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Privatizzazioni: ecco le società pubbliche che stanno per diventare private

14 Settembre 2019 | Autore:
Privatizzazioni: ecco le società pubbliche che stanno per diventare private

La cessione sarà in favore della Cdp e non del pubblico mercato. Poco il tempo a disposizione e parecchi gli ostacoli. Il Governo vuole farle entro il 2019.

Il nuovo piano di privatizzazioni che il nuovo Governo Conte 2 sta varando vale tra i 5 ed i 6 miliardi di euro. Si vuole fare in fretta in maniera da arrivare alla manovra di ottobre con un po’ di soldi in più in cassa e così evitare aumenti dell’Iva e di altre imposte.

L’obiettivo è quello di inserirle già nel Nadef, la nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, che dovrà essere pronta entro il 26 settembre. Ecco le società pubbliche che stanno per diventare private: Enav, Poste Italiane, Eni ed Stm.

Enav è la società che gestisce il traffico aereo civile in Italia: qualcosa come 2 milioni di voli all’anno. Poste Italiane non si occupa solo dei servizi postali, ma anche di finanza, assicurazioni e telefonia. Eni copre tutti i settori dell’energia, dal petrolio al gas e luce. StMicroelectronics è leader mondiale nella produzione di semiconduttori, i chip che ormai non si trovano solo nei computer ma in ogni dispositivo, elettrodomestici di casa ed autovetture.

Il meccanismo prevederà la cessione delle quote attualmente in mano allo Stato alla Cassa Depositi e Prestiti (CdP). Inizialmente  – la prima proposta risale al Governo Conte 1 – si era pensato di incassare addirittura 18 miliardi di euro (un importo che da solo vale l’1% del Pil nazionale) ma poi le stime sono state corrette al ribasso: lo ha precisato il nuovo ministro per l’Economia, Roberto Gualtieri, in un’intervista rilasciata ieri all’esito dell’incontro dell’Eurogruppo tenuto a Bruxelles.

Il ministro è stato deciso nell’affermare che queste privatizzazioni vanno fatte, ed è consapevole che si tratta di aziende di grande interesse strategico anche perché sono capaci di generare flussi di cassa notevoli e stabili. Società di valore considerevole, quindi, che dovranno essere vendute bene e a condizioni favorevoli per il bilancio dello Stato e per le stesse aziende che dovranno proseguire le loro proficue attività.

Ci sono ora tre mesi di tempo per realizzare tutto: la legge di Bilancio definitiva dovrà essere approvata e varata entro il 2019 anche per evitare il rischio di procedure di infrazione da parte della Ue.

Si dice che la fretta è cattiva consigliera: in questo caso, il tempo che stringe non consente di effettuare la procedura classica, che prevede la privatizzazione attraverso la vendita delle quote sociali (rappresentate dai titoli azionari) sul pubblico mercato, come è avvenuto in passato per Enel, Eni, Sme, Ferrovie dello Stato, Telecom e molte altre. Così dovrà scendere in campo la Cassa Depositi e Prestiti per acquistare le quote di queste società attualmente in mano al ministero dell’Economia.

Il problema è che Cdp non è adatta, per la sua struttura ed i compiti svolti, ad essere azionista di maggioranza di società a vocazione industriale come Enav, Poste Italiane, StMicroelectronics ed Eni. Bisognerà anche modificare la governance, la guida sociale, per evitare i veti dell’Antitrust (oggi Cdp già possiede il 25% di Eni ed il 30% di Poste Italiane, la  quota non può aumentare oltre certi livelli); ma questo è possibile farlo abbastanza agevolmente, perché a sua volta il ministero dell’Economia è il socio di maggioranza proprio di Cassa Depositi e Prestiti e così la possiede ed è in grado di controllare indirettamente anche in futuro le nuove società privatizzate.

Per questi motivi, alcuni hanno parlato di privatizzazioni fasulle, richiamando il piano Capricorn, un vecchio progetto tornato d’attualità con Matteo Renzi (con il parere favorevole del presidente di Cdp) che aveva proposto di trasferire le partecipazioni del Mef attraverso un’operazione di aumento di capitale di queste società interessate, in modo da rafforzare il patrimonio di Cdp che, infine, le avrebbe acquistate.

Rimane il fatto che Cassa Depositi e Prestiti è una Spa, in massima parte controllata dallo Stato tramite il Mef e in piccola parte (il 16%) da società, fondazioni ed enti privati: un ibrido, dunque, che rende difficile sostenere che le cessioni di queste aziende pubbliche alla Cassa rappresentino delle vere privatizzazioni.

Sembra quasi che con questa operazione lo Stato non vende in realtà quello che sembra, perché rimane almeno in buona parte proprietario, ma il trucco è che le quote ora possedute dal Mef uscirebbero dal bilancio statale e quindi a livello contabile gli incassi necessari per migliorare il bilancio pubblico ci sarebbero.



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