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Lavorare gratis: quali rischi con il Fisco?

19 Marzo 2018 | Autore:
Lavorare gratis: quali rischi con il Fisco?

Chi lavora gratis rischia l’accertamento fiscale. Vediamo perché e come difendersi

Occhio a lavorare gratis: oltre al danno di non ricevere alcun compenso a fronte dell’attività lavorativa espletata, si rischia anche la beffa, vale a dire l’accertamento fiscale.

Lavorare gratis non piace a nessuno. Alcune volte, però, è inevitabile: c’è il parente, c’è l’amico, c’è l’amico dell’amico, ci sono di mezzo scambi di favori e chi più ne ha più ne metta. E allora attenzione: come in tutte le cose il “troppo storpia”. Va bene essere generosi, ma occhio a non esagerare. Così facendo, infatti, si vuole far del bene, ma si finisce per far del male. A chi? Soprattutto a se stessi. Perché? Perché chi lavora gratis rischia l’accertamento fiscale. Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione con una recentissima pronuncia [1].

Dunque: professionisti e lavoratori autonomi avvisati, mezzi salvati.

Ciò posto, entriamo più nel dettaglio. Vediamo allora perché non conviene lavorare gratis, perché le prestazioni di lavoro gratuite allertano il fisco e come difendersi, in questi casi, dall’accertamento fiscale.

Chi lavora gratis rischia l’accertamento fiscale

Chi lavora gratis potrebbe rimetterci doppiamente: in primo luogo perché – come già detto – lavorare senza ricevere alcun compenso non è mai bello per nessuno; in secondo luogo perché lavorando gratis si rischia seriamente di mettere in allarme l’Agenzia delle Entrate.

Sul punto è bene sapere che il Fisco non fa sconti a nessuno. Non vale, quindi, la regola del contrappasso. Il Fisco non si “impietosirà” di fronte alla generosità di chi, per fare un favore ad un amico o ad un parente, ha lavorato gratis. Anzi, con molta probabilità si insospettirà. Risultato? Scatta l’accertamento fiscale. E attenzione: difendersi sarà tutt’altro che una passeggiata, atteso che anche le testimonianze di ha beneficiato della prestazione gratuita potrebbero risultare inutili.

Si può lavorare gratis?

Prima di entrare nel vivo del discorso, cerchiamo di mettere i puntini sulle “i”. Quanto sin qui scritto non significa che è vietato lavorare gratis. Ogni libero professionista o lavoratore autonomo, infatti, è liberissimo di gestire come meglio crede il proprio tempo e le proprie energie lavorative; non a caso si dice che “ognuno di noi ha un prezzo”.  Dicevamo: lavorare gratis non è vietato. Dunque, le prestazioni gratuite non sono né vietate né sanzionate, ma possono giustificare un controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Perché?

Perché non è possibile lavorare tanto e fatturare poco. Ed infatti, in questi casi  i controlli del Fisco mirano ad accertare i motivi per cui il numero delle prestazioni effettuate dal professionista non equivale a quello delle fatture emesse. Quindi il controllo del Fisco è finalizzato ad accertare un’eventuale evasione fiscale da parte del libero professionista ed ad appurare – per farla più semplice – che dietro al lavoro gratis, in realtà non si nasconda un lavoro in nero.

Vediamo allora cos’ha affermato sul punto la recentissima pronuncia della Corte di Cassazione.

Lavoro gratis e rischio fisco: la vicenda

Con la pronuncia in commento, la Suprema Corte si è espressa sul ricorso presentato da un avvocato campano che per il periodo 2007-2009 ha ricevuto un accertamento del Fisco ai fini Irpef, Irap e Iva; secondo l’Agenzia delle Entrate, infatti, nel suddetto periodo il legale ha lavorato più di quanto effettivamente guadagnato (e fatturato), come dimostrato dalla quantità di prestazioni rese. La Corte d’Appello ha concordato con il Fisco, confermando i dubbi in merito all’evasione fiscale da parte dell’avvocato.

E qui viene il bello. L’avvocato ha provato a difendersi dichiarando che la mancanza di correlazione tra prestazioni rese e fatture emesse dipendeva dal fatto che in molti casi aveva lavorato gratis per favorire i clienti, alcuni dei quali sono stati chiamati anche a testimoniare.

Secondo la Cassazione, però, il numero ristretto di fatture – correlato ad un esiguo fatturato annuo – a fronte di una mole di lavoro consistente contrasta “con le più elementari regole di ragionevolezza”; insomma, non è stata ritenuta sufficiente come prova la testimonianza degli assistiti gratuitamente dal legale per discolparlo della presunzione di evasione mossa dall’Agenzia delle Entrate. Come a dire: va bene lavorare gratis una, due o tre volte; dopo di che non si è più credibili, poiché si trascende dalle più basilari regole di ragionevolezza.

Prestazioni gratis: cosa controlla il Fisco

Non è il lavoro gratuito ad essere sanzionato, ma la totale mancanza di correlazione che c’è tra le fatture emesse e il lavoro prestato.

In generale, ogni contribuente, ivi compreso il professionista, è libero di rendere prestazioni gratuite, senza che dietro di ciò il fisco possa automaticamente presumere un’evasione fiscale. L’emissione della fattura è obbligatoria solo laddove c’è stato il pagamento di un compenso. E se anche è possibile il sospetto (specie se l’incarico è gravoso o ha un rilievo economico tutt’altro che marginale), non è sufficiente una sola causa o l’invio di una dichiarazione dei redditi a far scattare un accertamento. Già in passato la Cassazione [2] ha detto che il fisco non può contestare le prestazioni rese dai professionisti a titolo gratuito a favore di parenti, amici, soci di società già clienti a pagamento dello studio e di altre persone in grado di incrementare la clientela: l’onerosità della prestazione professionale non è essenziale.  In pratica, secondo la Suprema Corte, l’Agenzia delle Entrate non può accertare un maggior reddito in capo ad un consulente sulla base della semplice presunzione secondo cui i professionisti non sono soliti prestare i propri servizi a titolo gratuito. È plausibile, infatti, che un professionista (un avvocato, un commercialista, un medico, ecc.) possa svolgere parte della propria attività senza percepire alcun compenso, per ragioni di amicizia, parentela o di mera convenienza come, ad esempio, per fidelizzare il cliente. Tuttavia è inverosimile che ciò avvenga in via sistematica e continuativa, tanto che le attività professionali prive di compenso rappresentino una quota consistente rispetto a quelle fatturate. In tali ipotesi ben è possibile l’accertamento fiscale fondato sul metodo analitico-induttivo [3]  

Lavorare gratis: i rischi fiscali

Sempre più spesso, tuttavia, il Fisco pone l’attenzione sullo scostamento tra le prestazioni di servizio rese che risultano in anagrafe tributaria in un determinato periodo di imposta e le corrispondenti fatture emesse per tali servizi.

Sul punto, è bene sapere che la Fondazione nazionale dei dottori commercialisti ha pubblicato, il 31 gennaio 2017, una guida in cui approfondisce il tema dei rapporti tra prestazioni professionali gratuite e accertamenti fiscali chiarendo alcune questioni di indubbia utilità. «Utilizzando gli strumenti informativi a sua disposizione e/o per mezzo di questionari e controlli esercitati presso lo studio del professionista l’Amministrazione Finanziaria contesta l’omessa fatturazione dei compensi relativi a prestazioni rese dal professionista a titolo gratuito, ritenendo irragionevole ed “anti economico” lo svolgimento di un’attività senza che sia percepito alcun compenso. Ne consegue la ricostruzione di un maggior reddito professionale e la ripresa a tassazione dei compensi che si presumono percepiti dal professionista per la prestazione resa nel periodo d’imposta a titolo oneroso (nonché l’irrogazione di sanzioni per infedele dichiarazione e per omessa fatturazione)».

Insomma, il rischio di un accertamento fiscale c’è ed è tutt’altro che raro.

Il Fisco controlla il numero di cause degli avvocati

Per quanto riguarda più in particolare gli avvocati, segnaliamo che l’amministrazione finanziaria, nell’ottica di eseguire controlli fiscali mirati, può controllare – verosimilmente mediante terminale, tramite accesso alle iscrizioni a ruolo che ormai avvengono in via telematica –  i contenziosi instaurati dinanzi al Tribunale, civile e amministrativo, anche di valore elevato e confrontandole con le fatture emesse dal professionista. Ebbene, sulla scorta dell’esiguità dei compensi dichiarati nel periodo di imposta preso a riferimento è possibile  ritenere inattendibile la contabilità e procedere con la rideterminazione induttiva dei maggiori redditi professionali. Dunque, anche in caso di lavoro “pro bono”, attenzione a lavorare troppo e a fatturare troppo poco.

Lavorare gratis e accertamento fiscale: come difendersi?

La difesa contro un accertamento fiscale basato sul riscontro di una serie di attività professionali gratuite è tanto più difficile quanto più onerosa, lunga e costosa è la prestazione resa dal contribuente (si pensi a una causa di valore elevato, con richiesta di trasferte e di studio approfondito). A questo proposito, come anticipato, le dichiarazioni verbali dei clienti che testimoniano la rinuncia al compenso da parte del professionista non hanno alcun valore, posto che nel processo tributario possono essere prese in considerazione solo le prove scritte. Che fare, dunque, per difendersi dall’accertamento fiscale in questi casi?

Nel caso di prestazioni rese dai professionisti nei confronti di società, si consiglia di conservare la documentazione societaria inerente (ad esempio delibere che stabiliscono il compenso dell’amministratore, lo statuto, mastrini contabili di cassa o banca e quelli riferiti al professionista). Invece, per i privati la questione è più difficile: bisognerebbe predisporre lettere di incarico professionale ove, sin dall’inizio, il professionista dichiara per iscritto di rinunciare al compenso, atteso che una dichiarazione successiva potrebbe risultare poco convincente.


note

[1] Cass. ord. n. 6215/2018 del 14.03.2018.

[2] Cass. sent. n. 21972/2015.

[3] Art. 39 co. 1 lett. d) dPR n. 600/1973 ai fini delle imposte dirette; art. 54 co. 2, dPR n. 633/1972 ai fini Iva.

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