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Restituzione assegno di mantenimento

17 Settembre 2019
Restituzione assegno di mantenimento

Quando è dovuta la restituzione dell’assegno divorzile e quando, invece, vale il principio di irripetibilità delle prestazioni alimentari.

Non si può restituire l’assegno di mantenimento versato in assenza dei relativi presupposti come, ad esempio, durante un lungo giudizio rivolto a ottenere una riduzione del relativo ammontare. Questo principio, meglio noto ai tecnici del diritto con il nome di «irripetibilità delle prestazioni alimentari», è stato di recente attuato da un’ordinanza della Cassazione [1]. Se anche tu ti sei già chiesto se è possibile la restituzione dell’assegno di mantenimento, ecco allora alcuni casi pratici che troverai d’aiuto per comprendere come stanno le cose.

Quando non è dovuta la restituzione dell’assegno di mantenimento o di divorzio

Per meglio comprendere quando non è dovuta la restituzione dell’assegno di mantenimento rifacciamoci a un caso pratico.

Luigi divorzia da Anna. Con la sentenza, il giudice lo condanna a versare all’ex moglie un mantenimento di 500 euro al mese. Dopo due anni, però, Anna trova un lavoro. Così Luigi si rivolge di nuovo al tribunale chiedendo di ridurre l’ammontare dell’assegno a 200 euro. La causa dura circa tre anni durante i quali Luigi – per non rischiare di essere denunciato – continua a pagare ad Anna 500 euro come stabilito dal primo giudice. Quando esce la sentenza che dà ragione al marito, questi pretende dall’ex coniuge la restituzione di tutte le mensilità in eccedenza che, nel frattempo – ossia prima che il giudice decidesse – le ha versato (ossia la differenza tra 500 euro e 200 euro dal giorno del deposito del ricorso in tribunale fino alla pubblicazione della sentenza). Anna, però, non deve versare nulla.

Il principio di irrepetibilità, delle prestazioni alimentari (nelle quali rientra anche l’assegno di mantenimento per l’ex coniuge o per i figli maggiorenni) implica che, laddove il giudice accolga la richiesta di revisione dell’assegno divorzile o di mantenimento, stabilendo un importo inferiore rispetto a quello versato, l’altro coniuge che nel frattempo ha percepito tali somme non dovrà restituire l’eccedenza.

Si può ottenere la revisione dell’assegno di mantenimento o divorzile quando mutano le condizioni di reddito di uno dei due ex coniugi (ad esempio, la moglie ottiene un nuovo lavoro o un aumento di stipendio; il marito riceve una promozione che gli consente di godere di un reddito più elevato; oppure, al contrario, l’uomo subisce una grave malattia con riduzione della capacità lavorativa oppure viene licenziato). Queste ipotesi, che si verificano dopo la prima sentenza che ha definito l’ammontare del mantenimento, determinano un mutamento o la cessazione dello stesso non in automatico, ma solo a seguito di un accertamento del giudice. Con la conseguenza che la seconda sentenza – quella di rettifica del mantenimento – non potrà avere mai valore retroattivo, ma produce i suoi effetti a partire dalla data in cui diventa definitiva.

Come già chiarito dalla Cassazione [2], in tema di separazione o divorzio tra coniugi, la sentenza che nega il diritto del coniuge al mantenimento o ne riduce la misura, non comporta la ripetibilità [ossia la restituzione] delle maggiori somme corrisposte in forza di precedenti provvedimenti non definitivi qualora, per la loro non elevata entità, tali somme siano state comunque destinate ad assicurare il mantenimento del coniuge.

Ciò in quanto l’assegno di mantenimento e quello di divorzio hanno natura solidaristica ed assistenziale: sono cioè destinati ad assicurare i mezzi adeguati al sostentamento del beneficiario. Il quale ultimo, proprio per questo, non è tenuto ad accantonare una parte di quanto percepito in funzione del rischio di un’eventuale riduzione dell’assegno.

Quando non si è obbligati a pagare gli arretrati del mantenimento 

Facciamo ora un altro esempio, simile a quello del caso deciso di recente dalla Cassazione [1].

Per comprenderlo, voglio ricordarti che, nelle cause di separazione e divorzio, vi è una prima udienza in cui il presidente del tribunale fissa, in via provvisoria, la misura del mantenimento che deve versare il coniuge più “benestante” in attesa della decisione finale del giudice, che potrebbe arrivare dopo svariati anni. In questo modo, le lungaggini dei processi non vanno a danno della parte meno abbiente.

Sandro si è separato in via giudiziale dalla moglie disoccupata. Adele ha chiesto a Sandro un assegno di 900 euro al mese. Sandro vorrebbe riconoscerle solo 400. All’udienza presidenziale, il giudice assegna ad Adele un assegno di 800 euro mensili, ma Sandro – ritenendo ingiusta la decisione – continua a versarle solo 400 euro in attesa di leggere la sentenza definitiva e convinto che il giudice gli darà, alla fine della causa, ragione integrale. E così succede: all’esito della fase istruttoria, il magistrato si convince delle ragioni di Sandro e, con la sentenza che definisce una volta per tutte il processo, lo condanna a pagare un mantenimento mensile di 400 euro. Ciò nonostante, Adele si rivolge al suo legale per ottenere il recupero coattivo della differenza del mantenimento non versato dal marito dal giorno dell’udienza presidenziale fino alla sentenza finale. In questo caso, Adele non ha alcun diritto al pagamento delle maggiori somme.

Come stabilito dalla Corte, chi non versa l’assegno fissato provvisoriamente dal Presidente del tribunale non deve più nulla all’ex in caso di successiva modifica delle condizioni della separazione. E ciò perché la pronuncia definitiva che cambia l’obbligo a carico del coniuge forte, è retroattiva.

La Cassazione ha ricordato di essere già pervenuta a conciliare il principio della normale retroattività della sentenza di riduzione del mantenimento fino al momento del deposito della domanda giudiziaria con il principio di irripetibilità delle somme corrisposte a titolo di mantenimento, che hanno natura alimentare. Infatti, ha proseguito il collegio, la parte che abbia ricevuto per ogni singolo periodo, le prestazioni previste dalla sentenza di separazione non può essere costretta a restituirle; mentre ove il soggetto obbligato non abbia ancora corrisposto le somme dovute, per tutti i periodi pregressi tali prestazioni non sono più dovute in base al provvedimento di modificazione delle condizioni di separazione.

Revoca assegno di mantenimento e restituzione delle somme versate

C’è una interessante sentenza del tribunale di La Spezia [3] che individua un ulteriore caso in cui è dovuta la restituzione delle somme versate a titolo di mantenimento. Facciamo un esempio anche in questo caso.

Rita e Lorenzo hanno divorziato da due anni. Lorenzo ha sempre versato il mantenimento alla ex, ma solo ora è venuto a sapere che un anno fa la donna ha iniziato una convivenza stabile con un altro uomo. Si tratta di una condizione che fa venir meno il diritto all’assegno divorzile; così Lorenzo va in tribunale per chiederne la revoca. Nel frattempo, continua a pagare le somme ogni mese. All’esito della causa, che gli dà ragione, Luigi chiede indietro tutte le mensilità nel frattempo percepite da Rita che gli ha mentito e non gli aveva mai detto di avere una nuova famiglia. Luigi ha diritto alla restituzione dei propri soldi.

Come abbiamo già spiegato in Assegno di mantenimento: si può chiedere la restituzione?, l’obbligo del pagamento dell’assegno di divorzio viene meno se il coniuge beneficiario si risposa. Questa causa di estinzione opera in automatico: non richiede cioè una pronuncia del giudice, pronuncia che interviene solo per accertare il verificarsi della mutata condizione e per liberare l’uomo dall’obbligo del pagamento.

Proprio perché la norma è chiara nel dire che l’obbligo di versare il mantenimento finisce con l’inizio delle nuove nozze, la sua revoca ha effetto retroattivo, ossia decorre dalla data del nuovo matrimonio. La retroattività ha come immediato effetto l’obbligo di restituire il mantenimento versato dopo che si è verificata la causa di estinzione.


note

[1] Cass. ord. n. 23024/2019 del 16.09.2019.

[2] Cass. 4198/1998; Cass. 28987/2008, Cass. 6864/2009; Cass. 23441/2013; Cass. 21675/2012; Cass. 15186/2015.

[3] Trib. La Spezia, ord. del 20.06.2018.


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