Salario minimo: ultime novità

9 Settembre 2019 | Autore:
Salario minimo: ultime novità

Ci sono due proposte distinte del M5S e del Pd in Parlamento: come fonderle e dare così attuazione a uno dei principali punti di programma del Governo Conte 2?

Il nuovo Governo Conte 2 si mette al lavoro e l’agenda è piena di cose da fare. Tra le novità c’è l’introduzione del salario minimo che è tra i primi obiettivi del programma di Governo giallorosso. Il punto concordato tra M5S e Pd parla di «individuare una retribuzione giusta garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori, anche attraverso il meccanismo dell’efficacia erga omnes (verso tutti) dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative».

Ora che il Governo si è insediato, come sta attuando questo punto di programma condiviso e quali sono le ultime novità sul salario minimo? I due partiti della coalizione di Governo hanno presentato due distinti disegni di legge in Parlamento (non ne hanno infatti, o non ancora, uno comune): quello del Movimento [1] che pone la cifra minima fissa di 9 euro orari (al lordo degli oneri contributivi e previdenziali) e quello del Pd [2] che non stabilisce importi, ma rimanda alla contrattazione collettiva (che così potrebbe stabilire somme inferiori a 9 euro).

Quindi, i pentastellati propongono di fissare un salario minimo orario predeterminato per legge, con importi validi per tutti i lavoratori, a prescindere dalla categoria e dal settore d’impiego; il Pd, invece, preme per riservare ai contratti collettivi nazionali di lavoro la determinazione dell’ammontare.

Questa è la divergenza di fondo tra le due impostazioni e che bisognerà risolvere al più presto. I due partiti dovranno stabilire quale delle due strade adottare, quella del minimo fissato in maniera univoca per legge oppure quella che lo affida ai contratti di lavoro stipulati tra imprese e sindacati per ciascuna categoria.

Si intravede una soluzione di compromesso, basata sul fatto che entrambi i provvedimenti vogliono eliminare il fenomeno dei “contratti pirata” per estendere la contrattazione collettiva obbligatoria anche ai settori dove non è attualmente praticata e per evitare che sindacati piccoli o poco rappresentativi possano sottoscrivere con i datori di lavoro contratti collettivi che eludono diritti fondamentali tra cui quello alla retribuzione. Il programma di Governo parla, infatti, di «individuare il giusto compenso anche per i lavoratori non dipendenti, al fine di evitare forme di abuso e di sfruttamento in particolare a danno dei giovani professionisti».

Così, all’atto pratico, i due disegni di legge che adesso camminano separatamente potrebbero essere unificati, anche scegliendone uno e apportandovi gli emendamenti opportuni. Per fare ancora prima, il Governo potrebbe inserire i contenuti del provvedimento nella legge di Bilancio da predisporre a ottobre e ottenere così l’approvazione entro l’anno.

Ad aiutare la fusione delle norme e a favorire anche una rapidità dell’iter di approvazione c’è il fatto che il primo firmatario della proposta pentastellata è Nunzia Catalfo cioè l’attuale ministro del Lavoro. È probabile, quindi, che si raggiunga un mix tra i contenuti delle due rispettive proposte, magari tenendo conto dei punti critici che sono già emersi durante l’esame parlamentare (il ddl grillino è più avanti nella discussione, essendo stato presentato 9 mesi prima di quello del Pd).

Il lavoro non finisce qui perché bisognerà preoccuparsi anche di come potenziare i controlli sul lavoro nero, altrimenti, ogni riforma sarebbe inutile e destinata a rimanere inattuata. Intanto, il tempo è poco e i costi sono elevati: entro il 26 settembre dovrà essere presentata la Nadef (nota di aggiornamento del Documento economia e finanze) che dovrà indicare la copertura finanziaria. Il salario minimo impatta sulle imprese, soprattutto quelle medie e piccole, ma gli oneri contributivi e previdenziali hanno riflessi sulla finanza pubblica e si intrecciano anche con il cuneo fiscale ed i modi con cui verrà attuato.

Si stima che per realizzare il salario minimo occorreranno tra i 6 e i 9 miliardi di euro, a seconda della strada che verrà scelta. Quella di affidare la determinazione della retribuzione “giusta” alla contrattazione collettiva, anziché fissarla per legge, è la più economica perché offrirebbe la flessibilità occorrente nei vari casi ed inoltre rafforzerebbe le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (Cgil, Cisl e Uil) a scapito delle sigle minori che verrebbero tagliate fuori, compresa l’Ugl che è la sigla sindacale vicina al centrodestra e alla Lega ormai fuori dal Governo.


note

[1] Ddl n.658 presentato in Senato il 12 luglio 2018, “Disposizioni per l’istituzione del salario minimo orario“.

[2] Ddl n.1132 presentato in Senato il 11 marzo 2019, “Norme in materia di giusta retribuzione, salario minimo e rappresentanza sindacale“.


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