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Come comportarsi con i colleghi di lavoro

18 Settembre 2019
Come comportarsi con i colleghi di lavoro

Comportamenti disciplinari scorretti che danno luogo a licenziamento o a sanzioni: come agire con i compagni di stanza, di ufficio o di sede.

Quando si viene assunti si pensa, in prima battuta, a come comportarsi con il capo per non suscitare malumori, richiami e contestazioni disciplinari. Ma non meno importante è il rapporto con i colleghi di lavoro. Anch’esso, infatti, è al centro della valutazione del datore di lavoro che, nei casi più gravi, può anche disporre il trasferimento del dipendente per «incompatibilità ambientale».

Esiste un codice comportamentale non scritto, ma ricavabile da una serie di sentenze della giurisprudenza che hanno stabilito come comportarsi con i colleghi di lavoro.

Qui di seguito, vedremo le principali vertenze all’interno di uffici, aziende, studi professionali o altri luoghi di lavoro, che hanno dato luogo a una serie di giudizi. Ecco come, nel merito, si sono pronunciati i giudici negli ultimi anni.

Offese a colleghi di lavoro

L’offesa al collega di lavoro si paga cara e amara. Fermo restando che il contratto collettivo o il regolamento aziendale potrà prevedere un’apposita sanzione per chi denigra l’operato o il lavoro degli altri, nei casi più gravi è possibile il licenziamento. Scrive, infatti, la Cassazione che è ben possibile la risoluzione del contratto nei confronti di una persona che proferisca frasi offensive – ad esempio di natura sessuale – ad un collega [1].

Aggressioni fisiche 

Anche le aggressioni fisiche sono censurabili con il licenziamento. A prescindere da chi abbia ragione nella discussione, l’uso delle mani è deprecabile all’interno del luogo di lavoro o nelle strette vicinanze (ad esempio nel cortile dell’azienda) [2]. Chi perde la pazienza, quindi, perde anche il posto.

Il mobbing tra colleghi

Il mobbing non è solo quello compiuto dal datore di lavoro o dal superiore. Esiste anche il cosiddetto mobbing orizzontale tra colleghi, che si realizza in una serie di attacchi frequenti e duraturi e di soprusi da parte dei colleghi di lavoro che hanno lo scopo di isolare il lavoratore, di danneggiarne i canali di comunicazione, il flusso di informazioni, la reputazione o la professionalità, di intaccare il suo equilibrio psichico, menomandone la capacità lavorativa e la fiducia in sé stesso, nonché di provocarne le dimissioni [3]. Si tratta, in altre parole, di una successione di episodi traumatici correlati l’uno con l’altro ed aventi come deliberato scopo l’indebolimento delle resistenze psicologiche e la manipolazione del soggetto “mobbizzato”.

Chi realizza tali condotte ai danni di un collega può essere licenziato e subìre anche un’azione di rivalsa per il risarcimento del danno che l’azienda abbia dovuto pagare al dipendente mobbizzato [3].

Il fenomeno in esame si caratterizza, sotto il profilo soggettivo, dal dolo del soggetto agente, da intendersi nell’accezione di volontà di nuocere o infastidire o comunque svilire in qualsiasi modo il proprio sottoposto o collega di lavoro. In sostanza, ai fini del mobbing tra colleghi sono rilevanti:

  • la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio;
  • il danno salute o della personalità del dipendente;
  • il rapporto di causa-effetto tra la condotta del collega e il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;
  • la prova dell’intento persecutorio del collega.

Non accedere al computer dei colleghi

La privacy tra colleghi di lavoro è sacra. Questo significa che se il tuo compagno di stanza si assenta per qualche minuto e lascia il pc sprotetto da password, non vi puoi accedere. Né puoi farti girare da lui informazioni riservate a cui tu, dalla tua postazione, non hai accesso a differenza invece del tuo collega. In tal caso, rischieresti il licenziamento [4] e un procedimento penale per «accesso abusivo a sistema informatico».

Non coprire le malefatte

Non puoi coprire il tuo collega se questi sbaglia. Ad esempio, se un dipendente come te dovesse chiederti di timbrargli il badge all’orario di uscita, dovendo lui andar via prima a causa di un’urgenza, richiedereste entrambi il posto. Questo comportamento è considerato sufficientemente grave per determinare un licenziamento in tronco.

Come giustamente chiarito dalla Cassazione «è legittimo il licenziamento per giusta causa del dipendente che abbia fatto risultare falsamente, mediante timbratura del cartellino marcatempo da parte di altro collega, la propria presenza in servizio, trattandosi di comportamento gravemente irregolare ed anomalo, idoneo a ledere in misura significativa il vincolo fiduciario con il datore di lavoro» [5].

Molestie sessuali

Se la tipa della camera accanto ti piace, devi comportarti con lei con la massima correttezza: eventuali molestie sessuali sul lavoro, oltre a dar vita ai conseguenti procedimenti penali (ti ricordo che è violenza sessuale anche un semplice bacio o una palpatina non “autorizzata”), ti espongono al rischio di un procedimento disciplinare e al licenziamento [6].

Trasparenza su c.v. e foglio presenze dei colleghi

Il nuovo Foia (Freedom of Information Act), ossia la legge sull’accesso agli atti, ti consente di visionare i documenti inerenti al rapporto di lavoro dei tuoi colleghi. Ad esempio, in occasione di un concorso interno per una promozione, hai diritto a visionare il c.v. di chi ti ha superato. Puoi anche chiedere al datore di lavoro di analizzare dati e fogli di presenza di un collega sul luogo di lavoro relativi ad alcuni mesi. A dare applicazione al nuovo accesso ai dati della Pubblica Amministrazione, nella specie una società partecipata dalla Regione, è il Tar di Napoli, che ha dato così prevalenza al controllo sulle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche [7].

Spaccio e altre condotte con i colleghi

Inutile dirti che se spacci droga o altre sostanze stupefacenti all’interno del luogo di lavoro puoi essere licenziato. Non conta il fatto che non hai sottratto tempo alle tue mansioni. Si ha licenziamento per giusta causa, infatti, tutte le volte in cui il lavoratore tenga un comportamento di gravità tale da ledere talmente il rapporto di fiducia in essere con il datore di lavoro da non consentire la prosecuzione, nemmeno provvisoria del rapporto stesso; vi rientrano anche questi comportamenti extra lavorativi dei dipendenti che possono ledere l’immagine aziendale come appunto lo spaccio [8].

Proselitismo sindacale

Lo Statuto dei lavoratori [9] ti consente di fare proselitismo sindacale all’interno del posto di lavoro. In altri termini, puoi propagandare tra i tuoi colleghi l’adesione al proprio sindacato, sempre che ciò non pregiudichi il normale svolgimento dell’attività aziendale.

Privacy e registrazioni audio-video sui luoghi di lavoro

Se è vero che la legge e la giurisprudenza ti consentono di registrare una conversazione con un’altra persona all’insaputa di questa, ciò non può avvenire nei luoghi di lavoro chiusi al pubblico. Così, ad esempio, non puoi registrare ciò che ti sta dicendo il collega nella vostra stanza o in qualsiasi altro ufficio cui la clientela non possa accedere.

Trasferimento per incompatibilità ambientale per il dipendente litigioso

Tra le varie sanzioni per chi non va d’accordo con i colleghi c’è il trasferimento per incompatibilità aziendale ossia per continui litigi e difficoltà di comunicazione con i colleghi del proprio ufficio.

La Cassazione [10] ha, però, chiarito che detto trasferimento non è una sanzione nei confronti di chi ha colpa ma un modo per tutelare l’efficienza dell’azienda e la sua produzione. Per cui, se dovesse risultare che sei tu l’elemento che disturba l’ufficio, anche se sei nella parte della ragione, potresti essere trasferito. Se, tenuto conto delle piccole dimensioni dell’ufficio non è  possibile evitare che i due dipendenti si incontrino, il trasferimento disposto dal datore di lavoro si considera determinato non da un intento sanzionatorio, ma dall’esigenza di risolvere una situazione di conflittualità il cui permanere può compromettere il funzionamento dell’unità produttiva. In ipotesi del genere, è legittimo il trasferimento connesso a esigenze tecnico produttive del datore di lavoro. Non solo. Poiché non si tratta di una sanzione nei confronti del dipendente, per l’adozione del provvedimento non è necessario rispettare la procedura prevista dallo Statuto dei lavoratori in tema di contestazioni disciplinari.


note

[1] Cass. sent. n. 14500/2019.

[2] Cass. sent. n. 13534/2019, n. 28492/2018.

[3] Trib. roma, sent. n. 3673/2019.

[4] Cass. sent. n. 565/2018.

[5] Cass. sent. n. 13269/2018.

[6] Cass. sent. n. 7097/2018.

[7] Tar Napoli, sent. n. 5901/2017.

[8] Cass. sent. n. 20158/2013.

[9] Art. 26 Statuto dei Lavoratori

[10] Cass. ord. n. 27226/2018.


2 Commenti

  1. Ho avuto a che fare con un mio superiore, che per accaparrarsi una promozione mi fregava le idee e proponeva i miei suggerimenti al capo. E poi quando facevo proposte io, il soggetto in questione diceva “non hai tenpo per fare tutto. Suddividiamoci i compiti”. Ed io%. Veramente ce la posso fare tranquillamente. Riesco ad organizzarmi se riesco a saperlo prima. “. E poi continuava:” no non ce la fai. Se non dividiamo non lo fai”. Eh niente. Mi sono seccata della situazione. Praticamente, mi hanno costretta a rassegnare le dimissioni. E non valeva la pena denunciare la situazione. Tanto tempo perso dietro gente inutile e tanto lavoro al vento. Mai dare le perle ai porci!

  2. Quanto perdi la voglia e l’entusiasmo di fare un lavoro che ti piace da sempre, c’è qualcosa che non va nell’ambiente lavorativo. E la causa non sei tu, nonostante ti fai mille paranoie. C’è che molta gente è cattiva, arrivista. Fortuna che non sono tutti così.

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