La laurea non serve in Italia?

17 Settembre 2019 | Autore:
La laurea non serve in Italia?

Italia quartultima al mondo per il valore della laurea.

Nel nostro Paese, il rendimento netto di un titolo della laurea rispetto al diploma è di 190 mila dollari per gli uomini e 154 mila per le donne. Peggio di noi si trovano solo tre Paesi: Belgio, Lettonia ed Estonia. Questo è quanto emerge dal rapporto “Education at a glance 2019” appena pubblicato dall’Ocse.

Da questi numeri emergono due tendenze entrambe preoccupanti: da un lato abbiamo un numero di laureati ancora troppo basso e concentrato nelle aree disciplinari meno richieste dalle aziende; dall’altro, registriamo un ritorno economico del titolo di studio terziario che, sebbene superiore al diploma, ci colloca ai bassifondi tra i Paesi industrializzati. In un contesto dove, tra tasse di iscrizione in aumento e borse di studio insufficienti, le famiglie italiane continuano a indebitarsi per arrivare all’agognato “pezzo di carta”.

Ma è possibile quantificare un rapporto costi/benefici della laurea? Secondo l’Ocse, sì. Partiamo intanto con il dire che gli adulti con un’istruzione terziaria guadagnano il 39% in più rispetto ai diplomati. Non è un dato da poco. Ma è rapportando questo dato alla media Ocse (57%) che i numeri diventano esigui. Se poi restringiamo l’analisi alla classe d’età 25-34 anni, il vantaggio in termini di reddito assicurato dalla laurea scende al 19% contro il 38% degli altri Stati. A questo va aggiunto che da noi le donne guadagnano in media il 30% in meno rispetto agli uomini (altrove però non è molto differente: la media Ocse è del 25%).

A partire da queste premesse, proviamo allora a quantificare il rapporto costi/benefici garantito da una laurea. Anche qui è importante una premessa: il costo della laurea nel nostro Paese resta tutto sommato contenuto rispetto a quello del diploma. Si aggira sui 20.900 dollari aggiuntivi per le donne e sui 28.600 per gli uomini (le cifre quantificano sia i costi dei corsi sia il mancato guadagno per aver scelto di non lavorare nel frattempo). Pezzo di carta alla mano, però, l’esiguità dei costi, che per noi è un vantaggio, prosegue con un’esiguità di compensi che, ovviamente, per noi è uno svantaggio. Il rendimento finanziario associato alla laurea è, infatti, inferiore rispetto agli altri Paesi Ocse: partendo da un reddito lordo al termine dell’intera carriera lavorativa, che l’Ocse stima in 436.700 dollari lordi (300.700 per le donne) in più rispetto ai diplomati, e sottraendo il prelievo tributario e contributivo si arriva, infatti, a un guadagno netto di 190.600 dollari per un laureato e di 154.200 per una laureata, sempre rispetto al diploma. Numeri che ci collocano per l’appunto al famigerato quartultimo posto.

Alla luce di questi dati sconfortanti, serve una laurea? Non c’è dubbio alcuno: sì serve. Sempre e comunque. Per più di un motivo. Perché se con una laurea guadagniamo poco senza ne guadagneremmo di meno. Perché una laurea non è solo un mezzo per guadagnare. È un modo, l’unico, per aprire la propria mente, misurarsi con difficoltà continue, rapportarsi con gli altri, imparare a portare a compimento un’opera, qualunque essa sia (dalle procedure burocratiche legate all’iscrizione, alla scelta dei piani di studi, dalle lezioni annuali da seguire agli esami da preparare, etc.). Non è poco, anzi, forse è (quasi) tutto.

E poi esistono tanti tipi di dati. Un investimento nell’educazione vale fino a 16 volte in più di un investimento nell’immobiliare: tasso di rendimento dal 30 al 69%, contro il 4,2/3% fruttato – in media – dall’affitto di un’abitazione. È quanto ha fatto emergere qualche anno fa una ricerca a cura di Career Paths, azienda specializzata nella costruzione di percorsi professionali e di carriera dalle scuole medie all’università.

Il salto tra i due rendimenti è stato quantificato da Career Paths con un confronto fra due ipotesi: i costi e i redditi generati da quattro esperienze universitarie (laurea triennale, laurea magistrale, laurea in Bocconi, laurea in uno dei super college americani della Ivy League) e l’affitto di un appartamento a Milano da 200 mila euro.

La ricerca ha rapportato da un lato lo stipendio medio a un anno dalla laurea con l’investimento sostenuto per l’università, dall’altro l’affitto incassato con l’investimento sull’abitazione. Risultato: il rendimento di una cifra spesa nell’educazione è pari al 69% per una laurea triennale, al 53% per una laurea magistrale, al 52% per un quinquiennio nella sola Bocconi, al 30% per un quadriennio in uno degli otto college della Ivy League, i mostri sacri dell’accademia americana.

Secondo Career Paths, la spesa media per una laurea triennale veniva stimata a 19 mila euro totali. Investimento ( 6.350 euro annui, dati dalla somma di 1.400 euro di media per le tasse universitarie, 4.500 euro di costi della vita per i fuorisede e 450 euro di libri di testo e materiale didattica ) che sfocia in uno stipendio medio da 13.200 euro annui a 12 mesi dalla laurea. Pochi rispetto alla media europea, ma comunque pari a un tasso di rendimento del 69%.

Ecco che i numeri improvvisamente cambiano. Laurearsi conviene. Sempre. Ce lo ricorda anche il ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, nei giorni scorsi al centro delle polemiche innescate dal suo titolo di studio fermo alla terza media. «Non sono orgogliosa di non avere un titolo di studio, solo non ho avuto l’opportunità di conseguirne uno, però ho studiato tanto nella vita per colmare questa lacuna. Ai ragazzi dico di studiare, perché il titolo di studio non è un pezzo di carta».


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