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Vicini rumorosi: soluzioni

13 Settembre 2019
Vicini rumorosi: soluzioni

Rumori: quando chiamare i carabinieri o la polizia e quando, invece, far intervenire l’amministratore di condominio o l’avvocato.

Se hai dei vicini rumorosi è molto probabile che, prima di ricorrere alla giustizia, tu stia cercando soluzioni più rapide e bonarie che non inaspriscano i rapporti tra voi già tesi. Anche perché, se è vero che, per sortire qualche effetto, un’azione legale richiede numerosi mesi o a volte anni, è molto probabile che, nel frattempo, si inneschino una serie di ritorsioni: piccoli dispetti che renderebbero la tua vita quotidiana molto più complicata.

Avrai allora già vagliato la possibilità di rivolgerti direttamente al tuo vicino, di bussare alla sua porta e di rappresentargli il problema. Avrai anche pensato di fargli parlare da un altro condomino, un amico in comune che gli renda meno amaro il rispetto del prossimo. Peraltro, non dovrai porti problemi di diffamazione se dovessi riferire l’episodio a una sola persona. Se, invece, ne dovessi parlare con più soggetti, anche in momenti distinti, per evitare il reato, dovresti stare attento a non usare parole che infanghino l’altrui reputazione: dire che il tuo vicino è un maleducato ti espone a una querela, mentre dire che fa rumori nel cuore della notte, limitandoti ai semplici fatti, non comporta alcuna responsabilità.

Nel caso poi in cui le suddette azioni non dovessero portare ad alcun risultato, prima ancora di ricorrere al tribunale o alla polizia, hai ancora qualche carta da giocarti.

Di tanto parleremo in questo articolo: ti indicheremo cioè quali sono le possibili soluzioni contro i vicini rumorosi e cosa potresti fare per farli smettere.

Partiremo, però, dal ricordare cosa la legge ti consente di fare e ti spiegheremo quando il rumore si può considerare un reato.

Quando il rumore è reato

Il Codice penale [1] prevede due ipotesi in cui i rumori possono diventare reato:

  • il primo caso è quello in cui può cadere chiunque disturba la quiete pubblica: un vicino di casa che sbatte i tappeti per ore, che ascolta la radio o la tv a volume molto alto, che fa gli esercizi di pianoforte la sera, che usa l’aspirapolvere nel cuore della notte, ecc. La condotta viene definita dalla legge come quella di chi «mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici»;
  • il secondo caso è, invece, solo quello di chi svolge una professione o un mestiere rumoroso contro le disposizioni della legge o le prescrizioni dell’Autorità. In tale ipotesi, quindi, il Codice penale punisce non le attività rumorose domestiche, ma quelle industriali o professionali, esercitate in difformità dalle prescrizioni di legge o dalle disposizioni dell’autorità amministrativa che potrebbe, ad esempio, per determinati settori, fissare dei limiti massimi di decibel.

Nel primo caso, per aversi reato, è necessario che il rumore:

  • superi la normale tollerabilità; questo concetto viene valutato caso per caso dal giudice, sulla base dell’orario in cui il rumore viene effettuato, l’entità dello stesso (si ritiene intollerabile il rumore di oltre 3 decibel rispetto ai rumori di fondo provenienti dalla strada e dall’ambiente circostante), dalla continuità e ripetizione del rumore, della zona ove il rumore viene prodotto (sono meno tollerabili i rumori in una zona di campagna o residenziale piuttosto che in un centro urbano molto trafficato);
  • sia percepibile (anche se non effettivamente percepito) da un numero indeterminabile di persone; non conta, quindi, il numero di persone che, a conti fatti, si sia lamentato o che ha avvertito il rumore. Rileva la potenzialità che ciò avvenga. Quindi, ben può sussistere il reato se la denuncia è sporta da una sola persona, mentre tutti gli altri condomini non aderiscono. La Cassazione ha così ravvisato l’esistenza del reato di disturbo alla quiete pubblica tutte le volte in cui ad essere molestato è tutto il palazzo o una parte consistente dei condomini e non solo quelli più vicini al responsabile. La prova dell’effettivo disturbo di più persone non è necessaria, essendo sufficiente l’idoneità della condotta a disturbarne un numero indeterminato [2].

Nel secondo caso, invece, per aversi reato, è sufficiente l’esorbitanza rispetto ai limiti consentiti dalla legge o dalle autorità, presumendosi già solo in ciò la turbativa della pubblica tranquillità.

Quando il rumore non è reato

Il rumore non è reato quando:

  • nel caso di attività private, la soglia non superi la normale tollerabilità e/o disturbi solo poche persone (e non un numero indeterminato);
  • nel caso di attività commerciali o professionali, la soglia sia al di sotto dei limiti fissati dalla legge o dalle autorità amministrative.

Come difendersi dal rumore

Quando il rumore è reato, l’unica cosa da fare è presentare una querela alla polizia o ai carabinieri. A sporgerla può essere anche una sola persona. Non è necessario inviare prima una diffida anche se può essere opportuno.

Trattandosi di un reato procedibile d’ufficio, il disturbo alla quiete pubblica può essere censurato anche con una semplice telefonata alle forze dell’ordine che sono tenute a intervenire e redigere un verbale.

Se, invece, il rumore non rientra nel reato, non c’è altra soluzione che l’azione civile: bisogna cioè ricorrere al giudice civile per ottenere un’inibitoria (un ordine di cessazione delle molestie) ed eventualmente il risarcimento (ma solo dimostrando un danno concreto ed effettivo).

Come dimostrare il rumore

Se per la denuncia non c’è bisogno di raccogliere prima le prove, essendo questo un compito delle autorità, nel processo civile è necessario che chi agisca dimostri le immissioni rumorose. Per le attività commerciali e professionali può essere opportuno ottenere un intervento dell’Arpa. Negli altri casi, ci si potrà avvalere di una perizia fonometrica. Tuttavia, posto che alcuni rumori sono irripetibili e, di solito, non vengono ripetuti se è in corso un giudizio, la Cassazione ha ritenuto possibile dimostrare la loro produzione tramite le testimonianze dei vicini che possano confermare di aver sentito le immissioni acustiche.

La registrazione dei rumori fatta da te stesso (ad esempio con uno smartphone) è facilmente contestabile se da essa non risulti la data in cui la stessa viene eseguita e la fonte dei rumori. Un filmato può essere scardinato da un bravo legale.

Vicini rumorosi: le varie soluzioni

L’amministratore di condominio non è il paciere tra i condomini, per cui non ha competenza ad agire per imporre la cessazione dei rumori. Tuttavia, il buon professionista tenta sempre una mediazione per il quieto vivere di tutti e, a volte, si presta a intervenire tentando la soluzione bonaria. Il suo diventa, però, un preciso obbligo quando il regolamento di condominio contiene delle specifiche prescrizioni, imponendo di non fare rumore in determinati orari della giornata. L’amministratore è, infatti, garante del regolamento e deve fare in modo che tutti lo rispettino. Se autorizzato dall’assemblea, può infliggere anche delle multe fino a 200 euro (800 euro in caso di recidiva).

Contrariamente a quanto si crede, la segnalazione al Comune non ha alcuna ragion d’essere se non quando il rumore proviene da attività commerciali, locali, pub, discopub e simili. Alcune sentenze della giurisprudenza hanno ritenuto responsabile l’ente locale per il rumore notturno sulle strade. È più unanime l’orientamento di ritenere responsabile lo stesso titolare dell’esercizio se non fa in modo che i propri clienti facciano silenzio sia fuori che dentro il locale, eventualmente affiggendo dei cartelli o disponendo un servizio di sicurezza.

La lettera di diffida resta sempre la soluzione più opportuna: formalizza la contestazione e, nello stesso tempo, tiene lontani i giudici. Per renderla più credibile, potrai farla inviare da un avvocato, ma tieni conto che la firma del legale inasprisce di più gli animi.

note

[1] Art. 659 cod. pen.

[2] Corte di Cassazione, Sezione uno, 17.12.1998, n. 4820/99. Corte Cassazione, 12.6.2012, n. 39852. Cassazione, Sez. terza, 13.5.2014, n. 23529 e del 14.10.2013, n. 45616. Corte di Cassazione, Sezione 1, 29.11.2011, n. 47298; Sez. 3, 27.1.2015, n. 7912. Tribunale di Vicenza 1421 del 22 novembre 2016. Corte di Cassazione, seziona terza, Sentenza n. 45262 del 12/07/2018.


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