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Padre paga un debito del figlio

19 Settembre 2019
Padre paga un debito del figlio

Il pagamento del debito è una donazione indiretta e si considera un’anticipazione dell’eredità.

Hai un debito con una società che non riesci a pagare. Il creditore ti ha già preannunciato le azioni esecutive. E siccome la casa in cui vivi è stata acquistata con il denaro di tuo padre, quest’ultimo ha deciso di aiutarti per salvare l’immobile: interverrà personalmente e pagherà il tuo debito. Ha deciso di dare i soldi direttamente alla società, senza farli transitare sul tuo conto, forse per timore che tu li spenda in modo diverso. Ora, il gesto di generosità di tuo padre ha generato dei malumori tra i tuoi fratelli, per niente contenti che il patrimonio di famiglia venga assorbito dai tuoi debiti. Secondo loro, pertanto, i soldi che, in questa occasione, sono andati a tuo beneficio dovranno essere considerati, all’atto della morte del vostro genitore, come un anticipo sull’eredità a te spettante. Tu hai già manifestato le tue riserve in merito a questa interpretazione: il denaro non è mai passato sul tuo conto ed è stato vostro padre a decidere come spenderlo. Se fosse stato per te, il creditore non avrebbe mai avuto nulla. Chi ha ragione? Che succede se un padre paga un debito del figlio? A spiegare cosa prevede la legge in tali situazioni è una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa ha detto la Corte.

Le donazioni dei genitori

Ci sono due modi in cui si può fare una donazione.

La prima forma è quella della cosiddetta donazione diretta: il donante cede un proprio bene al donatario o lo acquista per poi intestarglielo. In questi casi, se il bene è di rilevante valore (un immobile, una grossa somma di denaro, ecc.) bisogna andare dal notaio affinché la donazione sia valida.

La seconda forma è quella della donazione indiretta: il donante, con l’intento di procurare al donatario la proprietà di uno specifico bene, versa il corrispettivo al venditore affinché questi lo ceda al donatario oppure bonifica il prezzo di vendita sul conto del donatario, affinché quest’ultimo paghi poi il venditore. In tal caso, ha affermato la Cassazione, non c’è bisogno del notaio per formalizzare la donazione. Il notaio sarà necessario, al limite, al momento dell’acquisto del bene se si tratta di un immobile.

Le donazioni alla morte dei genitori

Sia che si tratti di donazione diretta che indiretta, alla morte del genitore donante si fanno i conti. Come noto, ad ogni figlio – così come al coniuge – spetta una quota di eredità minima che la legge chiama “legittima”. Con o senza testamento, quindi, i legittimari non possono ricevere meno di quanto la legge riconosce loro. Per conoscere quali sono tali quote leggi Eredità: quanto si è obbligati a lasciare ai parenti per legge?.

Ai fini del calcolo delle quote di legittima, non si tiene conto solo di quanto viene lasciato dal defunto alla sua morte, ma anche delle donazioni da questi fatte in vita in favore degli eredi legittimi.

Marco riceve in eredità dal padre una casa. Suo fratello Antonio riceve, invece, solo qualche quadro. Antonio si ribella, ma Marco fa notare come, quando il padre era ancora in vita, Antonio abbia ricevuto da quest’ultimo una somma di denaro quasi pari al valore della casa. Antonio, quindi, non può opporsi al testamento perché la sua quota di legittima è stata rispettata tenendo conto delle donazioni ricevute in vita.

Com’è facile comprendere dall’esempio, quindi, le donazioni sono una sorta di anticipazione dell’eredità. Chi riceve una consistente parte del patrimonio del defunto da quest’ultimo quando ancora questi è in vita, alla sua morte dovrà restituirlo in parte agli altri eredi legittimi che siano stati privati delle loro quote. Ciò ovviamente solo se tali eredi si oppongono alle donazioni. In un clima familiare sereno, dove i fratelli vanno d’accordo e non ci sono opposizioni, non c’è alcun bisogno di restituzione.

Se un genitore paga un debito del figlio è donazione?

Veniamo, infine, al caso in cui un genitore paghi un debito del figlio. Tale atto si considera una donazione indiretta a meno che il genitore stesso non pretenda dal figlio medesimo la restituzione del denaro speso per suo conto (cosiddetta «azione di regresso»).

A classificare il gesto di generosità come una donazione è il fine perseguito e non il mezzo giuridico impiegato che può essere il più vario e consistere anche in una combinazione di atti e contratti.

Questo significa che tutte le volte in cui un genitore estingue un debito del figlio, i soldi così spesi si considerano come un anticipo di eredità e andranno, quindi, conteggiati ai fini del rispetto delle quote di legittima. Con la conseguenza che il beneficiario di tale donazione non potrà lagnarsi se, alla morte del genitore, dovesse ricevere meno degli altri familiari.

Sempre il donatario dovrà restituire agli altri eredi la parte in eccedenza dell’eredità ricevuta dal compianto genitore se questi, nel dividere il proprio patrimonio, non ha tenuto conto della precedente donazione con cui ha estinto il debito del figlio.


note

[1] Cass. ord. n. 23260/19 del 18.09.2019

Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 29 aprile – 18 settembre 2019, n. 23260

Presidente e Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 15.9.2000 il fallimento della Tecn. eno s.a.s. e del suo socio accomandatario, P.P.F. , erede del padre, Pi. , deceduto il (omissis), domandava la nullità del testamento olografo di quest’ultimo, datata 10.3.1996, e la divisione ereditaria del patrimonio comune secondo le norme sulla successione legittima. E a tal fine conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Tempio Pausania, gli altri eredi, F.S. , M. , G. e Pi.Ma. .

I quali ultimi, nel resistere in giudizio chiedevano che la divisione avvenisse previo conferimento da parte dell’attore, ai sensi dell’art. 737 c.c., della donazione indiretta di 280.000.000 di Lire, effettuata dal de cuius in favore di P.P.F. attraverso il pagamento di un debito d’importo corrispondente.

Tale causa era iscritta al n. 579/00.

Dichiarata la nullità del testamento con sentenza non definitiva n. 458/04, che disponeva lo scioglimento della comunione secondo le norme sulla successione legittima, Pi.Ma. introduceva innanzi allo stesso Tribunale una nuova causa, iscritta al n. 579/05, nella quale domandava che fosse accertata la validità del medesimo testamento olografo. Riuniti i due giudizi, interveniva in causa P.P.F. , che aderiva alla domanda del fallimento. Quindi, P.M. instaurava un terzo giudizio, iscritto al n. 43/10, nel quale domandava che fosse accertata l’esistenza di un testamento pubblico in data 9.5.1992, col quale Pi.Pi. lasciava tutti i beni in parti uguali ai figli, eccetto P.F. , il quale aveva già avuto la somma di 260.000.000 milioni di Lire a titolo di anticipo della sua quota ereditaria.

Riunite, le tre cause erano decise con sentenza definitiva n. 207/11, resa nei confronti di M.A. , moglie ed erede di P.P.F. , deceduto nel corso del giudizio. Tale sentenza dichiarava inammissibile la produzione del testamento pubblico 9.5.1992, in quanto avvenuta oltre la maturazione del termine delle preclusioni istruttorie del procedimento n. 579/00; escludeva che il pagamento del debito di P.P.F. , ad opera di Pi.Pi. fosse suscettibile di collezione; e compensava interamente le spese.

Con sentenza n. 75/17 la Corte d’appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, rigettava l’appello principale proposto contro detta pronuncia da F.S. e da M. , G. e Pi.Ma. , ed accoglieva quello incidentale avanzato da M.A. , limitatamente al regolamento delle spese di primo grado, che poneva per la metà a carico dei P. -F. .

Osservava, la Corte distrettuale che sebbene l’eventuale esistenza di testamenti diversi, e con essi la richiesta di devolvere l’eredità secondo l’uno o l’altro, non implicasse la proposizione di una domanda nuova, la produzione del relativo documento doveva ritenersi soggetta alle preclusioni istruttorie, salvo la possibilità di rimessione in termini ai sensi dell’allora vigente art. 184-bis c.p.c. Ma tale richiesta non era mai stata formulata da Pi.Ma. , la quale neppure aveva allegato le ragioni dell’eventuale impossibilità di produrre prima il testamento pubblico, limitandosi ad assumere, nella citazione introduttiva della causa n. 43/10, di averne scoperto l’esistenza solo dopo l’inizio delle due precedenti cause. Correttamente, pertanto, il Tribunale aveva ritenuto tardiva e non ammissibile la produzione del relativo documento nell’ambito delle tre cause riunite, in mancanza persino di un’espressa istanza di rimessione in termini.

Quanto alla mancata collazione dell’importo di 280.000.000 del vecchio conio, riteneva che il relativo pagamento da parte di Pi.Pi. in favore del figlio P.F. fosse avvenuto a titolo di garanzia e non di liberalità, poiché rispondeva ad un interesse proprio anche di Pi.Pi. , quale coobbligato in solido col figlio per i debiti della (omissis), al fine di evitare l’incremento degli interessi moratori e l’escussione coattiva del proprio patrimonio.

Per la cassazione di tale sentenza F.S. e M. , G. e Pi.Ma. propongono ricorso, affidato a tre motivi.

Resistono con separati controricorsi M.A. e il Fallimento di (omissis) s.a.s.

I ricorrenti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

1. – Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 587, 602 e 603 c.c. e 99, 100, 163, 184, 273 e 274 c.p.c. Sostiene parte ricorrente che, pur avendo il medesimo oggetto, ossia la divisione ereditaria, la causa n. 43/10 R.G. primo grado e quelle riunite nn. 579/00 e 642/05, hanno causae petendi diverse, queste riguardanti il testamento olografo del 10.3.1996, quella il testamento pubblico del 9.5.1992. Pertanto, la Corte di merito erroneamente avrebbe considerato quest’ultimo testamento a stregua di una mera produzione documentale, mentre in realtà esso è oggetto dell’allegazione di un fatto giuridico diverso rispetto al testamento olografo oggetto delle precedenti due cause. Pertanto, la Corte d’appello avrebbe dovuto decidere separatamente ciascuna delle cause riunite.

2. – Il secondo mezzo denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 165 e 183 c.p.c., nonché della L. n. 89 del 1913, artt. 61, 62, 67, 106 e 108 e R.D. n. 1326 del 1914, artt. 89, 75, 79 e 83. La scoperta del testamento pubblico del 9.5.1992 e la sua conseguente produzione all’atto della costituzione in giudizio dell’attrice, Pi.Ma. , nella causa n. 43/10, è dimostrata dal certificato dell’archivio notarile (pur’esso depositato in giudizio), “cui è allegato il testamento pubblicato il 26 gennaio 2006; solo da quel momento ostensibile ai terzi mentre fino a quel momento ne era rigorosamente vietato l’esame da parte di chiunque” (così, testualmente, a pag. 7 del ricorso).

3. – Il terzo motivo espone la violazione o falsa applicazione degli artt. 737, 769 e 1236 c.c., perché il pagamento del debito di 280.000.000 di lire eseguito dal de cuius ad estinzione di un debito della (omissis) ha originato verso il figlio P.F. un credito di pari importo. Pertanto, la rinuncia ad agire in regresso verso quest’ultimo costituisce donazione indiretta, tant’è che lo stesso Pi.Pi. previde esplicitamente nel suo atto di ultima volontà che ai fini del computo delle quote ereditarie P.F. conferisse il suddetto importo.

4. – Il primo motivo è fondato.

Il provvedimento di riunione per connessione, emesso ai sensi dell’art. 274 c.p.c., non intacca l’autonomia delle cause riunite nello stesso processo (cfr. Cass. nn. 18649/18 e 2133/06), ciascuna delle quali consta del proprio corredo assertivo e probatorio che la riunione non può nè sopprimere nè comprimere, pena la violazione del dovere di pronuncia di cui all’art. 112 c.p.c. Ad evitare eventuali abusi processuali della parte che, incorsa in decadenze, tenti di eluderne gli effetti promuovendo un altro giudizio, provvede il carattere discrezionale della riunione, nel disporre la quale il giudice deve operare un bilanciamento tra economia, celerità e correttezza dei processi. Ne deriva che una volta disposta, la riunione di cause connesse non può per virtù propria rendere tardive, e come tali inammissibili, domande, eccezioni e allegazioni probatorie che, diversamente, tali non sarebbero nel processo di provenienza.

Nella specie, la Corte distrettuale ha invece assoggettato alle già maturate preclusioni del processo RG n. 579/00 la produzione del testamento posto a base della causa connessa RG n. 43/10 proposta successivamente da Pi.Ma. ; con l’effetto, opposto alla logica della riunione di cause connesse, di non decidere su di una domanda (quella diretta ad accertare gli effetti del testamento pubblico del 9.5.1992).

5 – È assorbito l’esame del secondo mezzo, l’interesse al quale è soddisfatto dall’accoglimento del primo motivo.

6. – Anche il terzo motivo è fondato.

La donazione indiretta è caratterizzata dal perseguito fine di liberalità, e non già dal mezzo giuridico impiegato, che può essere il più vario, nei limiti consentiti dall’ordinamento (cfr. Cass. nn. 3134/12 e 5333/04), e consiste in atti o negozi la cui combinazione produce l’effetto, eccedente rispetto al mezzo, di un’attribuzione patrimoniale gratuita.

In particolare, allegato il pagamento di un debito quale fattispecie di donazione indiretta, è altresì implicitamente dedotto il mancato regresso o la mancata surrogazione, senza i quali l’attribuzione patrimoniale non sarebbe configurabile. A nulla rileva l’esistenza o meno di un interesse proprio del solvens all’adempimento, sia perché il requisito di liberalità dell’atto presuppone un posterius rispetto al solo pagamento, sia in quanto il carattere indiretto della donazione postula per sua stessa definizione un collegamento funzionalmente inscindibile di atti.

Nella fattispecie, di tali principi la Corte d’appello non ha fatto corretta applicazione. Essa, da un lato, si è arrestata ad un’interpretazione formalistica dell’eccezione dei coeredi di P.P.F. , quasi che la donazione indiretta potesse in ipotesi perfezionarsi unico actu; dall’altro, assunto a criterio discretivo l’interesse proprio del solvens ad estinguere l’obbligazione, ha erroneamente riferito la liberalità al mezzo impiegato piuttosto che allo scopo attributivo perseguito, violando così l’art. 809 c.c., comma 1.

7. – Sulla base delle considerazioni svolte, la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio alla Corte d’appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione, che applicherà i principi di diritto sopra esposti, provvedendo altresì sulle spese di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo ed il terzo motivo, assorbito il secondo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’appello di Cagliari, sezione distaccata di Sassari, in diversa composizione, che provvederà altresì sulle spese di cassazione.


2 Commenti

  1. Quanti debiti ho pagato a quel disperato di mio figlio! Si era indebitato per una dipendenza e non sapeva più come pagare. Mi ha prosciugato un intero stipendio e rischiava di farmi rimanere a gambe all’aria per un mese perché non sapevo come pagare l’affitto! Fortuna che ho trovato la comprensione del proprietario di casa che mi ha aiutato a trovargli uno psicologo che potesse seguirlo e fargli iniziare una terapia.

  2. Cosa non si fa per i figli?! Dobbiamo insegnargli le regole di vita, cerchiamo di seguirli sempre, ma spesso non basta. Spesso è colpa nostra, ma altre volte sono loro a non avere un giusto metro di giudizio e imbattersi in situazioni scomode a noi sconosciute! E poi veniamo a saperlo quando ormai è troppo tardi e c’è da pagare!!!

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