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Come evitare azione revocatoria

17 Settembre 2019
Come evitare azione revocatoria

Contestare un credito, opponendosi allo stesso, non impedisce l’avvio dell’azione revocatoria per la dichiarazione di inefficacia della vendita o della donazione.

Vendere o donare la casa o qualsiasi altro bene pur di non farlo pignorare non è una scelta sempre opportuna. Il creditore, infatti, ha la possibilità di agire con l’azione revocatoria che, rendendo inefficace il passaggio di proprietà, gli consente di pignorare il bene in questione.

Non serve contestare il credito per evitare l’azione revocatoria o per allungare i tempi e, magari, sperare nella prescrizione. Come ha ricordato una recente ordinanza della Cassazione [1], il creditore può agire anche se è già in corso una causa volta ad accertare tale diritto di credito. In buona sostanza, non basta opporsi a un decreto ingiuntivo della banca o tirare per le lunghe il giudizio contro la finanziaria per evitare che tali società, nel frattempo, agiscano con l’azione revocatoria e si prendano la casa o il terreno del debitore. Anche un credito in contestazione dinanzi al tribunale determina l’insorgere della qualità di «creditore» che consente l’esperimento dell’azione revocatoria.

Detto ciò, non resta che vedere come evitare l’azione revocatoria. La risposta è scritta nelle stesse norme del Codice civile e dipende dal tipo di atto posto in essere dal debitore.

In particolare, poiché ad agire con la revocatoria è il creditore, spetta a quest’ultimo il cosiddetto «onere della prova» ossia dimostrare la sussistenza dei presupposti per la dichiarazione di inefficacia della donazione o della vendita. E non è sempre semplice fornirli.

Ecco che allora, per evitare l’azione revocatoria, basta a volte costituirsi in giudizio e contestare le pretese avversarie in modo da rendere più difficoltosa al creditore la prova.

Ma procediamo con ordine e vediamo come evitare l’azione revocatoria.

Cos’è l’azione revocatoria

Se una persona ha un debito e, per evitare di subire il pignoramento, inizia a disperdere il proprio patrimonio con atti di vendita o di donazione, è verosimile che il creditore voglia fare qualcosa per impedirglielo. La legge lo tutela e gli consente di eseguire l’azione revocatoria che serve, appunto, a rendere inefficace uno o più atti di cessione dei beni.

Un padre intesta la casa al figlio perché ha debiti col fisco. Con la donazione egli mira a non far iscrivere ipoteca sul bene.

Un uomo finge di vendere un terreno al fratello per non farlo risultare intestato a proprio nome e ingannare così i propri creditori.

A che serve l’azione revocatoria? 

Con l’azione revocatoria, il giudice dichiara inefficace, solo nei confronti del creditore che ha agito, l’atto di cessione del bene fatto dal debitore. Ritornando il bene nel patrimonio del cedente, il creditore può pignorarlo per tutelare il proprio diritto qualora non vi sia stato ancora un adempimento spontaneo da parte del debitore.

Prescrizione azione revocatoria

L’azione revocatoria si prescrive nel termine di 5 anni da quando l’atto è stato compiuto che, il più delle volte, corrisponde, quindi, alla data del rogito.

Dopo cinque anni, qualsiasi atto, per quanto dannoso per i creditori, non può più essere revocato.

Presupposti azione revocatoria 

Spetta al creditore che agisce in revocatoria, dimostrare la sussistenza dei presupposti. Essi sono:

  • l’esistenza di un credito accertato da un giudice o consacrato in un altro titolo esecutivo (ad esempio, una cambiale o un assegno scaduto, un mutuo firmato davanti al notaio). Come anticipato in apertura, non rileva se tale credito sia in contestazione, ossia se su di esso penda una causa intentata dal debitore;
  • l’insufficienza del patrimonio del debitore (ossia l’intento di frodare il creditore): se il patrimonio del debitore non consente al creditore di pignorare altri beni all’esito della cessione appena effettuata, l’azione revocatoria è consentita. Viceversa, se il debitore possiede altri beni utilmente pignorabili – di valore quindi pari o superiore al credito fatto valere – l’azione revocatoria non è consentita;
  • solo nel caso di vendita del bene: la consapevolezza, da parte dell’acquirente, della situazione debitoria del venditore. In buona sostanza, chi compra non deve essere necessariamente al corrente dell’intento fraudolento del debitore, ma quantomeno sapere che questi ha dei problemi coi creditori. Tale circostanza non è facile da provare, per cui i giudici sono soliti ricorrere a “indizi” (cosiddette “presunzioni”) come, ad esempio, un rapporto di convivenza. È molto più probabile che la moglie e non un lontano parente o un amico conosca i debiti del marito.

Come difendersi dalla revocatoria 

Per difendersi dalla revocatoria bisognerà, innanzitutto, verificare se non sono decorsi i cinque anni dall’atto che il creditore vuol contestare. Se così fosse, l’azione non potrebbe essere più esperita.

Se ci si vuole difendere dalla revocatoria di una donazione bisogna dimostrare di avere altri beni su cui il creditore può soddisfarsi con il pignoramento. Si pensi, ad esempio, a un terreno o a un altro appartamento, anche solo in quota. Il creditore farà di tutto per dimostrare che tale bene non ha un valore di mercato pari a quello oggetto di revocatoria o che quest’ultimo è più facilmente vendibile. Ma non è richiesta una perfetta coincidenza tra i beni. Certo, se si vuole evitare la revocatoria sulla donazione di una casa non si potrà far rilevare che si è titolari di un garage in periferia di poco valore.

Difendersi, infine, dalla revocatoria su una vendita è ancora più facile: spetta, infatti, al creditore dimostrare che l’acquirente fosse al corrente del debito, cosa che non riuscirà a fare se non dimostrando un legame molto stretto tra le due persone.

note

[1] Cass. ord. n. 22859/19 del 13.09.2019.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 17 gennaio – 13 settembre 2019, n. 22859

Presidente Amendola – Relatore Guizzi

Fatti di causa

1. P.G. e Z.M. ricorrono, ex art. 348 ter c.p.c., comma 3, sulla base di tre motivi, per la cassazione della sentenza n. 1966/15, dell’8 settembre 2015, del Tribunale di Treviso, che – già oggetto di gravame, ritenuto inammissibile dalla Corte di Appello di Venezia, con ordinanza n. 642/16, del 22 novembre 2016, resa ex art. 348 bis c.p.c., comma 1, per difetto di ragionevole probabilità di accoglimento del mezzo – ha dichiarato inefficace, in accoglimento dell’azione ex art. 2901 c.c. esperita dalla società Equitalia Servizi di Riscossione S.p.a., il contratto del 25 febbraio 2011 con cui il P. ha donato alla moglie Z.M. un immobile di sua proprietà sito nel Comune di Treviso.

2. Riferiscono, in punto di fatto, i ricorrenti che in data 23 novembre 2010, il nucleo di Polizia Tributaria di Treviso effettuava una verifica fiscale nei confronti del P. , tanto che, il 23 marzo 2011, venivano notificati allo stesso tre avvisi di accertamento, cui faceva seguito, il 6 agosto dello stesso anno, la notifica, da parte di Equitalia Nord S.p.a., della cartella di pagamento per l’importo di Euro 95.5486,40.

Al fine di recuperare tale somma, la società Equitalia Nord (poi divenuta Equitalia Servizi di Riscossione), esperiva – innanzi al Tribunale trevigiano – azione revocatoria, in relazione al contratto, stipulato il 25 febbraio 2011, con cui il P. aveva donato alla Z. un immobile di sua proprietà.

Accolta dal primo giudice la domanda attorea, la relativa decisione veniva gravata dal P. e dalla Z. con atto di appello, dichiarato inammissibile, in difetto di ragionevole probabilità di accoglimento, da parte della Corte Lagunare.

3. Avverso la pronuncia del Tribunale di Treviso hanno proposto ricorso per cassazione il P. e la Z. , sulla base di tre motivi.

3.1. Con il primo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) – si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c..

Si censura la sentenza impugnata laddove ha accolto l’azione revocatoria, quantunque il credito a garanzia del quale la stessa risultava esperita presentasse natura di credito litigioso, essendo oggetto di un diverso giudizio rientrante, oltretutto, nella giurisdizione del giudice tributario; circostanza, questa, che impediva al Tribunale trevigiano di accertare anche solo in via incidentale l’esistenza del credito attoreo.

Di qui, pertanto, l’erroneità della decisione assunta dal primo giudice, anche perché lo stesso, contravvenendo, alla domanda attorea – che aveva ad oggetto anche l’accertamento della titolarità del credito – ha posto alla base della propria pronuncia il riconoscimento di una mera aspettativa creditoria, così incorrendo nel vizio tanto di omessa pronuncia, non avendo il primo giudice statuito su quello che era l’effettivo oggetto della domanda, quanto di extrapetizione, essendosi pronunciato oltre limite della richiesta.

3.2. Il secondo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – deduce violazione dell’art. 2901 c.c. e degli artt. 34 e 112 c.p.c..

Si assume che, anche ad ammettere la possibilità di esperire l’azione revocatoria a garanzia di un credito litigioso, suscettibile di accertamento incidentale ai sensi dell’art. 34 c.p.c. anche se rimesso al vaglio di un’altra giurisdizione, siffatta evenienza conosce un’eccezione, richiedendosi che l’accertamento venga compiuto con pronuncia avente efficacia di giudicato nel caso in cui, come nella specie, ricorra una specifica domanda dell’attore.

3.3. Il terzo motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), in relazione all’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e all’art. 111 Cost. – ipotizza difetto assoluto della motivazione.

Qualora, infatti, si dovesse ritenere che la richiesta di accertamento della titolarità del credito fosse da intendere come verifica del presupposto oggettivo per l’accoglimento dell’azione revocatoria, si dovrebbe constatare che la sentenza impugnata non reca, sul punto, alcuna specifica motivazione, donde la nullità della stessa.

4. La società Equitalia ha resistito, con controricorso, all’avversaria impugnazione, chiedendone la declaratoria di inammissibilità ovvero, in subordine, di infondatezza.

Rileva, in particolare, la controricorrente come, nella specie, nessuna richiesta di accertamento, in via incidentale, della titolarità del credito fosse stata avanzata, essendo stato invocato il credito, allora litigioso, unicamente come presupposto oggettivo dell’azione revocatoria. In ogni caso, rileva come, in corso di causa, sia intervenuta sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Venezia che ha accertato l’effettiva titolarità del credito in capo ad esso controricorrente, con statuizione ormai passata in giudicato.

Ragioni della decisione

5. Il ricorso va rigettato.

5.1. I tre motivi – suscettibili di trattazione congiunta, data la loro connessione – risultano non fondati.

5.1.1. Va premesso che, in base ad un consolidato orientamento di questa Corte, anche un credito litigioso (tale era la originaria condizione di quello a garanzia del quale è stata esperita l’azione revocatoria) può essere tutelato ai sensi dell’art. 2901 c.c., in quanto tale norma “ha accolto una nozione lata di credito, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità, sicché anche il credito eventuale, nella veste di credito litigioso, è idoneo a determinare – sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione in separato giudizio sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito – l’insorgere della qualità di creditore che abilita all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto di disposizione compiuto dal debitore” (da ultimo, Cass. Sez. 3, sent. 22 marzo 2013, n. 5619, Rv. 639291-01).

Come, in effetti, chiarito da tempo dalle Sezioni Unite di questa Corte, non osta a tale conclusione il disposto dell’art. 295 c.p.c., “per il caso di pendenza di controversia avente ad oggetto l’accertamento del credito per la cui conservazione è stata proposta la domanda revocatoria, in quanto la definizione del giudizio sull’accertamento del credito non costituisce l’indispensabile antecedente logico-giuridico della pronuncia sulla domanda revocatoria, essendo d’altra parte da escludere l’eventualità di un conflitto di giudicati tra la sentenza che, a tutela dell’allegato credito litigioso, dichiari inefficace l’atto di disposizione e la sentenza negativa sull’esistenza del credito” (così Cass. Sez. Un., sent. 18 maggio 2004, n. 9440, Rv. 572929-01; in senso conforme, tra le più recenti, Cass. Sez. 3, sent. 10 febbraio 2016, n. 2673, Rv. 63892801; Cass. Sez. 3, sent. 14 maggio 2013, n. 11573, Rv. 626411-01).

L’esistenza del credito, pertanto, ponendosi come mero presupposto oggettivo dell’azione revocatoria, forma oggetto di un accertamento “incidenter tantum” (così, in particolare, Cass. Sez. 1, sent. 12 luglio 2013, n. 17257, Rv. 627499-01), che non necessità di specifica domanda.

Orbene, non vi sono dubbi che – nel caso che qui occupa – la richiesta dell’attrice di accertare la propria ragione di credito, lungi dal porsi come oggetto di una specifica domanda, costituisse solo la richiesta di accertare la condizione soggettiva legittimante l’esperimento della cd. “actio pauliana”, sicché le censure di violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione, alternativamente, ad un’omessa pronuncia o all’opposto all’extrapetizione (primo motivo), dell’art. 34 c.p.c. (secondo motivo), e, infine, al lamentato vizio di irriducibile contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata (terzo motivo), debbono ritenersi non fondate.

6. Le spese seguono la soccombenza, essendo, pertanto, poste a carico dei ricorrenti e liquidate come da dispositivo.

7. A carico dei ricorrenti sussiste l’obbligo di versare l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale e, per l’effetto, condanna P.G. e Z.M. a rifondere alla società Equitalia Servizi di Riscossione S.p.a. le spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 15.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, più spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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