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Altezza muro confine

10 Settembre 2019
Altezza muro confine

Muro di recinzione: se è basso può stare sul confine?

Immagina di voler costruire un piccolo muretto sul confine con il tuo vicino. Lo fai per un po’ di privacy e per non dover condividere quei pochi momenti in cui prendi il caffè nel tuo giardinetto. Ma questi si oppone. A suo avviso, devi rispettare i tre metri di distanza dal confine imposti dal Codice civile. E siccome non c’è spazio a sufficienza, non puoi costruirlo. È davvero così? Cosa dicono le norme del Codice civile sul muro di confine. Qual è, in particolare l’altezza del muro di confine consentita per legge?

La questione è stata analizzata da una recente sentenza della Cassazione [1]. Ecco cosa è stato detto in questa occasione.

Il muro può essere comune

Il muro divisorio è una costruzione finalizzata a delimitare la proprietà, ossia a dividere edifici, cortili, giardini, orti o recinti nei campi.

Il muro divisorio si presume comune tra i proprietari dei due terreni limitrofi quando:

  • sorge sul suolo comune ad entrambi i proprietari;
  • divide proprietà appartenenti a diversi proprietari;
  • le proprietà che divide hanno la stessa natura (ad esempio un muro che divide due giardini o due cortili o due orti e non nel caso in cui divide un orto da un parcheggio).

In presenza di tali caratteristiche, il muro si presume essere di proprietà in pari quote tra i due confinanti. Tuttavia, è ammessa la prova contraria: è cioè possibile dimostrare che lo stesso è di proprietà di uno solo dei confinanti. In particolare, il muro è di proprietà esclusiva del fondo:

  • verso cui insiste un piovente (piccolo tetto sulla sommità del muro destinato a far scorrere l’acqua piovana);
  • verso cui si presentano sporgenze ed altri segni indicatori (cornicioni, mensole e simili, vani che si addentrano oltre la metà della grossezza del muro).

La distanza del muro dal confine

Il Codice civile [2] stabilisce che la distanza minima tra costruzioni poste su terreni confinanti deve essere di tre metri, salvo che i regolamenti locali non dispongano diversamente.

Detta regola si applica anche ai muri sul confine che, pertanto, non possono trovarsi a meno di tre metri dal confine. Ma attenzione: l’esenzione vale solo se il muro in questione ha un’altezza pari o superiore a tre metri. Invece, i muri di confine con altezza inferiore a tre metri possono essere collocati anche a distanza ravvicinata non dovendo rispettare i limiti appena indicati [3].

In più, l’esenzione dal rispetto delle distanze legali vale non per qualsiasi muro, ma solo per quelli “di cinta” (o “di recinzione”), ossia che hanno la funzione di delimitare i terreni.

A riguardo, la giurisprudenza ha chiarito quanto segue: affinché un muro possa essere qualificato di cinta è indispensabile che sia destinato a recingere una determinata proprietà, che abbia un’altezza non superiore a tre metri, che emerga dal suolo e abbia entrambe le facce isolate dalle altre costruzioni. Solo in presenza di tali caratteristiche è applicabile la disciplina, che introduce l’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni.

Tale normativa, tuttavia, si applica anche nel caso in cui si abbia un muro in tutto o in parte carente di alcune di esse, purché sia idoneo a delimitare un terreno e gli possa ugualmente essere riconosciuta la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo [4].

Affinché un muro possa essere qualificato di cinta è indispensabile che sia destinato a recingere una determinata proprietà, che abbia un’altezza non superiore a tre metri, che emerga dal suolo e abbia entrambe le facce isolate dalle altre costruzioni. Solo in presenza di tali caratteristiche è applicabile la disciplina, che introduce l’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni. Tale normativa, tuttavia, si applica anche nel caso in cui si abbia un manufatto in tutto o in parte carente di alcune di esse, purché sia idoneo a delimitare un fondo e gli possa ugualmente essere riconosciuta la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo.

Muro di contenimento

Il muro di contenimento non va considerato ai fini delle distanze legali soltanto fino al livello del fondo superiore; la parte del muro che si innalza oltre il piano del fondo sovrastante, invece, è soggetta alla disciplina delle distanze; ed alla medesima disciplina devono ritenersi soggetti, perché costruzioni nel senso sopra specificato, il terrapieno ed il relativo muro di contenimento elevati ad opera dell’uomo per creare un dislivello artificiale o per accentuare il naturale dislivello esistente.

Qualora il muro di contenimento assolva anche una funzione di delimitazione del confine tra i fondi, esso va considerato ai fini del rispetto della distanza dei tre metri soltanto se di altezza superiore a tre metri. L’altezza, ai fini della distanza legale, va misurata a partire dal livello del fondo superiore, senza aversi riguardo all’intero corpo del muro.

Muro a dislivello

Se il muro è posto tra due fondi a livelli diversi, ossia con un dislivello, vale un’altra regola. In tal caso, il proprietario del fondo superiore deve sopportare per intero le spese di costruzione e conservazione del muro dalle fondamenta all’altezza del proprio suolo, ed entrambi i proprietari devono contribuire per tutta la restante altezza. Il muro deve essere costruito per metà sul terreno del fondo inferiore e per metà sul terreno del fondo superiore.

Ciò vale solo se il dislivello tra i due terreni è di origine naturale. Se invece il dislivello è stato causato dal proprietario del terreno inferiore, che ha reso indispensabile la costruzione di un muro di sostegno, l’obbligo della relativa conservazione incombe su quest’ultimo.

Muro di confine: Codice civile 

Art. 874 cod. civ.

Il proprietario di un fondo contiguo al muro altrui può chiederne la comunione per tutta l’altezza o per parte di essa, purché lo faccia per tutta l’estensione della sua proprietà. Per ottenere la comunione deve pagare la metà del valore del muro, o della parte di muro resa comune, e la metà del valore del suolo su cui il muro è costruito. Deve inoltre eseguire le opere che occorrono per non danneggiare il vicino.

Art. 875 cod. civ.

Quando il muro si trova a una distanza dal confine minore di un metro e mezzo ovvero a distanza minore della metà di quella stabilita dai regolamenti locali, il vicino può chiedere la comunione del muro soltanto allo scopo di fabbricare contro il muro stesso, pagando, oltre il valore della metà del muro, il valore del suolo da occupare con la nuova fabbrica, salvo che il proprietario preferisca estendere il suo muro sino al confine.

Art. 876 cod. civ.

Se il vicino vuole servirsi del muro esistente sul confine solo per innestarvi un capo del proprio muro, non ha l’obbligo di renderlo comune a norma dell’art. 874, ma deve pagare un’indennità per l’innesto.

Art. 877 cod. civ.

Il vicino, senza chiedere la comunione del muro posto sul confine, può costruire sul confine stesso in aderenza, ma senza appoggiare (1) la sua fabbrica a quella preesistente.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 22 febbraio – 9 settembre 2019, n. 22445

Presidente Orilia – Relatore Correnti

Fatti di causa

B.A. propone ricorso per cassazione, illustrato da memoria contro C.M. , che resiste con controricorso proponendo ricorso incidentale condizionato e ricorso incidentale, illustrati da memoria avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna del 14.7.2014, che, in riforma parziale di quella di primo grado, ha condannato C.M. a eliminare i manufatti e le opere esistenti sul confine dei fondi, restringenti il passaggio oggetto di servitù, rigettando per il resto l’appello principale e l’incidentale.

La causa, introdotta da F.A. , dopo aver ottenuto un provvedimento cautelare, al fine di accertare l’illegittima costruzione sul confine in violazione dell’art. 873 c.c. e l’illegittima limitazione di una servitù di passaggio a causa di un marciapiede che la restringeva di un metro ed a causa anche dell’apertura esterna delle porte da parte della C. , si era conclusa in primo grado col rigetto delle domande.

La Corte di appello di Bologna ha accertato la imitazione della servitù ma ha escluso la violazione delle distanze legali.

Ha considerato in proposito che sul confine già esisteva una costruzione (rappresentata da un muro) e quindi, a suo avviso, l’edificazione da parte della convenuta era legittima in applicazione dell’art. 20 del R.E. che consente appunto di costruire in aderenza o sul confine qualora vi siano preesistenti costruzioni.

Ricorre la B. , già indicata in sentenza come appellante, continuatrice del processo iniziato dalla F. , di cui è erede, denunziando 1) violazione degli artt. 21 e 5 del R.E. del Comune di Mirabello in rapporto all’art. 878 c.c., comma 1 per essere stato ritenuto il muro di m. 1,80 costruzione preesistente; 2) violazione dell’art., 5 del R.E. perché in ogni caso si imponeva una distanza minima di tre metri dal confine.

Col ricorso incidentale condizionato si denunzia 1) violazione degli artt. 112 e 345 c.p.c. sul divieto di ius novorum in appello e col ricorso incidentale 1) delle stesse norme sotto altro profilo; 2) degli artt. 163, 164 e 342 c.p.c. sulla valutazione delle testimonianze sull’esistenza ultratrentennale del marciapiede; motivazione inesistente; 4) violazione degli artt. 1063, 1064, 1065 e 1067 c.c., omesso esame di fatto decisivo.

Ciò premesso, si osserva:

Le parti ripropongono sostanzialmente negli stessi termini le questioni esaminate dalla Corte di appello.

È preliminare l’esame dei primi motivi rispettivamente del ricorso incidentale condizionato e del ricorso incidentale, che vanno respinti avendo la Corte di appello escluso la novità eccepita dalla C. perché “le domande avversane erano già tutte nella citazione di primo grado dov’erano chiari i beni della vita avuti di mira senza che l’aggiunta successiva di un inciso o la modificazione ci qualche parola le snaturino” e cioè 1) ripristino stato dell’immobile, 2) passaggio sul fondo servente, e tale conclusione è senz’altro corretta in diritto perché il fatto è lo stesso ed il bene della vita domandato non è mutato (cfr. atto di citazione e atto di appello, cfr. altresì Cass. n. 24055/2008 secondo cui non costituisce domanda nuova, ai sensi dell’art. 345 c.p.c., la specificazione della domanda effettuata dalla parte con l’attribuzione in appello di un diverso nomen iuris, basato sui medesimi fatti dedotti in primo grado; cfr. anche Cass. n. 19812/2004).

Passando al ricorso principale, il primo motivo manifesta dissenso rispetto alla statuizione relativa al concetto di costruzione ravvisabile nel muro di m. 1,80, mentre il secondo formula una ipotesi alternativa ed ipotetica.

La prima censura è fondata con assorbimento della seconda.

Come già esposto, la Corte di appello ha ritenuto che la edificazione della convenuta sul confine fosse legittima perché già c’era una costruzione rappresentata da un muro. Ricorreva, quinti, l’ipotesi prevista all’art. 20 del regolamento comunale (che consente di costruire sul confine o in aderenza qualora vi siano preesistenti costruzioni sul confine).

Ebbene i requisiti essenziali del muro di cinta, che a norma dell’art. 878 c.c. non va considerato nel computo delle distanze legali, sono costituiti dall’isolamento delle facce, dall’altezza non superiore a metri tre e dalla sua destinazione alla demarcazione della linea di confine ed alla separazione e chiusura della proprietà mentre la sentenza, a pagina dieci, distingue le due ipotesi della possibilità edificatoria delle due parti statuendo essere irrilevanti i tre metri di altezza di cui all’art. 878 c.c. perché il muro vale come preesistente costruzione ex art. 20 del regolamento che consente la sopraelevazione sulla verticale.

La decisione non è corretta perché non dà il giusto rilievo alla previsione legislativa citata posto che il muretto in questione è alto meno di tre metri, come accertato dalla stessa Corte di appello.

Ragionare diversamente significherebbe sminuire la portata della chiara previsione dell’art. 878 c.c. che richiama l’art. 873 c.c., norma dalla quale i regolamenti possono derogare per stabilire distanze maggiori.

Quanto alle rimanenti doglianze del ricorso incidentale, che, per la evidente connessione, possono trattarsi congiuntamente si osserva:

A seguito della riformulazione della norma di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, è denunciabile in cassazione solo l’omesso esame del fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (Cass. 8 ottobre 2014; n. 21257; Rv. 632914).

Il vizio motivazionale previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5) pertanto, presuppone che un esame della questione oggetto di doglianza vi sia pur sempre stato da parte del giudice di merito, ma che esso sia affetto dalla totale pretermissione di uno specifico fatto storico.

Sotto altro profilo, come precisato dalle Sezioni Unite, la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5″ deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione.

Può essere pertanto denunciata in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Nel caso di specie non si ravvisano nè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, nè un’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante.

La Corte d’appello, infatti, ha deciso la controversia sulla base delle risultanze, congruamente delibate ed ha considerato con apprezzamento in fatto la diminuzione della servitù rispetto alla previsione del titolo (restrizione da 5 a 4 metri) mentre sono inammissibili nuovi profili quali la violazione degli artt. 163 e 164 c.p.c. perché non risultano dedotti nei gradi di merito.

La censura sulla valutazione delle testimonianze si risolve nella denunzia di un inammissibile vizio di motivazione improponibile ratione temporis, a seguito della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 8.10.2014 n. 21257, etc.).

La violazione di norme di diritto con riferimento agli artt. 1063 e ss. c.c., infine, non ricorre perché com’è noto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di ricorso per cassazione il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di una erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata dalla norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di una erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito sottratta al sindacato di legittimità (Cass. 5.2.2019 n. 3340, 14.1.2019 n. 640, 13.10.2017 n. 24155, etc).

Nel caso di specie, come si è visto, si è fuori da tale ipotesi.

Donde il rigetto del ricorso incidentale, l’accoglimento del primo motivo del ricorso principale e l’assorbimento del secondo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il riarso incidentale, accoglie il primo motivo ricorso principale, dichiara assorbito il secondo, dà atto dell’esistenza dei presupposti ex D.P.R. n. 115 del 2002 per il versamento dell’ulteriore contributo unificato a carico del ricorrente incidentale, cassa la sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese alla Corte di appello di Bologna.


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