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Ti faccio arrestare, si può dire?

8 Settembre 2019
Ti faccio arrestare, si può dire?

Minaccia o esercizio dei propri diritti di difesa? L’accusa infondata può causare problemi penali?

Immagina un litigio tra due vicini di casa o tra un dipendente e il suo capo. Uno dei due contesta all’altro un illecito che, a suo dire, avrebbe ripercussioni penali. Così lo minaccia a gran voce «Ti faccio arrestare» e magari lo dice così forte che anche altre persone lo sentono. Il destinatario dell’avvertimento si sente in parte minacciato e in parte infangato nella propria reputazione. Così decide di fare qualcosa per punire la frase incriminata. Prima ancora di andare alla polizia, si rivolge al proprio avvocato e gli chiede: si può dire “ti faccio arrestare”? Se il suo legale conosce la sentenza che la Cassazione penale ha emesso pochi giorni fa [1], gli risponderà pressappoco nel seguente modo.

Il reato di minaccia

Minacciare qualcuno può essere reato solo a patto che l’evento prospettato alla vittima:

  • dipenda dalle possibilità del reo, rientrando quindi nella sfera dell’agente e non da fattori esterni;
  • si sostanzi in un fatto ingiusto.

Dire ad esempio: «Morirai di un grave male» non è reato di minaccia perché l’evento – la morte – per quanto ingiusto, non dipende dalle capacità di chi agisce.

Dire: «Ti trascino in tribunale e ti rovino» non è reato di minaccia sia perché la condanna dipende da un soggetto terzo – il giudice – che non è l’agente, ma anche e soprattutto perché il male prospettato non è ingiusto: la stessa Costituzione riconosce il diritto di agire in giudizio per tutelare i propri diritti. Starà al giudice, nell’ipotesi in cui l’azione legale sia infondata, condannare il ricorrente alle spese legali e a tutte le conseguenze per la lite temeraria.

Ti faccio arrestare, ti porto in tribunale è reato?

Pertanto, dire a una persona «ti faccio arrestare», anche se per qualcosa che non ha commesso, non è reato. Difatti, l’evento rappresentato alla vittima – l’arresto – dipende, innanzitutto, da una valutazione che solo l’autorità giudiziaria può compiere e non rientra nella sfera dell’agente. In secondo luogo, si tratta di un risultato del tutto eventuale, subordinato appunto alla sentenza del tribunale o alla sussistenza dei presupposti di legge che attribuisce alla polizia il potere di procedere all’arresto in flagranza o anche in assenza di precedente autorizzazione della magistratura.

A tutto voler concedere, è possibile solo denunciare una persona e non certo farla arrestare, dando già per scontato che la propria azione porti a un determinato risultato. E per la denuncia infondata, peraltro, è proprio chi agisce a rischiare di più ben potendo essere denunciato a sua volta per calunnia.

Insomma, non c’è nulla di male nel dire «ti faccio arrestare».

Dunque, chi dice «ti trascino in tribunale, ti rovino…» non commette reato perché sta esercitando un proprio diritto costituzionale e nessuno gli potrà impedire di ricorrere al giudice. Non commette, quindi, il reato di minaccia, ma se la sua pretesa dovesse risultare priva dei fondamenti giuridici potrebbe essere chiamato a pagare le spese processuali o a risarcire la parte trascinata inutilmente in giudizio. Ma, a tal fine, vi sono appositi rimedi previsti dai Codici di procedura civile e penale. Il reato di minaccia, dunque, non c’entra nulla.

Di conseguenza, si può escludere, concludono i magistrati, «il carattere minatorio dell’espressione proferita dall’imputato» poiché «la verificazione del male minacciato non dipendeva dalla sua volontà».

Se, poi, la frase viene considerata ingiuriosa e disonorevole agli occhi degli eventuali presenti non è un fatto che interessa la legge, per la quale tale comportamento in sé non ha alcun risvolto penale.

Ma allora cos’è una minaccia?

Tutte le frasi che prospettino alla vittima un evento ingiusto e grave, ma che siano nello stesso tempo credibili, integrano la minaccia. Non sarebbe una minaccia dire «Ti faccio cadere la luna in testa», ma lo è di certo «ti incendio l’auto». Abbiamo fornito un’ampia casistica nell’articolo Frasi di minaccia.

Per maggiori approfondimenti leggi anche Ti sistemo io, ti faccio vedere io, te la faccio pagare.

Ulteriori chiarimenti in:

note

[1] Cass. sent. n. 37189/19 del 5.09.2019.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 1 luglio – 5 settembre 2019, n. 37189

Presidente Sabeone – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Avellino, in funzione di giudice d’appello avverso i provvedimenti del giudice di pace, chiamato a pronunciarsi sull’impugnazione proposta da Gu. Al. avverso la sentenza di prima cura, che l’aveva condannato per ingiuria e minaccia in danno di Si. Fi., ha, con la sentenza impugnata, assolto l’imputato dall’ingiuria perché non più prevista come reato e l’ha prosciolto dalla minaccia perché estinta per prescrizione. Ha confermato, tuttavia, la condanna (generica) al risarcimento dei danni per la minaccia.

Secondo l’accusa, condivisa dai giudici di merito, il Gu. – dirigente scolastico dell’Istituto d’Arte “De Luca” – minacciò di attentare all’integrità fisica della Si., che lavorava nel medesimo istituto come assistente amministrativo, dicendogli: “stai attenta che ti faccio arrestare. Ti rovino”.

2. Ha presentato ricorso per Cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, lamentando:

a) la nullità della citazione in appello, derivante dal fatto che la citazione è stata effettuata per un’udienza camerale, invece che per un’udienza dibattimentale. Infatti, l’avviso notificato all’imputato conteneva la dizione “i destinatari del presente decreto saranno sentiti se compaiono” e, quindi, senza l’avviso che, in mancanza di comparizione, l’imputato sarebbe stato dichiarato contumace, ovvero che si sarebbe proceduto in sua assenza;

b) la nullità del giudizio di appello, celebrato nella “assenza” dell’imputato in violazione delle disposizioni della legge 67 del 28/4/2014. Tanto perché, continuando ad applicarsi le vecchie norme, doveva darsi atto – nel decreto di citazione in appello – del ricorso al rito contumaciale;

c) la nullità della citazione a giudizio in primo grado, effettuata alla sua residenza anagrafica (in via Santa Lucia di Tufo) nonostante egli si fosse da tempo trasferito in via Imbimbo, n. 12, ove aveva stabilito il domicilio (pur senza trasferire la residenza anagrafica);

d) la violazione dell’art. 612 cod. pen., per l’assenza di contenuto minatorio nell’espressione a lui addebitata, anche in relazione al contesto in cui era stata proferita;

e) l’illogicità della motivazione concernente il giudizio di responsabilità, per essere mancata la verifica della attendibilità della persona offesa, le cui dichiarazioni sono contraddette dalla “prova logica” (mancata indicazione delle ragioni che l’avrebbero spinto a minacciare una dipendente), oltre ad essere state condizionate dall’acredine nutrito nei suoi confronti;

f) la violazione dell’art. 34 D.Lgs. 274/2000 per essere stata esclusa, “con assoluto difetto di motivazione”, la particolare tenuità del fatto.

Considerato in diritto

La sentenza va annullata per insussistenza del fatto. L’espressione minatoria sarebbe consistita, invero, nell’aver prospettato alla persona offesa l’eventualità di farla arrestare (e di rovinarla in tal modo). Ciò al termine di una discussione svoltasi in locali pubblici e per ragioni attinenti all’espletamento del servizio cui Fi. Si. era addetta.

Tale condotta non era idonea a incutere alcun timore giuridicamente rilevante, per la semplice e ovvia ragione che Gu. – dipendente della Pubblica Amministrazione – non era in grado di far arrestare nessuno, potendo, al massimo, denunciare la sottoposta per presunti reati. E’ ovvio che, ove l’avesse fatto, Gu. avrebbe sottoposto le sue lagnanze all’ufficio competente, al quale sarebbe spettata, poi, la decisione sul da farsi. Tale distribuzione di competenze, perfettamente nota alla Si. (anch’ella dipendente della Pubblica Amministrazione e certamente consapevole del poteri di Dirigente scolastico), esclude il carattere minatorio dell’espressione proferita dall’imputato, per l’evidente ragione che la verificazione del male minacciato non dipendeva dalla volontà di quest’ultimo. Nell’espressione contestata avrebbero potuto ravvisarsi, al più, gli elementi dell’ingiuria, ove si fosse ritenuto che Gu., evocando una situazione passibile di sfociare in arresto, avesse immotivatamente attribuito alla sottoposta condotte penalmente rilevanti.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste; revoca le statuizioni civili.


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