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Prescrizione reato e risarcimento danni

8 Settembre 2019
Prescrizione reato e risarcimento danni

Costituzione di parte civile e comportamento della vittima danneggiata che voglia ottenere l’indennizzo in caso di reato prescritto o estinto per amnistia. 

Immagina di aver querelato una persona per un reato da questa commesso e dal quale hai subìto diversi danni. Immagina che il processo penale prenda le lunghe e che, secondo il tuo avvocato, molto probabilmente l’imputato sarà assolto per prescrizione. Cosa puoi fare per avere, quantomeno, il risarcimento? L’eventuale pronuncia che estingue il processo penale pregiudicherà ogni tuo diritto?

La giurisprudenza si è più volte pronunciata in merito ai rapporti che sussistono tra prescrizione del reato e risarcimento danni. L’ultima di queste pronunce è di poco tempo fa [1].

Non vogliamo entrare nel tecnico, ma intendiamo offrirti solo una soluzione pratica al tuo problema, ossia: come ottenere il risarcimento se il reato è caduto in prescrizione. Non ci vorrà molto per spiegarti come devi comportarti e quali vie intraprendere.

Ma procediamo con ordine.

Autonomia del processo penale e quello civile

Processo penale e processo civile hanno scopi differenti: il primo serve per infliggere al colpevole la giusta punizione stabilita dalla legge. Il secondo serve, invece, a regolare i rapporti tra i privati a seguito di un illecito e, quindi, a definire i comportamenti riparatori e l’eventuale risarcimento.

A questa autonomia funzionale si aggiunge anche una diversità sul piano sostanziale: le norme che stabiliscono la responsabilità penale sono diverse – e più severe – rispetto a quelle civili. Tanto per fare un esempio, si risponde del reato solo se c’è una responsabilità personale, mentre degli illeciti civili si risponde anche a titolo di responsabilità oggettiva, senza cioè colpe (si pensi alla responsabilità dei genitori per i danni commessi dai figli minori o dell’insegnante per gli alunni).

In più, la responsabilità penale necessita di una prova certa, senza margini di ragionevole dubbio; al contrario, nel processo civile il giudice può decidere anche sulla base di indizi (le cosiddette presunzioni).

Questa autonomia dei processi comporta anche un’indipendenza delle due procedure che possono correre separatamente e su binari distinti, nello stesso momento.

Tuttavia, per evitare che i giudici possano decidere in modo tra loro diverso, creando paradossali situazioni (si pensi a una sentenza di assoluzione nel giudizio penale e, per lo stesso fatto, a una di condanna in quello civile), quando la questione penale è funzionale a decidere anche la responsabilità civile, il processo civile si sospende in attesa dell’esito del primo.

La richiesta di risarcimento del danno 

Quasi sempre un reato genera sempre un danno nella vittima. Sicché, dopo aver deciso l’eventuale responsabilità del reo, è necessario definire il risarcimento da accordare alla parte lesa in conseguenza dell’azione illecita.

Come abbiamo detto, è compito del giudice penale stabilire la colpevolezza dell’imputato, mentre è compito del giudice civile definire il risarcimento. Tuttavia, per evitare che, dalla sospensione di giudizio civile in attesa dell’esito del penale si possano subire lungaggini e pregiudicare i diritti della vittima, quest’ultima può chiedere il risarcimento (che potrà essergli riconosciuto anche solamente in parte) costituendosi nel giudizio penale. È la cosiddetta costituzione di parte civile che deve avvenire con un avvocato.

Il giudice penale, quindi, condanna il reato a corrispondere una provvisionale, in attesa della definitiva quantificazione del danno da parte del giudice civile (da adire su iniziativa della parte lesa e con autonomo e distinto giudizio).

In pratica, il giudice civile riparte da dove ha lasciato il giudice penale:  prende atto della sentenza di condanna e, senza più entrare nel merito circa la sussistenza dell’illecito (che viene data per scontata in quanto già accertata), definisce solo l’entità dell’indennizzo.

Sentenza di prescrizione e risarcimento del danno

Mettiamo il caso che le lungaggini processuali abbiano fatto andare in prescrizione il reato; in questo caso, se ti sei costituito parte civile perché persona offesa, cosa accade? Avrai diritto al tuo risarcimento? La risposta a questa domanda dipende dal momento in cui la prescrizione è dichiarata:

  • se il giudice, con sentenza, dichiara prescritto il reato già in primo grado, allora non ti potrà essere liquidato alcun risarcimento. Poiché il reato è prescritto, il giudice non si può pronunciare sulla responsabilità dell’imputato e, pertanto, nemmeno potrà condannarlo al risarcimento;
  • se, al contrario, la prescrizione viene dichiarata in appello oppure in Cassazione, e il giudice di primo grado aveva riconosciuto la responsabilità penale dell’imputato e l’aveva condannato al risarcimento, allora la prescrizione del reato non incide sul tuo diritto al risarcimento, sempreché il giudice che ha dichiarato la prescrizione non voglia tornare sui profili civilistici e ribaltare la condanna al risarcimento.

Secondo la sentenza sopra richiamata, qualora sia stata pronunciata in primo o in secondo grado la condanna, anche generica, alle restituzioni e al risarcimento dei danni cagionati dal reato a favore della parte civile, ed il giudice di appello o la Corte di Cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decida sull’impugnazione ai soli effetti civili, una tale decisione, se la predetta condanna resta confermata, comportando necessariamente, quale suo indispensabile presupposto, l’affermazione della sussistenza del reato e della sua commissione da parte dell’imputato, dà luogo a giudicato civile, come tale vincolante in ogni altro giudizio tra le stesse parti.

In sintesi, nell’ipotesi in cui, a seguito di appello proposto dall’imputato, il giudice dichiari non doversi procedere per intervenuta prescrizione, l’accertamento giudiziale prosegue ai soli fini dell’accertamento della responsabilità civile, potendo quest’ultima essere confermata (come era stato fatto in primo grado) oppure smentita.

Resta, in ogni caso necessario, nel giudizio civile, accertare la presenza di un effettivo danno, ossia l’esistenza e l’entità delle conseguenze pregiudizievoli derivate dal fatto illecito. Tali prove devono essere fornite dalla vittima danneggiata. Ben potrebbe avvenire che il danno non sia provato (si pensi a una diffamazione) e che, pertanto, anche in presenza di un reato accertato, non faccia seguito alcun risarcimento.

note

[1] Cass. ord. n. 19389/19 del 18.07.2019.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 16 gennaio – 18 luglio 2019, n. 19389

Presidente Napoletano – Relatore Bellè

Rilevato in fatto che:

la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha rigettato, con sentenza n. 1165/2014, il gravame proposto dal Comune di Motta San Giovanni avverso la pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria che aveva condannato l’ente e La.Pa. , quale responsabile del settore tecnico del medesimo Comune, a risarcire i danni non patrimoniali conseguenti alla morte, in esito ad un infortunio sul lavoro, di C.P. , padre dei ricorrenti C.G. e R. e marito dalla ricorrente L.Z.A.M. ;

in fatto era accaduto che C.P. , addetto al settore rifiuti, mentre era posizionato sulla pedana posteriore dell’autocompattatore condotto da altro dipendente, cadde rovinosamente sulla carreggiata, riportando lesioni che ne avevano determinato il decesso;

la Corte territoriale rilevava come il processo penale intercorso nei confronti del La. si fosse chiuso, quanto al Comune, con la declaratoria di responsabilità risarcitoria, sia pure in forma generica, pronunciata dalla Corte d’Appello e, quanto all’imputato, con la pronuncia di prescrizione del reato da parte della Corte di Cassazione, con espressa conferma però dell’analoga statuizione di responsabilità risarcitoria resa in grado di appello;

veniva quindi confermato il riconoscimento operato dal Tribunale di Euro 240.000,00 per ciascuno dei danneggiati, così calcolati sulla base di un parametro di partenza attorno ai valori massimi delle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano e di un abbattimento del 20 % in ragione del concorso di colpa della vittima accertato in sede penale;

avverso tale sentenza il Comune propone ricorso per cassazione con due motivi, resistiti da controricorso avversario, seguiti poi da memorie difensive di entrambe le parti.

Considerato in diritto che:

con il primo motivo di ricorso il Comune ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione o falsa applicazione delle norme che regolano la rilevanza civile del giudicato penale, sostenendo che, essendovi stata estinzione del reato, il giudice dovesse valutare ex novo i fatti in contestazione;

il motivo è infondato in quanto, come sottolinea giustamente la Corte d’Appello, nel caso di specie vi è stata statuizione del giudice penale nei confronti dell’imputato e del Comune come responsabile civile, sulla domanda dei tre congiunti del C. , ivi costituiti come parti civili;

ai sensi dell’art. 578 c.p.p., infatti, nel dichiarare estinto il reato, la Corte di Cassazione, allorquando la sentenza impugnata contenga pronuncia di condanna nei confronti dell’imputato alle restituzioni ed al risarcimento del danno, decide sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili;

ciò è quanto avvenuto, sicché, ai sensi dell’art. 538 c.p.p., comma 3, vi è stata condanna nei confronti anche del Comune quale responsabile civile, che ha come tale effetto di giudicato civile reso in sede penale tra il predetto responsabile e la parte civile, mentre non rilevano le norme di cui agli artt. 651, 651 bis e 652 c.p.p., le quali presuppongono che il giudice penale non abbia pronunciato sugli interessi civili (Cass. 9 marzo 2018, n. 5660);

vale in sostanza il consolidato principio per cui “qualora, in sede pena/e, sia stata pronunciata in primo o in secondo grado la condanna, anche generica, alle restituzioni e al risarcimento dei danni cagionati dal reato a favore della parte civile, ed il giudice di appello o la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidano sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, una tale decisione, se la predetta condanna resta confermata, comportando necessariamente, quale suo indispensabile presupposto, l’affermazione della sussistenza del reato e della sua commissione da parte dell’imputato, dà luogo a giudicato civile, come tale vincolante in ogni altro giudizio tra le stesse parti, in cui si verta sulle conseguenze, anche diverse dalle restituzioni o dal risarcimento, derivanti dal fatto, la cui illiceità, ormai definitivamente stabilita, non può più essere messa in discussione” (Cass. 29 gennaio 2013, n. 2083; Cass. 21 giugno 2010, n. 1491; analogamente anche Cass. 5660/2018);

parimenti corretta, su tali presupposti, è la valutazione della Corte territoriale secondo cui nessun rilievo era da attribuire a quanto deciso da Cass., S.U., 26 gennaio 2011, n. 1768 (secondo cui “in tema di giudicato… le sentenze di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o per amnistia non hanno alcuna efficacia extra penale, a nulla rilevando che il giudice penale, per pronunciare la sentenza di proscioglimento, abbia dovuto accertare i fatti e valutarli giuridicamente”), in quanto in quel caso non sussisteva pronuncia definitiva penale sui capi civili, la cui ricorrenza nella vicenda qui in esame ha invece, con la forza propria del giudicato civile, le conseguenze, sfavorevoli al Comune, che di quel processo era parte come responsabile civile, di cui si è detto;

il secondo motivo è rubricato come inerente l’erroneità della sentenza per omesso esame circa un fatto decisivo e contiene critiche in merito alla mancata differenziazione, nella determinazione del quantum risarcitorio, fra le posizioni del coniuge, la cui patologia psichica preesisteva all’infortunio e quella dei figli, denunciando altresì carenze di prova rispetto alle circostanze atte a giustificare la fissazione del dovuto in misura massima rispetto alle tabelle di riferimento, oltre al mancato apprezzamento, nell’applicazione delle tabelle, della concretezza del danno;

il motivo è, nel suo insieme, inammissibile;

la Corte territoriale, nel fissare il risarcimento, ha ampiamente argomentato sulla giovane età dei figli (che non è solo ragione di maggior aggravio del danno per loro ma anche, da altro punto di vista, per la loro madre e moglie dell’infortunato), sulla convivenza familiare, sul carattere tragico della dinamica del sinistro e sul fatto che era la vittima a provvedere al mantenimento della famiglia;

trattandosi di danno da morte da perdita del rapporto parentale e non in senso stretto di danno biologico, sfugge poi la decisività che avrebbe l’omesso esame, denunciato dalla ricorrente, della preesistente patologia psichica a carico della moglie del C. e dunque non ricorre uno degli elementi essenziali della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 novellato;

nel resto le critiche sono volte a sollecitare un riesame nel merito del profilo quantitativo del risarcimento, in quanto difforme rispetto alle aspettative della parte ricorrente, che palesemente esula dall’ambito del giudizio di legittimità (Cass. 25 ottobre 2013, n. 24148);

alla reiezione del ricorso segue la regolazione secondo soccombenza delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere alle controparti le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.500,00 per compensi ed Euro 200,00 per spese, oltre spese generali in misura del 15 % ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.


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