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Sindrome di alienazione parentale: sintomi

9 Settembre 2019
Sindrome di alienazione parentale: sintomi

Pas: gli indici rilevatori del rifiuto del figlio di vedere il genitore non convivente. I rimedi contro il comportamento del genitore colpevole.

Come fare a stabilire se un genitore dice male dell’altro in presenza del figlio comune, solo per mettere in cattiva luce l’ex partner e allontanarlo dal minore? Di solito, si ascoltano le parole del bambino: i più piccoli sono ingenui e non hanno freni, ripetono ciò che sentono dal padre e dalla madre senza sottoporre il loro pensiero a critica. Solo con la maturità iniziano le prime domande, i “perché”, con la formazione di una propria opinione. Ma spesso è troppo tardi: i figli delle coppie divorziate hanno ormai covato un irrazionale odio nei confronti del genitore non convivente, tanto da non volere più vederlo o sentirlo.

Succede purtroppo spesso tra coppie di coniugi o conviventi che si lasciano: i bambini diventano terreno di scontro, l’arma del ricatto, la vendetta. Incurante del fatto che ogni parola segna una ferita indelebile sul piccolo, il genitore convivente lo mette al corrente degli screzi e delle difficoltà relazionali con l’ex, a volte ingigantendole solo per avere la sua piccola e fragile alleanza.

Quando, in conseguenza di ciò, il figlio non vuol più vedere il genitore denigrato si verifica quella che un lato della scienza medica ha chiamato sindrome di alienazione genitoriale (da alcuni detta Pas, dall’acronimo della corrispondente locuzione inglese: Parental Alienation Syndrome).

“Alienazione” perché l’adulto vittima di tali abusi viene disconosciuto e allontanato (appunto “alienato”) dal bambino.

Chiaramente, si tratta di un abuso che può essere sanzionato dal giudice con il pagamento di una sanzione amministrativa o, nei casi più gravi, con la perdita del collocamento del minore e dello stesso affidamento. Ma i tribunali ci vanno cauti con le misure drastiche. Perché, se è vero che il figlio rifiuta un genitore, non si può, solo per sanzionare l’altro e “riequilibrare il conto”, spedirlo da una persona che non ama. Si finirebbe per danneggiare ulteriormente il minore. Leggi Sindrome di alienazione genitoriale: cosa dice la legge.

Ecco che, allora, una volta identificata l’esistenza di una sindrome di alienazione genitoriale in base ai sintomi manifestati dal bambino, è bene intervenire con un percorso di progressivo riavvicinamento alla figura del genitore alienato.

Ma come fare a comprendere quando si sta verificando tutto ciò? Il tribunale di Brescia, con una recente sentenza [1], ha voluto individuare i sintomi dell’alienazione genitoriale, in modo da consentire al genitore, al giudice e ai servizi sociali di intervenire per tempo.

Ecco cosa è stato detto in tale occasione.

Sindrome di alienazione genitoriale: che cos’è?

La sindrome da alienazione genitoriale o sindrome da alienazione parentale (Pas – Parental Alienation Syndrome) è un disturbo psicologico disfunzionale che si manifesta nei figli minori coinvolti in contesti conflittuali di separazione e divorzio dei genitori, quando uno dei due tenti di allontanarlo dall’altro, inducendolo al rifiuto e disprezzo ingiustificato, con perdita della relazione affettiva naturale essenziale tra figlio e genitore.

Sindrome di alienazione genitoriale: cosa dice la legge?

Il nostro ordinamento prevede il diritto alla bigenitorialità: ogni figlio ha il diritto – inviolabile e indisponibile – di crescere insieme ad entrambi i genitori, necessari per il suo sano sviluppo psicofisico. Sicché, anche in caso di forti conflitti dopo il divorzio o, addirittura, quando sia negato l’affidamento condiviso, gli incontri con il genitore non convivente devono essere sempre coltivati e favoriti dal genitore collocatario. Quest’ultimo deve fare in modo di rimuovere – e non invece coltivare – eventuali resistenze del bambino, in modo da mantenere un amorevole rapporto con l’altro genitore.

Se il padre o la madre ostacola il diritto di visita sancito dalla sentenza di affidamento, l’altro genitore può rivolgersi al tribunale e chiedere una modifica dell’affidamento stesso e/o del collocamento dei figli. Il giudice può così mutare l’affidamento da condiviso in esclusivo, previo accertamento della veridicità delle azioni alienanti.

In più, il Codice civile prevede delle vere e proprie sanzioni [2]: ammonimento; condanna al risarcimento del danno in favore della creatura in qualche modo “programmata” (alterata nella sfera affettiva) o del genitore alienato; pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria alla Cassa delle ammende da 75 a 5mila euro.

La condanna al pagamento di una somma di denaro, prevista dall’articolo 709 ter del Codice di procedura civile, per il genitore responsabile di gravi inadempienze e di atti che portino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affido è facoltativa, ma non esige l’accertamento del danno sul minore [3].

Leggi anche Diritto del padre di vedere i figli.

Sindrome di alienazione genitoriale: cosa dicono le sentenze?

La Cassazione ha più volte detto che il giudice, al di là di come si voglia denominare il comportamento del minore (visto che la classificazione della “sindrome di alienazione” in una specifica malattia è stato più volte criticata), ha ritenuto che il giudice deve comunque tenere conto degli atteggiamenti mostrati dal bambino e indagare sulle ragioni del rifiuto di vedere il padre o la madre.

Il tribunale, a tal fine, può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia (incluso l’ascolto del minore) e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, laddove esistente, di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori).

La Cassazione ha, quindi, affermato il seguente principio di diritto: in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una Pas (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.

Leggi anche Alienazione parentale: se il padre allontana i figli dalla madre.

Più di recente, la Corte [3] ha detto che, se tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali «a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena», la condotta malevola del genitore che allontana il figlio dall’ex va “sanzionata” con un giudizio di inadeguatezza incompatibile con l’affido condiviso.

Sintomi della sindrome di alienazione genitoriale

Nella sentenza in commento, il tribunale di Brescia, una volta accertata l’esistenza di una Pas, ha disposto l’affidamento esclusivo al papà poiché l’ex compagna lo aveva estromesso dalla vita della figlia, violando così il diritto alla bigenitorialità. Una soluzione estrema, ma necessaria in presenza degli “otto sintomi della sindrome di alienazione parentale“.

Gli «otto sintomi» utili a «valutare i punti critici nelle relazioni disfunzionali tra il minore e il genitore rifiutato» sono i seguenti:

  1. campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima e scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante;
  2. razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o superficiali;
  3. mancanza di ambivalenza. Il genitore rifiutato è descritto dal bambino “tutto negativo”, mentre l’altro genitore è “tutto positivo”;
  4. fenomeno del pensatore indipendente: il bambino afferma che ha elaborato da solo la campagna di denigrazione del genitore;
  5. appoggio automatico al genitore alienante, quale presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante;
  6. assenza di senso di colpa;
  7. scenari presi a prestito, ossia affermazioni che non possono ragionevolmente venire da lui direttamente;
  8. estensione dell’ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato.

note

[1] Trib. Brescia n. 815/19 del 22.03.2019

[2] Art. 709 ter cod. civ.

[3] Cass. ord. n. 16980/18.

[4] Cass. sent. n. 6919/16.

TRIBUNALE BRESCIA

N. 1044/2012 R.G.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI BRESCIA

– Sezione Terza Civile –

Riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei magistrati

Sentenza n. 815/2019 pubbl. il 22/03/2019 RG n. 1044/2012

dott.ssa Elda Geraci dott.ssa Mariateresa Canzi dott. Andrea Tinelli

ha pronunziato la seguente

Presidente Giudice Giudice relatore

SENTENZA

definitiva nella causa civile iscritta al n. 1044/2012 R.G. promossa da

CALABRESE Francesca (avv. Francesco Miraglia) contro

CADEO Ivan (avv. Giorgio Tramacere)

con l’intervento del

Pubblico Ministero

** *

Oggetto del processo: «separazione personale dei coniugi»

** *

CONCLUSIONI

Le parti private hanno concluso come all’udienza del 29 novembre 2018.

Il Pubblico Ministero, in data 6 dicembre 2018, ha concluso per l’accoglimento della domanda.

ATTRICE

CONVENUTO

INTERVENUTO

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

§ 1. – Le parti hanno contratto matrimonio civile in Provaglio d’Iseo, in data 2 ottobre 2010, trascritto al n. 13 parte I dell’anno 2010 del registro dello stato civile del

predetto comune e sono genitori di Valentina (14 maggio 2008).

La ricorrente ha chiesto la pronuncia della separazione con addebito al marito –

il quale sarebbe stato un padre ed un marito assente ed avrebbe più volte assunto, nei confronti della moglie, atteggiamenti aggressivi ed umilianti, tali da integrare un vero e proprio “mobbing familiare” –, la condanna del convenuto al risarcimento del danno morale patito per effetto della violazione dei doveri coniugali, quantificato in euro 100.000,00 e l’adozione delle statuizioni relative alla prole previo espletamento di c.t.u.

Il resistente ha negato di aver mai tenuto le condotte descritte dalla moglie, la quale, al contrario, avrebbe causato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza intrattenendo, almeno dal mese di febbraio 2011, una relazione extraconiugale con tale Pedretti Massimo, collega di lavoro del Cadeo.

Il convenuto, pertanto, ha proposto domande riconvenzionali di addebito alla moglie e di risarcimento del danno non patrimoniale e, allegando di venire ostacolato nei rapporti con la figlia, ne ha domandato l’affidamento condiviso, con ampio diritto di visita. Quanto al mantenimento per la minore, il resistente ha offerto la somma di euro 600,00 mensili, di cui euro 300,00 per il sostentamento ordinario ed euro 300,00 quale contributo al canone di locazione per il nuovo alloggio della moglie. Si è opposto all’assegnazione della casa coniugale – di proprietà di suo padre – alla ricorrente.

All’esito della fase presidenziale, articolatasi in tre udienze, sono stati adottati i seguenti provvedimenti temporanei ed urgenti (ordinanza del 21 dicembre 2012): «autorizza i coniugi a vivere separati; autorizza la moglie a lasciare la casa coniugale insieme con la figlia entro la data del 20.1.2013 ed a prelevare da questa quanto sopra indicato; affida la figlia minore Valentina in maniera condivisa ad entrambi i genitori con collocazione prevalente presso la madre nella nuova casa di Passirano via degli Eroi n. 14; dispone che il padre trascorra con la figlia il martedì ed il giovedì pomeriggio dall’uscita dell’asilo alle ore 20.00; il sabato ogni 15 giorni alternato con la domenica ogni 15 giorni dalle ore 10.30 alle ore 20.00; il giorno 24, 25, 26 e 27 dicembre 2013 dalle ore 10.00 alle ore 21.00 senza pernottamento; pone a carico del Cadeo l’obbligo di contribuire al mantenimento della moglie con un assegno mensile di euro 450,00 ed al mantenimento della figlia con un assegno mensile di euro 600,00 oltre al 50% delle spese mediche e scolastiche straordinarie, assegni da pagarsi entro il giorno 10 di ogni mese a mezzo bonifico bancario».

In sede di memoria integrativa, la ricorrente ha dedotto l’infedeltà coniugale del marito, producendo a supporto dichiarazione del sig. Pedretti Massimo datata 19 gennaio 2013 (doc. 16), e, sulla base di ritenute inadeguatezze genitoriali del padre, ha proposto domanda di affidamento esclusivo con disciplina del diritto di visita in forma protetta; quanto ai profili economici, ha quantificato in euro 800,00 il mantenimento mensile per la figlia e in euro 600,00 mensili quello per sé.

Il resistente si è costituito dinanzi al giudice istruttore contestando le affermazioni della controparte e richiamando le conclusioni già rassegnate.

In data 13 aprile 2013, la ricorrente ha presentato denuncia nei confronti del marito, accusato di toccare la figlia nelle parti intime approfittando dei periodi in cui gli era affidata.

In conseguenza di ciò, il diritto di visita del padre è stato convertito dalla forma libera a quella protetta ed è stata disposta c.t.u., con incarico al dott. Camillo Carlucci, il quale ha depositato la propria relazione in data 20 febbraio 2014.

Il processo è poi proseguito con un lungo monitoraggio dei Servizi sociali, con l’assunzione delle prove testimoniali ammesse con ordinanza in data 9 aprile 2014 e con il conferimento di un ulteriore incarico di aggiornamento affidato al dott. Carlucci, con il seguente quesito: «Il c.t.u., letti gli atti e i documenti di causa, con particolare riferimento alla precedente relazione peritale e alle relazioni dei Servizi sociali successivamente depositate, sentite le parti e i rispettivi c.t.p., esaminata la minore, sentiti gli insegnanti ed eventuali specialisti che nel tempo si sono occupati del nucleo familiare, nonché di coloro che, per vincoli di parentela e affinità e per la loro intima conoscenza delle parti, siano in grado di fornire ogni adeguata informazione sulle vicende di causa: accerti la attuale e reale condizione psicologica e fisica della minore, nonché la natura e la qualità dei rapporti della stessa con la madre e con il padre, verificando le cause del deterioramento dei rapporti con quest’ultimo e indicando le possibili strategie per ricostituire o rafforzare la relazione padre-figlia; accerti quali siano gli attuali rapporti fra i genitori, la condizioni psicofisica degli stessi e la capacità di ciascuno, nell’ambito della reciproca relazione, di realizzare, mantenere e consolidare la unità genitoriale nei riguardi della minore; indichi la soluzione migliore per i minori in relazione sia all’affidamento (condiviso o in via esclusiva), che al collocamento dei minori in via preferenziale, che, ancora, alle modalità di visita del genitore non affidatario o non collocatario».

La relazione di aggiornamento è stata depositata in data 3 maggio 2018.

All’esito della c.t.u. integrativa e a fronte dell’istanza del padre di mutamento del collocamento della figlia, è stato adottato il seguente provvedimento: «conferma l’affidamento condiviso della minore con fissazione della residenza abituale presso la madre; dispone che, d’ora in avanti, il padre possa vedere e tenere con sé in forma libera la figlia secondo i tempi e le modalità dettagliati in parte motiva [il padre, inizialmente, potrà vedere e tenere con sé la figlia due pomeriggi a settimana (mercoledì e venerdì) dalle ore 16.00 alle 19.30, nonché, continuativamente, dal 13 al 26 agosto. A partire dal settembre 2018, il padre potrà vedere e tenere con sé la figlia anche a fine settimana alternati, dal sabato dalle ore 15.00 alla domenica sera dopo cena (il primo fine settimana di spettanza del padre sarà quello dell’8-9 settembre 2018). Inoltre, il padre terrà con sé la figlia una settimana durante le vacanze natalizie, trascorrendo con la minore il Capodanno (con alternanza, per gli anni futuri, di Natale e Capodanno). La figlia trascorrerà poi col padre tre giorni durante le festività pasquali ed i genitori cureranno di alternare di anno in anno il giorno di Pasqua ed il Lunedì dell’Angelo]; incarica i Servizi sociali di proseguire la presa in carico del nucleo familiare, di verificare che il calendario prestabilito venga rispettato da entrambi i genitori e di segnalare al Tribunale – anche con urgenza – situazioni di grave inottemperanza; dispone altresì che: Valentina, a cura dei Servizi sociali, venga inserita nei “Gruppi di parola per i figli di Genitori separati”; Valentina venga seguita con una psicoterapia Espressivo-supportiva: i genitori sceglieranno di comune accordo il professionista di riferimento e ripartiranno a metà i relativi costi. In difetto di accordo, saranno i Servizi sociali – fin da ora autorizzati senza necessità di ulteriori istanze – ad individuare all’interno o all’esterno dei servizi lo specialista che riterranno più opportuno (ove venga individuato uno specialista esterno a pagamento, il costo sarà ripartito al 50% fra i genitori); i Servizi sociali forniscano supporto psicologico ai genitori; richiede ai Servizi sociali una relazione di aggiornamento entro la data del 12 novembre 2018».

Sono state successivamente acquisite due relazioni dei Servizi sociali (5 ottobre e 8 novembre 2018).

La causa è stata rimessa al Collegio all’udienza del 29 novembre 2018, con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c.

In detta sede, la ricorrente si è riportata alle conclusioni rassegnate «in atti», mentre il resistente ha insistito per la collocazione della figlia presso di sé o presso una comunità e per la revoca dell’assegno di mantenimento in favore della moglie; per l’ipotesi del mutamento della residenza abituale della minore, ha domandato un assegno di mantenimento a carico della ricorrente di euro 350,00 mensili.

In data 25 gennaio 2019, i Servizi sociali hanno infine depositato un’ultima relazione di aggiornamento.

§ 2. – Si richiamano atti e documenti di causa, noti alle parti.

§ 3. – In via pregiudiziale, deve essere svolto un rilievo di carattere processuale, volto a delimitare il thema decidendum.

Contro la stessa parte possono proporsi nel medesimo processo più domande anche non altrimenti connesse (i.e., non connesse sotto il profilo oggettivo), purché sia osservata la norma dell’art. 10 secondo comma (art. 104 comma 1 c.p.c.).

Questa regola incontra un’eccezione qualora le domande non siano oggettivamente connesse o siano connesse in modo c.d. debole o per coordinazione (art. 103 comma 1 c.p.c.) e, al contempo, debbano essere trattate con moduli procedimentali diversi: l’unificazione processuale (simultaneus processus) di cause assoggettate a differenti riti è possibile solo a condizione che esse siano connesse a norma degli artt. 31, 32, 34, 35 o 36 c.p.c. (c.d. connessione forte o per subordinazione), in quanto l’art. 33 c.p.c. non è richiamato dall’art. 40 c.p.c.

Ne discende che le domande, diverse da quella principale, non assistite da connessione forte e da trattare con riti differenti – in assenza della realizzabilità del simultaneus processus – difettano, a monte, di una condizione di decidibilità nel merito (per un’applicazione di questi principi operativi in relazione al giudizio di divorzio, cfr. Cass. Civ., Sez. I, 8.9.2014, n. 18870).

Nel caso di specie, le parti hanno proposto alcune domande estranee all’oggetto tipico del processo di separazione e ad esso non connesse in modo forte.

Per l’attrice, si tratta delle domande (di seguito elencate in base alla numerazione di cui alla memoria ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c. del 18 novembre 2013) volte a:

ottenere la restituzione dell’indebito di euro 5.000,00 corrispondente alla metà dei regali di nozze (n. 6);

imporre al sig. Cadeo di contribuire all’acquisto dei mobili per l’arredo della casa di residenza dove la ricorrente si è trasferita a vivere unitamente alla figlia (n. 11);

conseguire la condanna del sig. Cadeo al risarcimento del danno non patrimoniale nella misura di euro 100.000,00 (n. 12) e al pagamento della somma di euro 28.500,00 (n. 13);

ordinare al sig. Cadeo di corrispondere le spese sostenute dalla ricorrente per portare la figlia agli incontri protetti, nonché quelle relative al mancato stipendio per permessi richiesti al datore di lavoro (n. 14).

Per il convenuto, si tratta della domanda di condanna della sig.ra Francesca Calabrese al risarcimento di tutti danni, patrimoniali e non patrimoniali, anche nella forma del danno endofamiliare, conseguenti alla violazione degli obblighi derivanti dal matrimonio ex art. 143 c.c.

Tutte le domande citate debbono essere dichiarate inammissibili.

§ 4. – La domanda di separazione merita accoglimento, in quanto alla luce delle dichiarazioni rese dalle parti, della persistente conflittualità fra le stesse, delle reciproche domande di addebito e degli altri elementi desumibili dagli atti, non vi è dubbio circa l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Va pertanto pronunciata la separazione personale dei coniugi.

§ 5. – Entrambe le parti hanno proposto domanda di addebito.

Quella attorea – fondata sugli asseriti agiti aggressivi del marito e sulla sua

presunta infedeltà – è rimasta sfornita di prova (condivisibile e da confermare, anche in punto di motivazione, l’ordinanza istruttoria in data 9 aprile 2014), certo non ravvisabile nella generica, e francamente poco attendibile, dichiarazione del sig. Pedretti Massimo prodotta quale doc. 16 (cfr. Cass. Civ., Sez. II, 23.10.2017, n. 24976: «Le dichiarazioni scritte, provenienti da terzi estranei alla lite su fatti rilevanti, non possono esplicare efficacia probatoria nel giudizio se non siano convalidate attraverso la testimonianza ammessa ed assunta nei modi di legge»).

È invece da accogliere la domanda di addebito proposta dal convenuto.

Per pacifico insegnamento della Corte di cassazione, la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale, che costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, «specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale» (Cass. Civ., Sez. I, 12.6.2006, n. 13592).

Nella fattispecie concreta, la relazione extraconiugale della ricorrente col sig. Pedretti Massimo è dimostrata:

dalle testimonianze dei sig.ri Scovolo Corrado e Martinelli Domenico, colleghi di lavoro del Cadeo, allo stesso non legati da rapporti di parentela o affinità. Il primo, in particolare, ha dichiarato di aver appreso dallo stesso Pedretti della relazione intrattenuta con l’attrice sin dal 2011 («lo stesso Pedretti mi ha confidato di avere una relazione con la Calabrese»; «è vero che quando io ricevetti la confidenza del Pedretti nell’ottobre 2011, il Cadeo era ricoverato in ospedale ad Iseo»; «Ricordo che io chiesi al Pedretti: “Ma avete una relazione di amicizia?”. Lui mi disse che avevano una relazione amorosa») e il secondo ha riferito di essersi avveduto della predetta relazione, già a partire dal febbraio 2011 («è vero che la Calabrese dal febbraio 2011 ha avuto una relazione sentimentale con Pedretti»);

dal contenuto della relazione investigativa prodotta dal convenuto quale doc. 45- c (confermata in sede testimoniale), che attesta la prosecuzione della relazione dell’attrice col sig. Pedretti almeno sino al mese di gennaio 2012.

Sono irrilevanti, in senso contrario, le dichiarazioni rese dal diretto interessato, tuttora compagno della ricorrente, e quelle della madre della stessa, evidentemente connotate da un grado limitato di attendibilità.

In presenza della prova dell’infedeltà ascrivibile alla moglie, quest’ultima, per evitare la pronuncia dell’addebito, avrebbe dovuto allegare e dimostrare l’anteriorità della crisi coniugale.

Tale prova è mancata.

Ne discende che – in conformità al sopra menzionato indirizzo della giurisprudenza di legittimità – la separazione deve essere addebitata alla moglie.

§ 6. – L’addebito della separazione, a norma dell’art. 156 comma 1 c.c., priva la moglie del diritto all’assegno di mantenimento.

La relativa domanda deve quindi essere respinta.

§ 7. – Si tratta ora di esaminare le delicate questioni relative ai provvedimenti personali da adottare con riguardo alla figlia, di dieci anni.

Valentina abita con la madre da quando i genitori hanno cessato la convivenza.

Nel corso di questi anni, il rapporto padre-figlia si è radicalmente trasformato: se, inizialmente, esso ero «positivo» (cfr. pag. 54 della c.t.u. del 28 gennaio 2013), col passare del tempo è peggiorato sino ad un sostanziale annullamento, caratterizzato dall’«ostinato rifiuto di Valentina ad avvicinarsi al padre» (cfr. c.t.u. di aggiornamento del 23 aprile 2018).

Un dato maggiormente stupisce e preoccupa: il deterioramento della situazione si è inesorabilmente aggravato nonostante il costante monitoraggio dei Servizi sociali, un duplice intervento del dott. Carlucci ed in assenza di evidenti mancanze da parte del padre.

Anzi, egli, fin dagli accertamenti compiuti nel corso della prima consulenza, si è dimostrato «attento alle richieste e ai bisogni della figlia» e «partecipe alla vita della bambina» (cfr. pag. 11 della c.t.u. del 28 gennaio 2013).

Le sue capacità non sono venute meno e, anche nel corso delle ultime operazioni peritali, il sig. Cadeo «ha mostrato complessivamente buone competenze nel rapportarsi con la figlia» (cfr. pag. 8 della c.t.u. del 23 aprile 2018), riuscendo a non reagire di fronte alle critiche e al rifiuto della stessa, per i quali si è mostrato profondamento addolorato.

La pervicace volontà manifestata dalla figlia di non vedere il padre – largamente immotivata ed irrazionale – è stata inquadrata dal c.t.u., con adesione di entrambi i c.t.p., nella PAS (Sindrome di Alienazione Parentale), ossia «una controversa dinamica psicologica disfunzionale che si attiverebbe sui figli minori coinvolti in contesti di separazione e divorzi» (cfr. pag. 9 della relazione del 23 aprile 2018).

Il consenso della comunità scientifica su questa sindrome non è unanime.

Ne dà atto lo stesso c.t.u.

Nondimeno, il dott. Carlucci afferma, in modo condivisibile, che gli otto sintomi

che caratterizzerebbero la PAS sono comunque utili «a valutare i punti critici nelle relazioni disfunzionali tra il minore ed il genitore rifiutato» (cfr. pag. 9 della relazione del 23 aprile 2018).

Si tratta:

1) della campagna di denigrazione, nella quale il bambino mima e scimmiotta i messaggi di disprezzo del genitore alienante;

2) della razionalizzazione debole dell’astio, per cui il bambino spiega le ragioni del suo disagio nel rapporto con il genitore alienato con motivazioni illogiche, insensate o superficiali;

3) della mancanza di ambivalenza. Il genitore rifiutato è descritto dal bambino “tutto negativo”, mentre l’altro genitore è “ tutto positivo”;

4) del fenomeno del pensatore indipendente: il bambino afferma che ha elaborato da solo la campagna di denigrazione del genitore;

5) dell’appoggio automatico al genitore alienante, quale presa di posizione del bambino sempre e solo a favore del genitore alienante;

6) dell’assenza di senso di colpa;

7) degli scenari presi a prestito, ossia affermazioni che non possono ragionevolmente venire da lui direttamente;

8) dell’estensione delle ostilità alla famiglia allargata del genitore rifiutato.

Tutti questi “sintomi” sussistono, e sono stati riscontrati dal c.t.u., nel caso di specie.

Ed è evidente che, a prescindere dall’inquadramento diagnostico della situazione, la quale rischia seriamente di compromettere in modo irrimediabile lo sviluppo psico-fisico di Valentina – il professor Camerini, c.t.p. della madre, ha riferito che da una sua ricerca statistica è emerso che, quando un minore rifiuta di frequentare un genitore, il minore potrebbe sviluppare un disturbo di identità di genere, o un disturbo di personalità paranoide o antisociale (pag. 11 della c.t.u.). Ed in effetti, il c.t.u. ha evidenziato che «in Valentina sono già presenti alcuni sintomi significativi di un disturbo di personalità paranoide che potrebbero aggravarsi e stabilizzarsi» (pag. 9 della c.t.u.) – è necessario prevedere ed attuare iniziative concrete a tutela della minore.

Nell’individuazione di tali iniziative, occorre tenere conto di due fattori:

il primo, che la liberalizzazione e l’ampliamento degli incontri padre-figlia, disposto con ordinanza in data 27 giugno 2018, si sono rivelati inefficaci;

il secondo, che il quadro relazionale attuale non si è generato accidentalmente per effetto della vicenda separativa, ma rappresenta il prodotto del protratto atteggiamento della madre di sistematico contrasto alla figura paterna.

A dispetto di alcuni rimproveri, dal contenuto meramente formale, che la madre rivolge alla figlia quando la stessa rifiuta il padre (di essi danno atto i Servizi sociali nelle ultime relazioni depositate), il reale comportamento della sig.ra Calabrese – con cui la bambina ha stretto un «conflitto d’alleanza» (v. pag. 7 della c.t.u. del 23 aprile 2018) – è stato costantemente teso a limitare l’accesso della figlia al padre.

Se ne riportano di seguito i tratti più significativi:

fin dal deposito della memoria integrativa, la ricorrente ha sempre insistito per ottenere l’affidamento esclusivo della figlia, nonostante il diverso avviso manifestato, a più riprese, dal c.t.u. e dai Servizi sociali (si richiama, in proposito, l’art. 337 quater comma 1 c.c., a mente del quale «se la domanda (di affidamento esclusivo, NDR) si rivela manifestamente infondata, il giudice può considerare il comportamento del genitore istante ai fini della determinazione dei provvedimenti da adottare nell’interesse dei figli»);

in data 13 aprile 2013, l’attrice ha sporto denuncia-querela nei confronti del marito, accusandolo di toccare la figlia nelle parti intime approfittando dei periodi in cui la stessa gli era affidata. La prospettazione si è rivelata priva di riscontri concreti, atteso che, con provvedimento in data 21 novembre 2014, il G.I.P. di Brescia, dott. Luca Tringali, ha disposto l’archiviazione del procedimento a carico del sig. Cadeo (cfr. doc. 54 di parte convenuta);

in varie occasioni sono state registrate manifestazioni denigratorie della sig.ra Calabrese nei confronti del marito, comunicate direttamente alla figlia (nella relazione dello Spazio Incontro dell’11 settembre 2013, si dà atto che Valentina aveva riferito all’operatrice che «la mamma le ha detto che il papà non le vuole bene perché le “tocca il culetto”») o agli operatori dei Servizi sociali (nella relazione del 5 ottobre 2018 del Servizio Tutela Minori del Comune di Passirano, vengono riportati i giudizi espressi dalla ricorrente sul marito, che ella ritiene «inadeguato» e «bugiardo»);

la madre ha dimostrato di voler esercitare una sorta di controllo unilaterale sugli incontri padre-figlia, che, sin da principio, ha rivendicato di poter far sospendere con «una telefonata» (cfr. pag. 16 della c.t.u. del 16 febbraio 2014) e che, tuttora, giudica negativi per la figlia (agli assistenti sociali ha dichiarato: «mai più con il padre, piuttosto in comunità»: cfr. relazione del 5 ottobre 2018), tanto che, alla presenza del c.t.u., quando «vedeva Valentina fare dei movimenti verso il padre non ha mai manifestato apertamente la propria gioia e soddisfazione» (cfr. pag. 9 della c.t.u. del 23 aprile 2018);

la sig.ra Calabrese si è schierata contro chiunque tentasse di riavvicinare la figlia al padre: l’educatore, i Servizi sociali e il c.t.u. Sono sintomatiche le affermazioni contenute a pag. 4 dell’elaborato peritale del 23 aprile 2018: «L’educatore ha deciso di rinunciare all’incarico in quanto il suo operato è ormai svalutato sia dalla madre che dalla bambina. (…) La signora Calabrese negli ultimi incontri si è indispettita di fronte ad alcune mie critiche considerazioni in merito alle indicazioni date alla madre per vincere le ostinate resistenze della figlia a frequentare il padre. Le mie esortazioni rivolte a Valentina hanno sortito l’effetto di inimicarmi la bambina, e pertanto ho rinunciato a rivederla perché la mia presenza stava diventando turbativa per la minore».

Orbene, «tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena» (Cass. Civ., Sez. I, 8.4.2016, n. 6919).

La ricorrente non solo non si è attivata per preservare la relazione padre-figlia, ma, alla luce dei comportamenti descritti, può dirsi che si sia adoperata – in modo più o meno consapevole – per minarne le fondamenta.

Ciò induce a formulare un giudizio di inadeguatezza genitoriale della madre, incompatibile con l’affidamento condiviso.

Tale modalità di affidamento, invero, è stata negli anni concretamente sterilizzata dal conflitto genitoriale e dall’incapacità dei genitori di adottare scelte condivise e di costruire un minimo di progettualità comune a lungo termine (ne danno atto, da ultimo, i Servizi sociali nella relazione del 5 ottobre 2018) e si è altresì rilevata contraria all’interesse della minore, sicché, allo stato, non può essere mantenuta.

Appare pertanto opportuno affidare Valentina in via esclusiva al padre, che, come sopra evidenziato, si è rivelato un genitore adeguato, dotato di buone competenze e sinceramente interessato a recuperare la relazione con la figlia.

Alla modifica dell’affidamento deve accompagnarsi il mutamento del collocamento di Valentina, come già ipotizzato dal c.t.u. a pag. 2 della relazione del 16 febbraio 2014 e come infine ribadito a pag. 9 di quella del 23 aprile 2018 («Pertanto ritengo che si possa fissare una data precisa, fine luglio entro la quale la bambina dovrà passare alcune ore con il padre senza educatori, senza la madre, e se sarà opportuno con un parente del padre. In caso contrario sarà necessario cambiare il collocamento della minore: dal padre, o un collocamento etero famigliare»).

La relazione di totale dipendenza fisica ed emotiva dalla madre, si è rivelata nociva per la minore (cfr. pag. 9 della c.t.u. del 23 aprile 2018).

Ratificare la situazione in atto e confermare il collocamento di Valentina presso la madre significherebbe – soprattutto a procedimento definito – avallare in modo definitivo ed irreversibile l’iter di deterioramento della relazione con il padre, la quale, è bene ricordarlo, non costituisce un valore solo per il sig. Cadeo, ma anche, e soprattutto, per la figlia.

I Servizi sociali, nella relazione dell’8 novembre 2018, hanno giudicato non opportuno, e potenzialmente controproducente, l’inserimento in una comunità educativa.

Di conseguenza, la soluzione da percorrere è quella della fissazione della nuova residenza abituale della figlia presso il padre.

I Servizi sociali si faranno carico di preparare psicologicamente Valentina all’evento, supportandola nell’affrontare il mutamento della collocazione.

Resta, inoltre, valida la prescrizione del c.t.u. di inserire la minore nei “Gruppi di parola per i figli di Genitori separati”.

Al fine di limitare possibili condizionamenti della madre e garantire il graduale consolidamento del rapporto padre-figlia, la sig.ra Calabrese potrà vedere e tenere con sé la figlia tre pomeriggi a settimana, per un minimo di tre ore ciascuno, non in spazio neutro (e quindi: a casa propria, al parco o in qualsiasi altro luogo), ma alla presenza di un educatore individuato dai Servizi sociali.

La scelta dei giorni avverrà tenuto conto delle disponibilità del Servizio Tutela Minori nell’espletamento del servizio di educativa.

I Servizi sociali, inoltre, forniranno supporto psicologico ai genitori e manterranno attivo il monitoraggio del nucleo familiare in forma amministrativa, premurandosi di segnalare alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni eventuali situazioni di grave pregiudizio a carico della minore.

§ 8. – Non appena sarà concretamente attuata la modifica del collocamento di Valentina, verrà meno l’obbligo del padre di versare alla madre un assegno per il mantenimento c.d. indiretto della minore.

Sorgerà, al contempo, analoga obbligazione in capo alla madre.

Tenuto conto del reddito del padre, pari ad euro 2.600,00 mensili, e di quello della madre, limitato ad euro 1.000,00 mensili e gravato dalla necessità di pagare un canone di locazione, appare congruo quantificare l’assegno di mantenimento in euro 250,00 mensili.

Le spese straordinarie, da ripartire al 50% fra i genitori, saranno disciplinate secondo il «Protocollo d’intesa sul regime delle spese non comprese nell’assegno di mantenimento dei figli» di questo Tribunale, sottoscritto in data 14 luglio 2016.

§ 9. – Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come segue: scaglione da euro 26.001 ad euro 52.000; compensi per la fase di studio: euro 1.620,00; compensi per la fase introduttiva: euro 1.147,00; compensi per la fase di istruzione e

trattazione: euro 1.720,00; compensi per la fase decisionale: euro 2.767,00; totale compensi: euro 7.254,00. Vi si aggiungono esborsi per euro 504,96 ed accessori di legge.

Il costo delle c.t.u. graverà in via definitiva sulla ricorrente.

P .Q.M.

Il Tribunale di Brescia in composizione collegiale, definitivamente pronunciando con l’intervento del Pubblico Ministero, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione disattesa o assorbita:

1. in via pregiudiziale di rito, dichiara l’inammissibilità delle domande elencate al punto § 3 della motivazione;

2. pronuncia la separazione personale dei coniugi;

3. addebita la separazione alla sola moglie; per l’effetto,

4. respinge la domanda attorea volta al riconoscimento di un assegno di

mantenimento ex art. 156 comma 1 c.c.;

5. affida la minore in via esclusiva al padre;

6. dispone che fissi la residenza abituale presso il padre;

7. dispone che la madre possa vedere e tenere con sé Valentina tre pomeriggi a

settimana, per un minimo di tre ore ciascuno, alla presenza di un educatore incaricato dai Servizi sociali. Gli incontri non avverranno in spazio neutro (bensì presso il domicilio materno o in qualsiasi altro luogo compatibile con la presenza dell’educatore) e l’individuazione dei giorni della settimana agli stessi deputati sarà compiuta tenendo conto della disponibilità dei Servizi sociali;

8. dispone che, a far data dall’effettiva modificazione del collocamento di Valentina, venga meno l’obbligo del padre di contribuire al mantenimento ordinario c.d. indiretto della figlia e sorga, al contempo, l’obbligo della madre di versare al sig. Cadeo, entro il giorno 15 di ogni mese, un assegno per il mantenimento della figlia di euro 250,00 mensili, rivalutabili annualmente secondo indici ISTAT. Nell’assegno di mantenimento non sono comprese le spese straordinarie, da ripartire al 50% fra i genitori, disciplinate secondo il «Protocollo d’intesa sul regime delle spese non comprese nell’assegno di mantenimento dei figli» di questo Tribunale, sottoscritto in data 14 luglio 2016;

9. incarica i Servizi sociali di: preparare psicologicamente Valentina al mutamento della collocazione; curare l’inserimento della stessa nei “Gruppi di parola per i figli di Genitori separati”; fornire supporto psicologico ai genitori; monitorare il nucleo familiare in forma amministrativa, segnalando alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni eventuali situazioni di grave pregiudizio a carico della minore;

10. condanna l’attrice a rifondere al convenuto le spese di lite, che liquida in euro 504,96 per esborsi ed euro 7.254,00 per compensi, oltre rimborso forfettario al 15%, Iva e Cassa;

11. pone definitivamente il costo delle c.t.u. a carico di parte attrice;

12. ordina all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Provaglio d’Iseo di procedere all’annotazione della presente sentenza;

13. manda alla Cancelleria per la comunicazione ai Servizi sociali di Passirano.

Così deciso in Brescia, nella Camera di consiglio del giorno 7 marzo 2019. Il giudice estensore

Andrea Tinelli

La Presidente Elda Geraci


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1 Commento

  1. Il Tempo (ed. Nazionale) del 31/03/19 pag. 21
    Letteredelladomenica
    Giustizia
    I problemi dell’affido condiviso
    Gentile direttore, il Tribunale di Catanzaro ha recentemente posto i casi in cui è possibile sentenziare l’affido condiviso (a secondo dell’età del minore, degli impegni lavorativi di ciascun genitore, della disponibilità di un’abitazione dignitosa per la crescita dei figli).Ciò è in parte condivisibile. V’è da rilevare che l’età del figlio non conta potendosi procedere anche in età superiore ai 18 anni (periodo universitario) cosi come in età infantile. Se uno dei due genitori non lavora poi questi avrà maggiore spazio nelle frequentazioni col figlio. La procedibilità sarà fattiva maggiormente in presenza di una vicinanza delle abitazioni dei due genitori. Silvio Pammelati (Roma)

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