Diritto e Fisco | Articoli

Assegno di mantenimento: aumenta se l’ex guadagna di più?

10 Settembre 2019
Assegno di mantenimento: aumenta se l’ex guadagna di più?

Quando l’ex marito riceve un aumento dello stipendio o la sua società fa più fatturato o riceve una grossa eredità: cosa può chiedere l’ex moglie?

Una volta che il giudice ha riconosciuto al coniuge col reddito più basso il diritto di percepire l’assegno di mantenimento e quantificato il suo ammontare, detto assegno può essere oggetto di revisione: può, quindi, essere aumentato o diminuito oppure può anche essere soppresso dal tribunale. Ciò succede se dopo la sentenza di divorzio si verificano fatti o circostanze che implicano delle modifiche sostanziali nelle condizioni reddituali dei due ex coniugi.

Tra le circostanze più comuni che spingono uno dei coniugi a richiedere una revisione sono il cambiamento (in meglio o in peggio) delle capacità economiche, la costituzione di un nuovo nucleo familiare oppure le accresciute esigenze, magari per via di una malattia sopraggiunta o dell’aggravamento di una precedente condizione fisica. Lo stesso discorso può valere anche per il mantenimento destinato ai figli.

A tal fine, ci si chiede spesso se l’assegno di mantenimento aumenta se l’ex guadagna di più. La Cassazione ha affrontato il tema di recente [1], ma per comprenderne il significato bisogna fare prima un passo indietro e spiegare come viene calcolato il mantenimento dovuto all’ex coniuge e ai figli.

Mantenimento ex coniuge: a quanto ammonta?

Propriamente, si parla di assegno di mantenimento solo con riferimento alla somma quantificata dal giudice al momento della separazione. Tale importo mira a riequilibrare le condizioni economiche dei due ex coniugi in modo che tra esse non vi siano disparità. Così il coniuge più “ricco” versa una parte del proprio stipendio a quello più “povero” affinché i due abbiano lo stesso tenore di vita che avevano durante il matrimonio.

Invece, si parla di assegno di divorzio con riferimento alla somma quantificata all’atto del divorzio. Qui le regole cambiano. Non c’è più l’esigenza di garantire lo stesso tenore di vita, equiparando i due redditi, ma solo di consentire al coniuge più “debole” economicamente di mantenersi da solo. Il che significa che bisogna garantirgli il solo sostentamento. Con un’importante precisazione: se la condizione di povertà deriva dal sacrificio fatto da tale coniuge durante il matrimonio, che ha volontariamente rinunciato alla carriera pur di badare alla casa e ai figli, consentendo così all’ex di concentrarsi sulla propria carriera, l’assegno di divorzio deve tenere conto di ciò. Si verifica così una sorta di rendita per le “casalinghe” con più di 50 anni che non hanno più possibilità di reimpiego.

In ogni caso – ha spiegato la Cassazione – l’assegno divorzile non spetta tutte le volte in cui l’assenza di indipendenza economica da parte del richiedente deriva da colpa di quest’ultimo per non essersi dato da fare a cercare un posto: si pensi alla giovane donna, con una formazione, che non partecipa a concorsi e non si iscrive al centro per l’impiego.

L’assegno di divorzio, dunque, viene calcolato tenendo conto soprattutto delle capacità economiche di chi deve versarlo, della durata del matrimonio, della titolarità di redditi o altre fonti di ricchezza da parte del coniuge richiedente (ivi compresa la disponibilità della casa coniugale), delle sue esigenze.

Peggioramento della situazione patrimoniale dell’ex coniuge 

Con riferimento all’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge, la Cassazione ha detto che il peggioramento della situazione patrimoniale del coniuge beneficiario può determinare una modifica dell’assegno. In particolare, ciò scatta in presenza di una:

  • diminuzione del reddito del coniuge avente diritto all’assegno dovuta alla decisione di andare in pensione [2];
  • situazione economica più precaria rispetto a quella dell’ex marito ma sopravvenuta alla sentenza di divorzio.

Miglioramento della situazione patrimoniale dell’ex coniuge obbligato

In caso di aumento di reddito del coniuge obbligato è possibile anche un corrispondente aumento dell’assegno a condizione che si tratti di un incremento connesso ad aspettative già maturate durante il matrimonio [3]. Detto in pratica significa che se l’innalzamento dello stipendio dipende da attività (e sacrifici) compiuti durante il matrimonio, che hanno manifestato i propri effetti in un momento successivo, allora è possibile chiedere una revisione al rialzo dell’assegno.

Rocco ha lavorato una vita come commesso in un negozio. A dieci anni dal divorzio con la sua ex moglie, dopo una lunga gavetta, il titolare del centro commerciale decide di promuoverlo a responsabile vendite e gli raddoppia lo stipendio. L’aumento della paga di Rocco determinerà anche un aumento dell’assegno di mantenimento a favore della sua ex moglie.

Viceversa, se il miglioramento della situazione patrimoniale del coniuge obbligato dipende da fatti intervenuti dopo il divorzio non si avrà alcun aumento del mantenimento.

Rocco, dopo una vita come cassiere, decide di dimettersi dal lavoro. Egli si è già separato da tre anni quando decide di avviare una propria attività. A distanza di altri cinque anni, gli affari iniziano ad andare a gonfie vele così l’ex moglie chiede un aumento dell’assegno di mantenimento. Ma la sua richiesta viene rigettata dal tribunale in quanto il miglioramento della condizione economica di Rocco non dipende da un’aspettativa maturata durante il matrimonio, ma da un’iniziativa successiva.

Eredità a favore dell’ex coniuge obbligato

Un tipico caso di miglioramento delle condizioni economiche dell’ex coniuge obbligato a versare il mantenimento può essere una sopravvenuta eredità che ne abbia incrementato il patrimonio. In tal caso, il giudice aumenta l’assegno alla moglie, sprovvista di fonti adeguate ritenendo che i beni (anche se pervenuti dopo la separazione) devono essere presi in considerazione per valutare della capacità economica del coniuge onerato [4].

Aumento del mantenimento in favore dei figli

Le stesse regole appena viste possono essere applicate anche all’assegno di mantenimento per i figli. Con questa importante differenza: la quantificazione di tale importo è rivolta a garantire alla prole lo stesso tenore di vita di cui godeva quando ancora i genitori stavano insieme. E tale assegno va versato finché i giovani non raggiungono l’indipendenza economica.

Di recente, la Cassazione [1] ha comunque detto che il giudice non può aumentare l’assegno di mantenimento in favore del figlio basandosi solo sulla notevole disponibilità economica del padre, senza guardare alle reali esigenze del minore.

La corretta via da seguire, oltre all’indagine sui bisogni del minore, era anche la comparazione dei redditi di ciascun genitore e delle loro risorse.

Per determinare l’assegno il giudice deve, dunque, tenere in considerazione una serie di elementi che vanno dalle esigenze del figlio, al tenore di vita da lui goduto durante la convivenza con i genitori. Nel giudizio, pesano anche i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

note

[1] Cass. sent. n. 25134/2018.

[2] Cass. 3 agosto 2007 n. 17041.

[3] Cass. 28 gennaio 2000 n. 958.

[4] Cass. 17 gennaio 2014 n. 932


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA