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Referendum elettorale: si scaldano i motori

15 Settembre 2019 | Autore:
Referendum elettorale: si scaldano i motori

Il referendum è la strada per la legge elettorale maggioritaria voluta da Salvini. Servono 5 Regioni e l’ok della Corte Costituzionale, che non è scontato.

Salvini non si rassegna ad un ruolo d’opposizione e vuole tornare al più presto al centro della scena. È sabato pomeriggio e mentre parla a Milano, sul palco della riunione di 500 amministratori leghisti, parte all’attacco e lancia questa proposta a sorpresa: indire un referendum per cambiare la legge elettorale e farla diventare «Totalmente maggioritaria, così fermiamo l’inciucio».

«Facciamo una legge maggioritaria come per i sindaci, chi ha un voto in più, chi prende un parlamentare in più, governa per cinque anni. Il maggioritario significa che vincono gli elettori». Per arrivare a questo risultato, però, bisogna fare prima un referendum abrogativo. Infatti, in Italia il referendum non è ancora di tipo propositivo: non si può cioè introdurre una nuova legge direttamente con il voto referendario, ma bisogna passare per l’abrogazione della precedente, in questo caso della legge elettorale attualmente in vigore, il Rosatellum, che è un misto tra maggioritario e proporzionale.

Salvini lo sa e così traccia la strada per arrivare al maggioritario integrale: lanciare un referendum abrogativo, che dovrà essere proposto da cinque Regioni. Il governatore del Veneto, Zaia, ha già dato il suo immediato appoggio; sembra scontata anche la disponibilità di Lombardia ed Emilia Romagna, alle quali potrebbero aggiungersi altre due Regioni tra Friuli, Liguria, Molise, Abruzzo, Basilicata, Sardegna, Piemonte e Trentino.

Così si scaldano motori per arrivare al referendum elettorale: se venisse fatto e vinto, a quel punto – spiega Salvini – il Parlamento non potrebbe andare contro la volontà popolare e dovrebbe varare la nuova legge elettorale tenendo conto del risultato referendario. Non potrebbe più varare una legge elettorale diversa.

Per arrivare al risultato Salvini vuole bruciare le tappe: ha sottolineato che bisogna presentare la richiesta «in fretta, entro la fine di settembre» e così «si va al voto del referendum in primavera» e in tal caso le date possibili sarebbero tra il 15 aprile ed 1l 15 giugno, altrimenti «se si va a ottobre si va a votare nel 2021».

L’iniziativa regionale per Salvini è la strada più rapida, ma non non esclude la raccolta delle firme dei cittadini, che potrebbe avvenire quando la macchina si è già messa in moto «così raccogliamo non 500.000 ma 5 milioni di firme ai banchi e nelle strade». Con queste iniziative Salvini vorrebbe arrivare all’elezione diretta del premier e, infine, anche del presidente della Repubblica «Però facciamo una cosa per volta».

A ben vedere, la proposta di oggi è una contromossa alla nuova legge elettorale anti Salvini che avrebbe tagliato fuori dai giochi la Lega dopo il preannunciato taglio dei parlamentari, se non avesse conquistato alle urne la maggioranza assoluta del 50%. Ecco perché il referendum ideato da Salvini prende a base la composizione del Parlamento attuale, con 630 deputati e 315 senatori, e non quella ridotta che sarebbe emersa dopo l’approvazione definitiva della riforma propugnata dal Movimento 5 Stelle.

Il nodo da sciogliere è, però, innanzitutto, il quesito referendario, cioè la domanda da porre agli elettori, perché su di esso si dovrà pronunciare la Corte Costituzionale con il giudizio di ammissibilità e si andrà al voto solo se sarà positivo.

Il quesito «è già pronto» assicura il senatore Calderoli, che ha promesso di fornire il testo alle Regioni interessate già entro lunedì prossimo, in modo da consentire ai Consigli regionali di accelerare al massimo l’iter di approvazione completandolo entro 15 giorni. Quanto ai contenuti, Calderoli non si è sbilanciato ma ha dichiarato: «in tre pagine fitte, il modello che io ho usato porta all’eliminazione di commi o di articoli per cui alla fine c’è una legge vigente e completamente funzionante».

Il sistema elettorale proposto da Salvini (che ha dichiarato di essersi ispirato al sistema inglese) favorirebbe la creazione di coalizioni da rendere note agli elettori prima del voto: ogni candidato, in ciascun collegio, si dovrà presentare con il simbolo del proprio partito o con il sostegno di una coalizione già formata. Sarebbe, dunque, favorita la governabilità, a scapito della rappresentatività e soprattutto di quella dei partiti minori.

Al di là dei giudizi sull’opportunità di portare l’Italia verso un nuovo sistema elettorale completamente maggioritario anziché proporzionale o misto, c’è però un ostacolo più immediato e concreto all’accoglimento della proposta di Salvini.

Lo scoglio dell’ammissibilità del quesito in Corte Costituzionale appare infatti duro da superare perché – come ha spiegato il professore di diritto costituzionale Giovanni Tarli, intervistato dall’agenzia stampa AdnKronos – «Il quesito deve rispettare certi canoni. Deve essere innanzitutto parziale e cioè richiedere la cancellazione di alcuni parti della legge elettorale in modo tale che il sistema sia immediatamente applicabile e e non crei vuoti o non consenta l’eleggibilità delle Camere».

In altre parole, se passasse prima in via definitiva il taglio dei parlamentari il quesito del referendum proposto oggi sarebbe giudicato dalla Corte inammissibile perché riguarderebbe la composizione attuale del Parlamento (630 collegi per la Camera e 315 per il Senato) anziché quella nuova dimezzata a 232 e 116. La Corte Costituzionale vuole che il sistema uscito dal voto referendario sia immediatamente operativo, senza necessità di un successivo intervento legislativo; altrimenti boccia il referendum in partenza, senza ammettere il voto.

Intanto, a livello politico, è stata fredda la reazione della maggioranza di Governo giallorossa sulla proposta di referendum elettorale di Salvini: il Pd, per bocca del capogruppo Rosato, la liquida come «Solo una provocazione» e il collega di partito Dario Parrini parla di una «calderolata»; il Movimento 5 Stelle tira dritto e dichiara di voler proseguire sulla strada delle riforme già intraprese. Nel centrodestra, FdI aderisce all’iniziativa, mentre è più variegata la posizione di Forza Italia, al cui interno c’è un’ala disposta a sostenere l’idea di maggioritario totale, capeggiata da Berlusconi che proprio ieri si è incontrato con Salvini.



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