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Se la casa coniugale è dei suoceri

8 Settembre 2019
Se la casa coniugale è dei suoceri

Separazione: alla madre spetta il diritto di abitazione nell’appartamento concesso in prestito dai genitori dell’ex marito?

Succede non di rado che l’abitazione ove la giovane coppia va a vivere sia data in prestito dai genitori di uno dei due coniugi. Si crea, in questi casi, anche verbalmente, un contratto di comodato che, come noto, non deve essere necessariamente né scritto, né registrato. Immaginiamo allora che un ragazzo, in vista delle imminenti nozze, ottenga dal padre la possibilità di abitare in un piccolo appartamento intestato a quest’ultimo. Il giovane, insieme alla moglie, vi va a vivere e vi fissa la residenza familiare.

Dopo due anni, i due, che nel frattempo hanno avuto un bambino, iniziano a litigare e decidono di separarsi. Lei pretende di restare dentro l’immobile in quanto ha chiesto e ottenuto, dal tribunale, l’affidamento e la collocazione presso di sé del minore. Può farlo? I genitori di lui possono mandarla via da casa loro solo perché non è più sposata con il proprio figlio? Che succede se la casa coniugale è dei suoceri?

Chiaramente, l’esempio può ripetersi anche a parti invertite, sebbene sia molto raro che i bambini, specie se ancora in tenera età, vengano collocati insieme al papà.

L’esempio che abbiamo fatto si ripete spesso nelle nostre realtà, complice anche la difficoltà delle famiglie moderne di affrontare un mutuo, specie durante i primi anni di matrimonio. Così, quando uno dei due non è già titolare di un immobile ricevuto in donazione o in eredità (immobile che, in tal caso, non cade nella comunione legale e resta di proprietà esclusiva), non resta che far ricorso all’affitto o, appunto, al comodato.

La Cassazione è stata più volte chiamata a decidere che succede, al momento della separazione e/o del divorzio, se la casa coniugale è dei suoceri: va restituita o può restare all’ex moglie? Ecco quali sono stati i chiarimenti forniti in merito.

Casa dei suoceri in prestito: come fare

Come abbiamo già anticipato in apertura, se i genitori di uno dei due coniugi vogliono dare in prestito la propria casa al figlio in vista delle nozze o anche dopo l’avvenuto matrimonio, non devono fare altro che stipulare un contratto di comodato. Questo contratto corrisponde, nel linguaggio giuridico, a ciò che comunemente chiamiamo “prestito”.

Il comodato è a titolo gratuito, con ciò distinguendosi dall’affitto: non è, quindi, necessario concordare un corrispettivo a titolo di canone. Si può, tuttavia, decidere che il comodatario (chi prende in prestito l’immobile) svolga i lavori di ristrutturazione a proprie spese.

Concludere un comodato è un gioco da ragazzi anche se, come vedremo a breve, può nascondere delle insidie. Dicevamo, infatti, che, affinché il comodato abbia effetto, basta semplicemente un’intesa verbale e, quindi, la consegna delle chiavi dell’appartamento. In altri termini, i genitori, nell’affidare la disponibilità dell’immobile al proprio figlio, realizzano, anche se inconsapevolmente, gli effetti di un contratto di comodato. Non devono andare per forza da un notaio o mettere il patto per iscritto e formalizzarlo [1].

Tuttavia, nell’ipotesi in cui si decida di redigere il contratto di comodato su un documento di carta (la cosiddetta «scrittura privata») è poi necessario registrarlo all’Agenzia delle Entrate per dargli una “data certa”. La legge, infatti, stabilisce che il contratto di comodato scritto deve essere per forza registrato; quello che, invece, resta verbale non deve essere registrato.

La registrazione deve avvenire entro 20 giorni dalla data della stipula oppure, se antecedente, dalla data della decorrenza indicata nel contratto di comodato.

Spese per la casa dei suoceri: a chi spettano?

Il Codice civile stabilisce [2] che il comodatario non ha diritto al rimborso delle spese sostenute per servirsi della cosa, salvo per le spese straordinarie necessarie e urgenti.

Questo significa che ogni intervento sull’immobile deve essere preferibilmente concordato prima con il proprietario e solo questi può stabilire se accordare o meno il rimborso. Se non c’è tale patto, il comodatario deve sapere che ciò che spenderà per utilizzare il bene nel migliore dei modi non gli sarà restituito, salvo per quelle spese necessarie e urgenti come, ad esempio, la riparazione di un tetto che sta crollando o da cui piove acqua.

Quando scade il comodato?

Il Codice civile [3] detta una disciplina molto particolare per quanto attiene alla scadenza del contratto di comodato. Cercheremo qui di seguito di semplificarla, tenendo conto che quanto andremo a dire ci servirà anche a capire meglio cosa succede qualora la giovane coppia di comodatari decida di separarsi.

Possiamo distinguere due ipotesi di contratto di comodato.

Comodato con termine di scadenza

Nel contratto di comodato scritto, può essere previsto un termine di scadenza. In tali ipotesi, il comodatario è tenuto a restituire il bene ricevuto alla scadenza del termine stesso. Si parla, in questi casi, di comodato non precario.

Se, tuttavia, prima di tale termine, il comodante ha un urgente e imprevedibile bisogno dell’immobile, ne può pretendere l’immediata restituzione. Naturalmente, l’urgenza e la necessità devono essere dimostrati in modo molto puntuale dal proprietario.

A questa ipotesi viene equiparata quella del comodato ove, pur non essendo indicato un termine di scadenza, viene riportata una specifica finalità per cui l’uso del bene è destinato. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi del padre che presta la propria casa al figlio finché quest’ultimo non abbia finito di ristrutturare un altro immobile o non abbia ottenuto dal costruttore l’appartamento acquistato “sulla carta”. In pratica, anche qui, c’è un termine, ma questo non è esplicitato in una data già certa alle parti: il termine è “tacito”. In tale ipotesi, il comodatario è tenuto a restituire l’immobile non appena se ne è servito in conformità del contratto, ossia quando si verifica la condizione concordata tra le parti. Ed anche qui, il comodante può pretenderne la restituzione sopraggiungendo un’esigenza urgente e imprevedibile.

Comodato senza termine di scadenza

Se non è stato convenuto un termine né questo risulta dall’uso a cui la cosa doveva essere destinata, il comodatario è tenuto a restituirla non appena il comodante la richiede.

In tale ipotesi, si parla del cosiddetto comodato precario, cioè un comodato senza indicazione, tacita o espressa, del termine. In questo caso, è lo stesso comodante che decide quando estinguere il rapporto e chiedere al comodatario la restituzione della cosa (restituzione immediata e senza preavviso).

Separazione e casa dei suoceri: va restituita?

Veniamo ora all’eventualità in cui la coppia di comodatari – figlio e nuora – si lascino. Con la separazione il giudice, di norma, assegna la casa al genitore presso cui vanno a vivere i figli, che nel 90% dei casi è la madre. Si può, però, assegnare una casa che è di proprietà di altri soggetti, nel caso di specie dei suoceri? Tutto dipende dal tipo di comodato concordato.

Se, infatti, si tratta di comodato con data di scadenza specificata nel contratto (scritto), allora la donna dovrà andare via dall’immobile e lasciarlo ai legittimi proprietari.

Invece, se nel contratto (evidentemente anche verbale) non viene indicato un preciso giorno, mese ed anno di restituzione dell’immobile, lo stesso si ritiene concesso in prestito per venire incontro alle esigenze abitative del nucleo familiare: sicché, fin quando queste persistono – nonostante la separazione dei coniugi – la casa non va restituita.

Detto in termini pratici, la moglie può ottenere l’assegnazione della casa dei propri suoceri a condizione che:

  • il tribunale abbia deciso di affidare (o meglio “collocare”) i figli presso la madre. In una coppia senza figli, pertanto, l’immobile va sempre restituito ai suoceri;
  • il contratto di comodato non abbia una specifica data di scadenza;
  • i figli vivano ancora con la madre. Nel momento in cui andranno via, l’immobile andrà restituito ai suoceri.

I suoceri, comunque, possono pretendere la restituzione del bene solo se riescono a dimostrare una esigenza sopravvenuta e urgente (si pensi a un pignoramento e vendita della casa in cui vivevano, con evidente necessità di un tetto).

Secondo la Cassazione [5], il comodato di un bene immobile, espressamente stipulato senza limiti di durata a favore del figlio perché vi vada a vivere con la moglie, è vincolato alle esigenze abitative familiari; il comodante deve, quindi, concedere l’immobile anche dopo l’eventuale separazione, a meno che non intervenga un suo urgente e imprevisto bisogno.

Invece, se nel contratto di comodato figura un termine di scadenza, il comodatario (il figlio o la moglie) sarà tenuto a restituire l’immobile allo scioglimento del matrimonio. Se, invece, il comodato non è a termine ma lo scopo non è quello delle esigenze familiari del figlio, l’immobile va restituito anche a semplice richiesta del comodante.

Coppie di conviventi di fatto

Le regole appena enunciate valgono non solo per le coppie sposate, ma anche per quelle di conviventi di fatto. Anche ad essi, quindi, si applica la disciplina sul comodato precario e sull’obbligo di assegnazione della casa alla madre seppur non sposata.

Quando l’ex moglie deve restituire la casa ai suoceri

Una volta stabilito che la casa in comodato va alla nuora affinché vi cresca i figli, si applicheranno tutte le normali regole in tema di assegnazione della casa coniugale e relative cause di decadenza. Leggi Perdita diritto abitazione casa coniugale.

Ecco un elenco di ipotesi:

  • i figli diventano maggiorenni e vanno a vivere da soli;
  • i figli diventano maggiorenni e acquistano una propria autonomia economica che consente loro di andare ad abitare in affitto o di acquistare un proprio immobile;
  • la madre va a vivere altrove insieme ai figli (ad esempio a casa dei propri genitori);
  • la madre inizia una convivenza con un nuovo uomo.

Proprio su quest’ultimo caso si è pronunciata di recente la Cassazione [6]. Secondo la Corte, Con la nuova convivenza si perde la casa in comodato. La suocera (anche quella “di fatto”) può riavere indietro l’appartamento dato in comodato, senza scadenza, per esigenze familiari al figlio e alla sua compagna conviventi, se i due si lasciano e la donna compra un’altra abitazione con il nuovo compagno, occupando l’immobile in comodato solo di notte.


note

[1] Artt. 1803-1809 cod. civ.

[2] Art. 1808 cod. civ.

[3] Art. 1809 cod. civ.

[4] Art. 18010 cod. civ.

[5] Cass. S.U. sent. n. 13603/2004, n. 20448/2014.

[6] Cass. sent. n. 21785/19.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 12 febbraio – 29 agosto 2019, n. 21785

Presidente Travaglino – Relatore Moscarini

Fatti di causa

M.B. presentò ricorso ex art. 447 bis c.p.c. rappresentando di aver concesso in comodato gratuito al figlio F.M. , e alla convivente more uxorio L.F. , un appartamento sito in Trevi di sua proprietà senza alcun termine di durata per soddisfare le esigenze abitative della famiglia di fatto; che la convivenza era cessata per avere la L. stretto una relazione con un’altra persona e per aver la medesima acquistato un’altra casa in comproprietà col nuovo compagno, detenendo l’immobile ricevuto in comodato solo di notte; che, nel frattempo, ad essa comodante era sopravvenuto un urgente ed imprevedibile bisogno abitativo. Sulla base di questi presupposti chiese al Tribunale di Spoleto che ordinasse a L.F. il rilascio dell’immobile.

Il Tribunale di Spoleto, con sentenza del 21/11/2013, rigettò la domanda, ritenendo insussistenti i presupposti per il rilascio dell’appartamento ad nutum non essendo venuta meno la destinazione dell’abitazione a casa familiare e non risultando provato l’urgente ed imprevedibile bisogno della comodante.

La Corte d’Appello di Perugia, adita dalla M. , con sentenza n. 582 del 29/10/2015, per quel che ancora di interesse in questa sede, accolto l’appello, prendendo solo apparentemente le distanze dalla giurisprudenza di questa Corte, anche a Sezioni Unite (SU n. 13063/04 e 20448/14) secondo la quale il comodato, concesso ad un nucleo familiare, non è recedibile ad nutum avendo una durata funzionalmente legata alla permanenza della famiglia pur se in crisi; ha ritenuto che, in mancanza di un termine, il medesimo debba essere stabilito, in applicazione dei principi di buona fede nell’esecuzione del contratto, con riguardo al momento in cui la coppia raggiunga una condizione economica adeguata e sufficiente per provvedere all’abitazione familiare in modo autonomo, di guisa da potersi configurare il diritto del comodante alla restituzione ad nutum ex art. 1810 c.c., secondo quanto previsto anche dalla giurisprudenza di questa Corte (Cass., n. 15877 del 2013). Ciò anche alla luce dell’uso puramente strumentale, di notte, dell’abitazione da parte della L. che aveva, nel frattempo, non solo interrotto la convivenza con il figlio della M. ma aveva altresì acquistato un’altra casa con un nuovo compagno continuando a detenere quella data in comodato solo strumentalmente di notte, ed in ragione del lungo lasso di tempo intercorso (17 anni) dall’inizio del comodato. La conclusione dell’impugnata sentenza è che la comodante avesse diritto alla restituzione dell’immobile senza alcun onere di giustificazione ai sensi dell’art. 1809 c.c., comma 2. In accoglimento dell’appello la Corte di merito ha condannato la L. al rilascio dell’immobile in favore di M.B. , compensando integralmente tra le parti le spese dei due gradi di giudizio.

Avverso la sentenza L.F. propone ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. M.B. resiste con controricorso, illustrato da memoria. Il P.G. ha depositato proprie conclusioni scritte nel senso del rigetto del ricorso.

Ragioni della decisione

1.Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1809 e 1810 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma n. 3, per avere la Corte d’Appello di Perugia ritenuto che il contratto di comodato intercorrente tra le parti in causa, pur essendo volto a soddisfare le esigenze della famiglia di fatto, dovesse essere ascritto al genus del contratto di comodato precario, con la conseguente possibilità per il comodante di esigere la restituzione del bene ad nutum. Questa tesi contrasterebbe con la giurisprudenza consolidata di questa Corte che esclude, nel caso di comodato concesso per l’abitazione di un nucleo familiare, la possibilità del recesso ad nutum.

Il motivo è fondato, sebbene ciò non consenta di pervenire ad una decisione di accoglimento del ricorso perché la sentenza si basa su più rationes decidendi, alcune delle quali resistono ai motivi di ricorso.

Il comodato avente finalità di tutela delle esigenze abitative familiari è stato equiparato al comodato a tempo indeterminato, a condizione che siano tutelate le superiori esigenze della famiglia anche di fatto (Cass., U, n. 13603 del 217/2004; Cass., 1, n. 16769 del 2/10/2012; Cass., 3, n. 13592 del 21/6/2011). Questo indirizzo giurisprudenziale appare nel tempo mitigato dall’esigenza di valutare, fattispecie per fattispecie, i singoli interessi in effetti in contrasto, ed in alcuni casi il tralatizio orientamento che vede il collegamento del comodato alle esigenze della famiglia è stato rivisto alla luce della scomposizione dell’originario nucleo familiare e della possibilità che se ne crei uno nuovo. In tutti i casi in cui venga meno la destinazione del comodato ad abitazione familiare per esempio in coincidenza con una crisi familiare, è stata riconosciuta la possibilità che il medesimo sia risolto ad nutum.

Ora nel caso in esame, per quanto la ratio decidendi, se correlata alla mera funzionalizzazione del comodato alla tutela delle esigenze familiari, avrebbe potuto condurre astrattamente all’accoglimento del motivo di ricorso, le caratteristiche concrete del rapporto quali dedotte in giudizio fanno invece propendere per la cessazione del comodato in ragione del venir meno della reale destinazione della casa concessa alla L. per esigenze familiari. È pacifico e non contestato in giudizio che la L. abbia ricreato un nuovo nucleo familiare con altra persona e con questa nuova persona abbia anche acquistato un nuovo immobile nel quale ha trasferito la propria casa. È altresì incontestato che, mentre nella nuova abitazione si svolge la vita familiare della L. e della figlia, la vecchia abitazione sia rimasta occupata, a meri fini strumentali, per evitare cioè una pronuncia di restituzione dell’immobile alla legittima proprietaria, soltanto di notte. Da quanto esposto deriva che le esigenze connesse all’uso familiare dell’immobile concesso in comodato sono certamente venute meno (Cass., U n. 20448 del 29/9/2014), con la conseguente incensurabilità del capo di sentenza che ha escluso la possibilità che il comodato duri fino al permanere delle esigenze della famiglia e che ha richiesto al giudice di valutare, sulla base dell’esecuzione in buona fede del contratto, quale debba essere il termine oltre il quale la durata del comodato diventa priva di una causa apprezzabile e meritevole di tutela secondo l’ordinamento giuridico. Nel caso di specie la sentenza ha correttamente attribuito rilievo decisivo all’avvenuto acquisto di un nuovo immobile da parte della L. con il nuovo compagno, il che implica logicamente la dissoluzione del nucleo familiare beneficiario e l’obbligo di restituzione del bene. Dunque, ancorché astrattamente il primo motivo dovrebbe ritenersi fondato con assorbimento del quarto, volto a denunciare l’omesso esame di un fatto decisivo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 avente ad oggetto la valutazione della portata delle dichiarazioni rese dalla M. sulla durata del contratto, essendo del tutto irrilevante accertare se la M. avesse o meno confessato la durata “familiare” del contratto medesimo, il ricorso merita comunque di essere rigettato.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2727 c.c. per avere il giudice fondato il proprio convincimento su presunzioni tratte da fatti ignoti per stabilire la fine della convivenza (miglioramento della condizione economica e capacità di provvedere da sé alle proprie esigenze abitative), con ciò violando le norme sulle presunzioni.

La ricorrente nega la sussistenza di una valida prova dei fatti affermati in sentenza, ovvero che fosse stata convenuta la cessazione del comodato al raggiungimento di una condizione economica adeguata e sufficiente per provvedere in modo autonomo all’abitazione familiare e che la L. avesse acquistato una nuova casa con altro compagno, dove di fatto aveva trasferito l’abitazione propria e della figlia, continuando ad occupare strumentalmente di notte l’appartamento della M. .

2.1 Il motivo non è fondato. La ratio decidendi che resiste all’impugnazione è quella consistente nel presumere, dal fatto noto dell’avvenuto acquisto di un secondo immobile da parte della L. , fatto provato dall’istruttoria, che fossero venute meno le ragioni di tutela del nucleo familiare connesse al comodato del bene di proprietà M. , essendo verosimile che l’acquisto in comune da parte della nuova coppia di un bene immobile da destinare a propria abitazione faccia ragionevolmente presumere l’intenzione di abitare il nuovo appartamento, determinando la cessazione dell’esigenza abitativa connessa al comodato. Se a ciò si aggiunge che la vita quotidiana nella nuova abitazione e l’occupazione strumentale dell’immobile in comodato erano fatti dedotti dalla M. e non contestati dalla L. in sede di merito e perfino provati da F.M. sia con la propria testimonianza sia con le ricevute negative dei consumi della casa data in comodato, di fatto non abitata, se ne desume come correttamente statuito dall’impugnata sentenza, che il comodato era cessato perché era venuta meno la destinazione dell’immobile alle esigenze familiari ai sensi dell’art. 1809 c.c..

Questa ratio decidendi, cui fa in parte riferimento anche il terzo motivo del ricorso che può ritenersi assorbito (violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato e dello stesso diritto di difesa, per avere la Corte d’Appello di Perugia fondato il proprio convincimento su allegazioni fattuali non contenute nel ricorso introduttivo) resiste alle censure e fonda la decisione di rigetto del ricorso.

3.Con il quinto motivo denuncia la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 in merito alla compensazione integrale delle spese di lite di entrambi i gradi di giudizio. Il motivo è inammissibile perché la Corte territoriale ha dato conto delle motivazioni della compensazione delle spese con valutazione logicamente motivata ed insindacabile in questa sede. 4. Conclusivamente il ricorso è rigettato e la ricorrente condannata alle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a pagare, in favore della resistente, le spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 2.300 (oltre Euro 200 per esborsi), oltre accessori di legge e spese generali al 15%. Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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