seguito vedremo come funziona l’assegno una tantum all’ex coniuge dopo il divorzio, quali sono i suoi presupposti, le garanzie che comporta, i doveri delle parti. Ma procediamo con ordine.

Assegno una tantum: quando può essere concordato?

L’assegno una tantum può essere concordato solo all’atto del divorzio e non alla separazione. L’eventuale accordo di separazione consensuale, che preveda il pagamento di un assegno una tantum, sarebbe nullo e non produrrebbe effetti. Con la conseguenza che, chi lo ha ricevuto, ben potrebbe chiedere al momento del divorzio un nuovo assegno mensile. Non importa, quindi, ciò che è stato scritto nell’atto siglato davanti al giudice con l’accordo di entrambi i coniugi. Tale principio è stato affermato proprio di recente dalla Cassazione [2].

Effetti dell’assegno una tantum

Come noto, quando viene determinato un assegno divorzile mensile, è sempre possibile una revisione dell’importo anche dopo la causa di divorzio. Ciò perché, se mutano le condizioni economiche di uno dei due coniugi rispetto all’epoca in cui fu emessa la sentenza è legittimo chiedere una diminuzione (da parte di chi deve pagare) o un aumento (da parte di chi deve ricevere) dell’importo. A tal fine però è necessario un apposito ricorso al giudice che valuterà se effettivamente sono cambiati i presupposti di fatto tra le parti e i rispettivi redditi.

Al contrario, il principale effetto dell’assegno una tantum è quello di definire, una volta per tutte, i rapporti patrimoniali tra gli ex coniugi. Risultato: il versamento dell’una tantum esclude che possa essere proposta una successiva richiesta di revisione dell’assegno, un’ulteriore pretesa patrimoniale o altra domanda di contenuto economico da parte del coniuge più debole. Se peggiorano le sue condizioni economiche, questi non potrà invocare un’integrazione di quanto già percepito [3] e dovrà accontentarsi di quanto già percepito.

È dubbia anche la possibilità di invocare lo stato di bisogno ai fini dell’esperimento della domanda alimentare [4].

Assegno una tantum: quale importo?

Come anticipato, questa modalità di pagamento dell’assegno di divorzio è rimessa in via esclusiva all’accordo tra le parti, che decidono sia il tipo di pagamento che il suo importo. La scelta non può essere imposta dal giudice. Con la conseguenza che, se marito e moglie optano per una separazione giudiziale, non trovando l’accordo sulle condizioni economiche, il giudice potrà fissare soltanto (sempre che ne sussistano le condizioni) un assegno dovizie mensile – che resta l’unica regola – e, giammai, imporre l’assegno una tantum.

L’unico potere che residua al tribunale è verificare se l’entità dell’assegno stabilita dalle parti sia equa. Non si può, ad esempio, corrispondere un importo simbolico a una donna che, con oltre 50 anni, si è sempre dedicata alla casa e alla famiglia, rinunciando al proprio lavoro.

Il giudice svolge, quindi, una funzione di controllo sugli accordi dei coniugi, potendo eventualmente negare il giudizio di equità qualora l’importo pattuito si discosti palesemente da parametri corretti. Nella prassi i tribunali tendono a fare un controllo meramente formale e quasi mai viene chiesto alle parti di dare conto del criterio seguito per determinare in concreto la somma concordata.

Bisogna quindi tenere conto che l’una tantum serve per garantire, a chi percepisce la somma, di godere di una rendita vitalizia pari all’assegno, per tutta la durata della sua vita probabile. Il criterio aritmetico per determinare l’una tantum è per lo più quello utilizzato per determinare il capitale da conferire per la costituzione di una rendita vitalizia e il tasso di interessi di riferimento è quello di mercato per titoli a lungo termine.

Secondo la giurisprudenza, l’assegno una tantum di divorzio va quantificato in base al seguente conteggio: rendita annuale calcolata sulla base del presunto assegno di divorzio dovuto al coniuge economicamente più debole, moltiplicata per il coefficiente fisso relativo all’età di cui alla tabella sull’usufrutto (allegata al DPR 131/86).

Se l’assegno è pari ad € 1.000 mensili e il coniuge ha 35 anni (coefficiente di usufrutto pari a 28,25), allora € 12.000 × 28,25 = € 339.000.

In realtà, nella prassi, per favorire la liquidazione in unica soluzione, si utilizzano criteri di determinazione elastici, che portino a somme meno cospicue, quali, ad esempio, il calcolo effettuato sulla base di una percentuale dell’indennità di fine rapporto (50% / 60% o più), ovvero la cessione gratuita di un immobile, oppure impegni economici specifici, quali gli acquisti di beni mobili di particolare valore o di azioni o altro [5].

Come avviene il pagamento dell’assegno una tantum?

Anche le modalità pratiche di versamento dell’assegno sono rimesse alle parti che possono, ad esempio, concordare un bonifico, un versamento rateale, il trasferimento di beni mobili (azioni, obbligazioni, ecc.), oppure il trasferimento della proprietà di un immobile [6].

Nel caso di pagamento dell’una tantum in forma rateale, se il beneficiario contrae, nel frattempo, un nuovo matrimonio o inizia una nuova convivenza, l’obbligo di versare le successive rate non viene meno come invece avverrebbe in caso di versamento dell’assegno divorzile su base mensile [7].

Mantenimento una tantum a favore dei figli

La giurisprudenza ammette il pagamento dell’assegno una tantum anche a favore dei figli, sostituendo, quindi, l’assegno di mantenimento periodico [8]. Anche in questo caso, l’accordo può prevedere che la somma venga liquidata attraverso l’intestazione di un immobile a favore del figlio stesso, che funga magari da rendita vitalizia grazie ai contratti di locazione.

Se viene disposto l’assegno una tantum in favore solo dei figli, l’ex coniuge a cui, invece, sia stato riconosciuto l’assegno divorzile mensile ne può sempre chiedere la successiva revisione per mutamento delle condizioni economiche.

L’accordo dei coniugi volto a prevedere un assegno una tantum a favore dei figli è soggetto al controllo di equità del giudice. Qui, la verifica è più attenta rispetto a quanto succede per i patti tra coniugi: il tribunale, infatti, si fa garante dei minori i cui diritti non sono disponibili e vanno tutelati e garantiti da parte di un soggetto terzo super partes.


note

[1] Art. 5 Legge n. 898/1970.

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

[3] Cass. 5 gennaio 2001 n. 126, Cass. 27 luglio 1998 n. 7365

[4] A favore: Cass. 27 luglio 1998 n. 7365. Contraria: Cass. 6 aprile 1977 n. 1305.

[5] Così riportato in Memento, Famiglia.

[6] Cass. 5 settembre 2003 n. 12939.

[7] Cass. 24 maggio 2007 n. 12157.

[8] Cass. 2 febbraio 2005 n. 2088, Cass. 17 giugno 2004 n. 11342; contrari invece: Trib. Modena 11 luglio 2005, Trib. Catania 1 dicembre 1990.


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