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Responsabilità penale del medico: come si dimostra?

10 Settembre 2019 | Autore:
Responsabilità penale del medico: come si dimostra?

Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario: come provarla, cosa sono le linee guida e le buone pratiche e cos’è il nesso causale?

La professione medica non solo è una delle più difficili, ma è anche una di quelle che comporta l’assunzione di maggiori responsabilità: l’errore di un medico può costare la vita o compromettere la salute del paziente, a fronte del quale corrisponde la responsabilità, civile e penale, del medico stesso. Hai capito bene: il dottore che sbaglia può incorrere non soltanto nell’obbligo risarcitorio, ma anche nella pena della reclusione. Come si dimostra la responsabilità penale del medico?

Si tratta di un quesito complesso, in quanto non ogni errore del medico può causare una responsabilità penale: c’è bisogno di provare che il danno è derivato da una mancanza imperdonabile del professionista, senza la quale si sarebbe ragionevolmente potuta evitare la conseguenza negativa. A seguito dell’entrata in vigore della famosa legge Gelli-Bianco [1], il professionista sanitario che dimostra di aver seguito le principali linee guida dettate in ambito medico non incorre in alcuna responsabilità. Insomma: dimostrare la responsabilità penale del medico non è semplice. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura.

Responsabilità medica nel codice penale

Secondo il Codice penale [2], il professionista sanitario (medico, infermiere, ecc.) risponde per la morte o per le lesioni colpose cagionate al paziente; tuttavia, qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In pratica, secondo la legge, chi esercita una professione sanitaria risponde penalmente dei danni arrecati; tuttavia, quando il danno è derivato dall’impreparazione o dall’incompetenza del professionista, la responsabilità penale scatta soltanto quando non sono state rispettate le linee guida o le buone pratiche mediche.

È più che evidente, dunque, che tutto ruota intorno ai concetti di buone pratiche e di linee guida, in quanto se il professionista sanitario si è adeguato ad esse, egli non potrà rispondere penalmente del fatto.

Linee guida nella responsabilità medica: cosa sono?

Le linee guida (guide lines in inglese)  possono essere definite come quelle raccomandazioni di comportamento clinico, elaborate al fine di aiutare medici e pazienti a decidere le modalità assistenziali più appropriate in specifiche situazioni.

Le linee guida sono frutto dell’elaborazione scientifica dell’intera comunità medica e, pertanto, se il medico si attiene ad esse non potrà rispondere penalmente nel caso di lesioni o morte del paziente, a meno che non scelga delle linee guida del tutto inappropriate al caso concreto.

Buone pratiche nella responsabilità medica: cosa sono?

Le buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, invece, sono identificabili in interventi, strategie e approcci finalizzati a prevenire o moderare le conseguenze inattese delle prestazioni sanitarie o a migliorare il livello di sicurezza delle stesse. Secondo la legge, le buone pratiche rilevano solamente in assenza di linee guida specifiche.

A differenza delle linee guida, che sono indicazioni provenienti dalla comunità medico/scientifica nazionale e internazionale, le buone pratiche si rifanno maggiormente ad un concetto di buona prassi, cioè di condotte che normalmente i medici assumono in presenza di determinate circostanze.

E così, agisce secondo buone pratiche il medico che, al cospetto di un paziente che lamenta forti dolori al petto e al braccio, prescrive immediatamente un elettrocardiogramma e le analisi del sangue che servono ad identificare la presenza di un infarto in atto.

Come dimostrare la responsabilità medica?

Se sei stato vittima di un caso di malasanità e cerchi giustizia in ambito penale, occorre innanzitutto che il medico non si sia attenuto alle linee guida o alle buone pratiche sopra illustrate. Tra l’altro, secondo la Corte di Cassazione [3], il medico è responsabile anche nel caso in cui abbia rispettato le linee guida o le buone pratiche, ma siano state da lui scelte male. Facciamo un esempio.

Tizio si presenta al pronto soccorso con un forte dolore al petto e con violenti conati di vomito. Il medico di turno, pensando a un’intossicazione alimentare, segue le linee guida indicate per tale patologia, applicandogli una lavanda gastrica e somministrandogli farmaci per fermare il vomito. In realtà, Tizio aveva un infarto in atto.

Nel caso esemplificato, il medico ha seguito le linee guida, solamente che erano quelle sbagliate, cioè quelle previste per una patologia di cui il paziente non soffriva.

Ciò non basta: per dimostrare la responsabilità penale del medico devi anche provare che il tuo danno sia stato una conseguenza diretta della condotta colposa del medico e che, senza di questa, non avresti patito alcun danno.

Per dimostrare la responsabilità penale del medico, insomma, devi fornire la prova del nesso causale: vediamo meglio di cosa si tratta.

Responsabilità penale medica: la prova del nesso causale

Se vuoi dimostrare che il medico che ti ha causato un danno sia responsabile anche penalmente occorre provare che, senza la condotta colposa del professionista sanitario, tu non avresti subito il danno. In pratica, la prova del nesso causale richiede due tipi di accertamenti:

  • che l’azione (od omissione) del medico abbia causato, con ragionevole probabilità che si avvicina alla certezza, il danno alla salute o la morte;
  • che senza l’azione (o l’omissione) del medico il danno, con ragionevole probabilità, non si sarebbe prodotto.

In altri termini, riscontrata l’alta probabilità che l’evento negativo derivi dalla mancanza del sanitario, si deve ipotizzare come avvenuta l’azione doverosa e capire se, in base a regole di esperienza o leggi scientifiche universali o statistiche, si sarebbe verificato ugualmente o più tardi o con minore intensità [4]. Facciamo un paio di esempi.

Tizio viene operato per un’appendicite. A causa di un grave errore del medico chirurgo, il paziente riporta delle lesioni interne ad altri organi che nulla c’entravano con l’appendice.

Caio si sottopone ad una cura chemioterapica per combattere il tumore che lo affligge. Purtroppo le cure non hanno esito positivo e Caio muore. Più tardi si scopre che sarebbe stata opportuna una radioterapia anziché la chemio.

Nel primo esempio, la responsabilità del medico è evidente, in quanto l’errore ha cagionato un danno che, altrimenti, non si sarebbe mai prodotto.

Nel secondo esempio, invece, occorrerebbe dimostrare non solo che l’errore nella scelta delle cure sia stato fatale, ma anche che, se si fosse scelta la terapia appropriata, l’evento-morte non si sarebbe verificato. Al contrario, se si dimostrasse che, anche in presenza di una radioterapia, il tumore avrebbe comunque condotto il paziente alla morte, allora nessuna responsabilità penale si può imputare al medico.

note

[1] Legge n. 24 del 08.03.2017.

[2] Art. 590-sexies cod. pen.

[3] Cass., sez. un., sent. n. 31 del 21.12.2017.

[4] Cass., sent. n. 24922/2019.

Autore immagine: Pixabay.com


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