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Spese processuali nullatenente

18 Settembre 2019
Spese processuali nullatenente

Senza soldi per pagare le spese processuali all’avversario della causa dopo la sentenza di condanna: cosa si rischia?

Che un nullatenente non rischi molto quando ha debiti è cosa nota a tutti. In Italia, non si va in carcere quando non si hanno soldi a sufficienza per pagare [1]. Tutt’al più, alla morte del debitore, l’obbligazione si trasmetterà ai suoi familiari (ammesso che questi accettino l’eredità). Ma cosa succede se l’ordine di pagamento arriva direttamente da un giudice e, in particolare, da una sentenza di condanna alle spese processuali? Il nullatenente, in questo caso, rischia qualcosa? 

Bisogna fare un passo indietro per comprendere cosa succede quando, al termine di una causa, il giudice emette la condanna e questa viene notificata alla parte soccombente. Da qui, infatti, in caso di inadempimento, parte un’ulteriore procedura detta «esecuzione forzata» rivolta a recuperare, “con la forza”, i soldi spettanti al creditore. È il cosiddetto «pignoramento», diventato ormai una strada obbligata dopo ogni processo. Ma procediamo con ordine e vediamo se è possibile – ed eventualmente come – recuperare le spese processuali dal nullatenente e cosa, invece, deve temere chi è senza soldi per pagare tali spese processuali.

Cosa succede dopo la pubblicazione della sentenza

Ripetiamo un po’ di procedura civile in modo schematico.

Dopo che il giudice deposita la sentenza in cancelleria, il cancelliere ne dà comunicazione agli avvocati delle parti, inviando loro una pec con la copia in pdf della pronuncia.

Con la sentenza, il giudice non decide solo sul merito della causa (ossia chi ha ragione e chi ha torto), ma anche sulle cosiddette “spese processuali”: stabilisce cioè, nel caso di conclamata vittoria di una parte sull’altra, la misura dell’importo che quest’ultima deve pagare alla prima a titolo di rimborso di tutti i costi sostenuti per la causa, compresa la parcella dell’avvocato. Tale parcella viene determinata sulla base di un decreto ministeriale del 2012 che stabilisce le tariffe professionali applicabili appunto in caso di condanna alle spese di giudizio.

L’avvocato della parte vincitrice chiede una copia della sentenza e la notifica all’avvocato della parte avversaria, nonché al suo cliente. Questa seconda notifica serve per intimare alla parte soccombente l’adempimento degli ordini contenuti nella pronuncia e, in particolare, il pagamento delle somme ingiunte. Tra queste, vi è, pertanto, anche la condanna alle spese processuali.

Se il debitore non adempie, la controparte gli notifica il cosiddetto atto di precetto con cui gli dà altri 10 giorni per far fronte ai propri obblighi. Dall’undicesimo fino al novantesimo giorno successivo alla notifica del precetto, il creditore può procedere con il pignoramento dei beni del debitore al fine di recuperare le somme a lui dovute.

Cosa fare se la parte sconfitta non paga

Dunque, se il debitore soccombente all’esito del giudizio non paga, spetta al creditore attivare la procedura di pignoramento con un ulteriore mandato da conferire al proprio avvocato. Quest’ultimo, dopo aver intrapreso la procedura descritta nel paragrafo precedente, dovrà individuare quali beni sono intestati all’avversario e attivare il procedimento di esecuzione forzata, interessando, a tal fine, l’ufficiale giudiziario.

Esiste un registro pubblico, l’anagrafe tributaria, che consente al creditore che abbia già notificato il precetto, di verificare telematicamente i redditi e le proprietà del debitore (ad esempio immobili, stipendi, pensioni, conti corrente, ecc.). Leggi Anagrafe dei conti correnti bancari: accesso. In questo modo, la ricerca dei beni da pignorare non diventa una caccia al tesoro, ma il creditore può procedere a colpo sicuro.

Una volta stabilito il bene da pignorare, si può avviare la fase esecutiva vera e propria. Si può trattare di beni mobili (arredo e altri oggetti in casa o in ufficio), di immobili (case, terreni) o di pagamenti spettanti da terzi (stipendio, pensione, conto corrente, canone di affitto, parcelle e fatture nei confronti di clienti, ecc.).

Causa persa da nullatenente: che fare?

Se la parte sconfitta è un nullatenente, questi potrà essere ugualmente condannato alle spese processuali, anche se è stato ammesso al gratuito patrocinio. Tale beneficio, infatti, comporta un esonero delle sole spese iniziali del giudizio. Per responsabilizzare chi intraprende una causa con un avvocato pagato dallo Stato, è previsto che l’eventuale condanna alle spese legali ricada sul portafoglio della parte e non sull’erario. Il che significa che il vincitore non potrà chiedere la restituzione dei soldi spesi allo Stato.

Per ottenere il gratuito patrocinio bisogna avere un reddito Irpef non superiore a 11.369,24 euro annui così come risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi.

Se la parte soccombente è nullatenente non esistono armi dirette per agire contro di lei. In teoria, bisognerebbe attendere che la sua situazione patrimoniale muti. Difatti, chi è nullatenente in un determinato momento non è detto che lo sia per sempre. Ad esempio, il debitore potrebbe, in futuro, divenire proprietario di qualche bene (a seguito di lascito testamentario, di eredità o di donazione) o ricevere l’accredito di somme sul conto corrente bancario (ad esempio a titolo di risarcimento); oppure potrebbe essere assunto e così ottenere uno stipendio da pignorare (nei limiti di un quinto). Infine, potrebbe decedere e, al suo posto, subentrare gli eredi che potrebbero avere dei beni da aggredire.

Leggi anche Causa persa da nullatenente: che fare?

In tutto questo tempo, però, il creditore dovrà fare attenzione a non far prescrivere il proprio diritto: prima della scadenza di 10 anni dovrà, quindi, rinnovare l’atto di precetto o quantomeno inviare una diffida con raccomandata a.r. In altre parole, il credito potrà rimanere in piedi per tutta la vita del debitore e anche dopo la sua morte, nei confronti degli eredi (salvo che questi rinuncino all’eredità).

Se il debitore dovesse essere sposato in regime di comunione dei beni, si potrà pensare di pignorare il 50% del patrimonio del coniuge.

Non si può agire, invece, nei confronti degli altri familiari anche se inseriti nello stesso nucleo familiare, come figli e genitori. Questi ultimi, in particolare, non rispondono dei debiti del figlio maggiorenne neanche se “a carico”.

Se la parte soccombente dovesse essere disoccupato, non è possibile pignorare l’assegno di disoccupazione (attualmente chiamato Naspi), né è possibile agire su altri sostegni percepiti dallo Stato per le persone prive di reddito (ad esempio reddito di cittadinanza, contributi comunali per l’affitto, ecc.).

Se la parte soccombente è invalida, non si può neanche pignorare l’assegno di invalidità versato dall’Inps.

Se, però, il debitore è un lavoratore autonomo è possibile pignorare i crediti da questi vantati verso i propri clienti (ammesso che si conoscano i nomi) mediante il cosiddetto «pignoramento presso terzi».

Ti consiglio di leggere anche le nostre due guide su:

C’è poi un’ultima situazione da verificare. Il debitore potrebbe essersi spogliato dei propri beni proprio in vista di un possibile pignoramento e così aver effettuato atti di donazione o di finta vendita. Il creditore potrebbe allora agire con l’azione revocatoria entro cinque anni dall’atto stesso per farne dichiarare l’inefficacia e così pignorare il bene precedentemente dismesso dal patrimonio.


note

[1] Diverso è il caso di una condanna penale che preveda la possibilità di commutare la pena detentiva in pena pecuniaria: secondo la Cassazione, tale diritto non spetta quando il soggetto condannato non ha liquidità, come nel caso, ad esempio, di imprenditore condannato per evasione fiscale. In tal caso, quindi, il nullatenente che non può pagare va in carcere. Leggi sul punto Nullatenenti: per l’evasione fiscale si va sempre in carcere.


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