Trust: quali tasse?

15 Settembre 2019 | Autore:
Trust: quali tasse?

Quando si costituisce un trust si pagano le imposte di registro in misura fissa, non proporzionale: lo ha stabilito la Cassazione.

Il trust, quel patrimonio separato istituito per uno scopo prestabilito ed affidato ad un fiduciario (trustee) nell’interesse di un beneficiario, è una soluzione intelligente per organizzare e tutelare al meglio i propri beni, soprattutto quelli immobiliari, proteggendoli da aggressioni di terzi creditori, ma bisogna sempre fare i conti con la tassazione; altrimenti tutto è inutile o addirittura controproducente.

La domanda su quali tasse ci sono sui trust non è semplice da risolvere e affatica parecchio notai, avvocati, commercialisti e gli stessi giudici. La risposta non dipende soltanto dal tipo e dalla forma del trust (leggi anche questo articolo per capire cos’è il trust e come funziona)  quanto dal fatto che i trust a livello fiscale non hanno una regolamentazione specifica e così subiscono le interpretazioni oscillanti della giurisprudenza e dell’Agenzia Entrate, che li guarda con sospetto pensando che vengano costituiti con fini elusivi delle imposte.

Il principale nodo è quello delle imposte di registro sugli atti e di donazione dei beni. Il problema sorge già al momento in cui il trust viene creato oppure in quello, che può essere anche successivo, in cui il trust viene dotato di beni (immobili, denaro, quote societarie, titoli, ecc.). Gli uffici finanziari applicano i coefficienti proporzionali, sul valore dei beni conferiti nel trust, anziché quelli in misura fissa, con il risultato che così il contribuente paga molto di più.

Ora una recente sentenza della Cassazione [1] aiuta a fare chiarezza: creare un trust non è un fatto indicatore di capacità contributiva, è semplicemente la costituzione di un vincolo di destinazione previsto dalla legge [2] e non c’è ancora un trasferimento di un patrimonio che possa fare da presupposto d’imposta.

Si paga, quindi, solo l’imposta di registro in misura fissa (200 euro, oltre alle normali imposte ipotecarie e catastali anch’esse pari a 200 euro), e non c’è l’imposta di donazione, che scatterà, eventualmente, quando nel trust costituito si dovesse realizzare un trasferimento effettivo di ricchezza, attribuendo un bene patrimoniale del trust al beneficiario e solo nel caso in cui egli sia una persona diversa dal disponente (perché chi costituisce un trust può anche indicare sé stesso come beneficiario).

In altre parole, una cosa è costituire un trust e metterlo in grado di funzionare, con un valido atto giuridico unilaterale che sconta solo le sue imposte e non certo quelle per le finalità successive ed ancora eventuali; un’altra cosa è compierlo e realizzarlo, dotandolo di determinati beni in modo da realizzare lo scopo del trust; solo in quel momento successivo ci sarà il momento imponibile a livello fiscale e scatterà la pesante imposta di donazione.

Questo principio stabilito dalla Cassazione vale anche – e forse ai fini pratici soprattutto – per quei tipi di trust dove il disponente ed il beneficiario coincidono (c.d. trust autodichiarato), perché in quei casi non c’è un arricchimento del soggetto, al quale non vengono trasferiti beni o diritti diversi da quelli che aveva prima.

La sentenza di oggi non è la prima che prende questo orientamento, ma segue una lunga serie di pronunce analoghe ed anch’esse recenti [3]; l’orientamento raggiunto dagli Ermellini sembra consolidato. Dunque, per i massimi giudici tributari l’atto istitutivo del trust sconta solo l’imposta di registro in misura fissa, fino a quando il trust non sarà dotato di beni; a quel punto dovrà pagarsi l’imposta di donazione, ma solo nel caso dei trust creati a fini di successione (vengono cioè individuati i futuri beneficiari del trasferimento degli immobili e l’imposta sarà commisurata in percentuale sul valore dei beni con le aliquote previste in base ai rapporti di parentela con il disponente).

Altrimenti, se il trasferimento del patrimonio è solo temporaneo e non definitivo, ed il trust è costituito per scopi diversi da quelli successori (come il caso di trust di garanzia, utilizzato per effettuare pagamenti ai creditori), si continueranno a pagare le imposte di registro sempre in misura fissa sull’atto e quelle ipocatastali sui beni immobili conferiti.

Intanto, però, l’Agenzia delle Entrate continua a pensarla diversamente [4] e sostiene – ai fini delle imposte sui redditi prodotti dai beni appartenenti al trust – che «il trust non può essere considerato validamente operante sotto il profilo fiscale»; anzi, quando è strutturato in modo che il potere di gestione rimane in capo al soggetto che lo ha creato, il trust è «fiscalmente inesistente» con la conseguenza che tutti i redditi prodotti saranno tassati in capo al disponente, come se il trust non ci fosse.

Il trust, quindi, per il Fisco è tale solo se il disponente perde effettivamente i poteri tipici del proprietario sui beni che gli appartengono, altrimenti potrebbe essere considerato un prestanome e il trust una simulazione fittizia per far credere che i beni siano stati trasferiti quando in realtà sono rimasti suoi.

Visti questi orientamenti, se decidi di creare un trust considera bene vantaggi e costi e stabilisci bene sin dall’inizio, affidandoti ad un valido professionista, le finalità ed i meccanismi. Da quel momento in poi, tieniti pronto all’arrivo di qualche accertamento fiscale; siccome la giurisprudenza la pensa diversamente dall’Agenzia Entrate, potrai impugnarlo a ragion veduta.


note

[1] Cass. sent. n. 22754/19 del 12 settembre 2019.

[2] Art. 2, comma 47, del D.L. n. 262/2006 del 3 ottobre 2006, conv. in Legge n. 286 del 24 novembre 2006.

[3] Cass. sent. n. 1131/19 del 17 gennaio 2019 ; nello stesso senso, Cass. sent. n. 15453/19, 15455/19, 15456/19, 16700/19, 16701/19, 16705/19, 19167/19, 19319/19 e Cass. ord. n.19310/19.

[4] Agenzia Entrate, risposta a interpello n.381 del 11 settembre 2019.


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