Business | Articoli

Licenziamento per un post su facebook

20 Marzo 2018 | Autore:
Licenziamento per un post su facebook

Un post su facebook può costare caro, anche il licenziamento. Ecco quando e perché

Si può essere licenziati per un post su facebook, una foto su instagram o un tweet? Può bastare un post sui profili social per essere licenziati? La risposta è sì. Sul punto, infatti, non sono poche le cause vinte dai datori di lavoro e dalle aziende. Occhio, quindi, ad essere troppo disinvolti sui social, a postare commenti irriverenti sul proprio datore di lavoro o ad essere troppo critici nei confronti della propria azienda o dei propri colleghi. Un post su facebook può costare davvero caro, anche il licenziamento.  Vediamo allora quando e perché si può essere licenziati per un post su facebook.

Fisco e aziende: controlli del tenore di vita su facebook

Facebook, e più in generale i social network, sono lo specchio della nostra vita. C’è chi, sul web, pubblicizza la propria intera esistenza, o meglio la versione social della propria realtà.  Sul punto abbiamo già messo in guardia i nostri lettori: i nostri profili social non sono controllati solo da amici e parenti, ma anche dal fisco. Attenzione allora  a pubblicizzare troppo il proprio (gonfiato) tenore di vita ed il proprio status stellato su facebook e su instagram. Oltre ai like e ai followers, coloro che ostentano troppo sui social attireranno immancabilmente anche i controlli del fisco. Non è raro, infatti, che l’ostentazione del lusso sui social diventi una prova per il Fisco e per i Tribunali, ai fini della contestazione dell’evasione e di frodi fiscali. Per saperne di più, leggi: Controlli del fisco sul tenore di vita da facebook. Dalle stelle di facebook alle stalle del controllo fiscale, dunque, il passo è davvero breve e si rischia non solo di inciampare, ma anche di cadere rovinosamente. Ma non è tutto: un post “di troppo” su facebook può anche essere causa di licenziamento. Spieghiamo perché.

Fisco e aziende controllano i nostri profili social

Il fisco non è l’unico soggetto “estraneo” a tenere sott’occhio i nostri profili social: ci sono anche le aziende e i datori di lavoro. Ad oggi, infatti, le aziende che assumono personale e che sono alla ricerca di papabili candidati  sovente si avvalgono anche di controlli sui “profili social”, non fosse altro per studiare la personalità delle eventuali “nuove leve”. Di conseguenza, chi è alla ricerca di un lavoro dovrebbe fare molta attenzione alla propria “immagine social”.

Si può essere licenziati per un post su facebook?

Il discorso non cambia per chi un lavoro già ce l’ha: a volte può bastare un post per essere licenziati. Negli ultimi anni, infatti, sempre più spesso l’utilizzo dei social network sui luoghi di lavoro è entrato nelle aule dei Tribunali, diventando una frequente causa di licenziamento. Non è uno scherzo, ma quanto risulta dalla più recente giurisprudenza. Attenzione dunque a ciò che si pubblica sul proprio profilo social.

Licenziamento per un post su facebook: cosa ne pensano i Tribunali

Quanto detto, non è solo una regola di prudenza dettata dal buon senso, ma costituisce quando di più recente affermato dai Tribunali italiani, che si sono trovati a giudicare (spesso negativamente) i casi più disparati.  Al riguardo, infatti, gli esempi di cui si compone la giurisprudenza sono moltissimi ed eclatanti, soprattutto negli ultimi tempi. Vediamone alcuni.

Per il Tribunale di Busto Arsizio [1] sono sufficienti i pochi caratteri di un tweet per ledere l’immagine del datore di lavoro e «rendere esplicito un atteggiamento di disprezzo verso l’azienda e i suoi amministratori». Il diritto di critica ha infatti dei precisi limiti che, se valicati, possono ledere il vincolo di fedeltà alla base del rapporto di lavoro e giustificare dunque il licenziamento. Rientra invece nel diritto di critica pubblicare un articolo che riguarda la propria azienda e commentarlo “genericamente”, affermando – ad esempio – che «padroni così meritano solo disprezzo». In linea di principio, infatti, la genericità del post salva il lavoratore in tutti i casi in cui l’azienda non è direttamente identificata.

Al contrario, è stato considerato legittimo il licenziamento intimato per giusta causa al lavoratore che ha postato su facebook frasi offensive coinvolgenti i colleghi e il datore di lavoro non integrando nel caso di specie reazione legittima ad una provocazione posta in essere dal datore di lavoro o dai colleghi [2].

Allo stesso modo, più che giustificato il licenziamento del dipendente che, sfogandosi su facebook, dava ripetutamente del «lecchino» e della «pecora» al collega. Il Tribunale di Milano [3], invece,  ha ritenuto la parola «bastardo» non diffamatoria, ma una semplice espressione di disistima.

Non è raro, inoltre, che sia proprio un post su facebook ad incastrare il dipendente, com’è avvenuto nel caso di un lavoratore che, “sulla carta” assente per malattia, era in realtà ad esibirsi ad un concerto e non si è perso l’occasione di pubblicizzarlo sul proprio profilo facebook. Risultato? Licenziamento in tronco. Leggi al riguardo: Licenziamento: si può fare un concerto durante la malattia?.

Nell’apprezzamento della condotta del lavoratore, ai fini della valutazione della legittimità di un licenziamento, viene in considerazione ogni comportamento, quand’anche compiuto al di fuori della prestazione lavorativa, che per la sua gravità sia suscettibile di scuotere la fiducia del datore di lavoro. Sulla scorta di ciò, infatti, possono condurre al licenziamento anche le condotte extralavorative, se molto gravi e allarmanti, come nel caso del lavoratore licenziato per aver pubblicato sue fotografie con armi [4].

Quando si può essere licenziati per un post sui social

In queste ipotesi, dunque, i giudici verificano principalmente la sussistenza di un’eventuale lesione del rapporto di fiducia, che è alla base del rapporto di lavoro ed il rispetto, da parte del dipendente, degli obblighi di diligenza e di fedeltà, in mancanza dei quali è giustificabile il licenziamento. I toni del dipendente devono essere sempre quelli di una comunicazione non offensiva né ingiuriosa che resti nei limiti di un dialogo costruttivo e mai distruttivo o diffamatorio.

Di conseguenza, può essere cacciato il dipendente che, usando i social in maniera inappropriata leda l’immagine della propria azienda. È stato invece ritenuto ingiusto il licenziamento di un’allieva dell’aeronautica militare ritratta su facebook mentre simulava una sfilata di moda, seguita dall’affermazione «È così che si lavora», rivolta al proprio datore di lavoro. Per il giudice, l’atteggiamento è stato sì provocatorio, ma non abbastanza da portare al licenziamento.

La linea di confine tra ciò che lede l’immagine della propria azienda o del proprio datore di lavoro e ciò che, invece, rientra nella libertà di manifestazione del proprio pensiero, dunque, è molto sottile. Sul punto, allora, il consiglio pratico è quello di “postare” con prudenza, evitando ogni rischio.

 


note

[1] Trib. di Busto Arsizio, sent. n. 62/2018.

[2] Trib. Ivrea, sent. del 28.01.2015.

[3] Trib. Milano, sent. n. 3153/2017.

[4] Trib. Bergamo, sent. del 24.12.2015.

Autore immagine: Pixabay.com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube