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Amministratore e dipendente della stessa società: quando è possibile

12 Ottobre 2019 | Autore:
Amministratore e dipendente della stessa società: quando è possibile

È consentito essere contemporaneamente lavoratore subordinato e avere una carica sociale nella stessa azienda?

Sei amministratore di una società ed intrattieni, con la stessa società, un rapporto di lavoro subordinato? Ti hanno detto che non puoi essere dipendente e amministratore nello stesso tempo? Devi sapere che non sempre il rapporto di lavoro dipendente è incompatibile con quello societario, e che, in materia, gli orientamenti della giurisprudenza sono cambiati negli anni.

Di conseguenza, l’Inps non può annullare automaticamente la contribuzione del lavoratore dipendente che è anche amministratore, o ha una differente carica, nella stessa società. L’istituto, prendendo atto dei nuovi orientamenti, ha recentemente chiarito i casi in cui è consentito avere una carica sociale ed essere dipendente presso la stessa impresa.

Ma essere amministratore e dipendente della stessa società: quando è possibile?

Vediamo, sulla base di quanto illustrato dall’Inps nel recente messaggio sull’argomento [1], quali sono le ipotesi in cui, nonostante la carica sociale, il rapporto di lavoro subordinato resta valido.

Ricordiamo, comunque, che per verificare l’effettività del rapporto dipendente non si possono seguire soltanto criteri astratti, ma occorre accertarsi dell’effettività della subordinazione nel concreto.

L’amministratore può essere dipendente?

Lo svolgimento di un’attività di gestione in una società di capitali, come quella dell’amministratore, non esclude astrattamente che si possa intrattenere con la società stessa un rapporto di lavoro subordinato (fatte salve alcune eccezioni): si tratta di un criterio generale al quale la Cassazione si è uniformata sin dagli anni 90 [2].

Nello specifico, a favore della compatibilità della posizione di dipendente e amministratore in capo alla stessa persona, la Cassazione ha chiarito che né il contratto di società, né l’esistenza del rapporto organico che lega l’amministratore alla società, escludono la configurabilità di un rapporto subordinato, cioè di un rapporto che abbia ad oggetto da un lato l’attività lavorativa, dall’altro lato la corresponsione di un compenso legato all’attività svolta.

In effetti, gli atti compiuti da chi possiede la carica societaria (cioè dalla persona, come l’amministratore, che è un organo della società) producono automaticamente effetti in capo alla società: verso i terzi assume quindi rilevanza solo la persona giuridica rappresentata, non la persona fisica.

Questo non esclude che tra la società e il suo organo possa esserci anche un rapporto di lavoro subordinato. Pertanto, assumere la qualifica di rappresentante legale della società, ad esempio di presidente, o di amministratore, non implica l’invalidità del rapporto di lavoro dipendente. È comunque fondamentale che nel rapporto subordinato sussistano le caratteristiche dell’assoggettamento, nonostante la carica sociale, al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell’organo di amministrazione dell’ente [3].

Amministratore unico e dipendente

In altri termini, la mera carica di presidente o di amministratore non è incompatibile col lavoro dipendente poiché anche il presidente di società, o qualsiasi membro del consiglio di amministrazione, può essere soggetto alle direttive, alle decisioni ed al controllo dell’organo societario collegiale.

Se l’amministratore, o il presidente, è anche rappresentante, la sostanza non cambia: il potere di rappresentanza non estende automaticamente i diversi poteri deliberativi.

Non è così, invece, per l’amministratore unico della società: questi, infatti, ha il potere di esprimere da solo la volontà dell’ente sociale, e detiene i poteri di controllo, di comando e di disciplina.

Non esiste dunque una relazione distinta tra la posizione del lavoratore come organo direttivo della società e quella del lavoratore subordinato, esecutore delle prestazioni che, di fatto, dipendono dallo stesso organo direttivo.

Pertanto, la Cassazione esclude la compatibilità tra la qualità di lavoratore dipendente di una società e la carica di amministratore unico della stessa [4]

Amministratore delegato e dipendente

Per capire se l’amministratore delegato può essere contemporaneamente dipendente della delega, bisogna valutare la portata della delega conferita dal consiglio di amministrazione.

La delega può essere generale e, come tale, implicare la gestione globale della società, oppure parziale, se limitata ad alcuni atti di gestione.

Se l’amministratore è munito di delega generale, con facoltà di agire senza il consenso del consiglio di amministrazione, l’Inps ritiene esclusa la possibilità di intrattenere un valido rapporto di lavoro subordinato con la società.

Al contrario, se l’amministratore delegato ha il solo potere di rappresentanza, oppure specifiche e limitate deleghe, può instaurare con la società un genuino rapporto di lavoro subordinato.

In ogni caso, devono essere valutati:

  • i rapporti intercorrenti fra l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione;
  • la pluralità ed il numero degli amministratori delegati;
  • la facoltà di agire congiuntamente o disgiuntamente;
  • la sussistenza degli elementi che caratterizzano il vincolo di subordinazione.

Socio unico e dipendente

La configurabilità del rapporto di lavoro dipendente è esclusa con riferimento al socio unico, in quanto, essendo tutte le azioni concentrate nelle sue mani, non può essere assoggettato alle direttive di un organo societario. Si prescinde, ai fini di questa valutazione, dall’esistenza della società come distinto soggetto giuridico.

Socio amministratore unico di fatto e dipendente

Se il socio unico è anche amministratore unico, anche di fatto, cioè ha assunto nel concreto l’effettiva ed esclusiva titolarità dei poteri di gestione della società, non è ugualmente configurabile un rapporto di lavoro subordinato con la società stessa [5].

In quest’ipotesi, risulta, infatti, impossibile collegare ad una volontà distinta la costituzione e gestione del rapporto di lavoro.

Socio amministratore e dipendente

Il fatto che il socio di società di capitali sia anche amministratore non impedisce la configurabilità del rapporto di lavoro subordinato. Bisogna invece valutare, caso per caso, sia la condizione di possessore di parte del capitale sociale sia l’incarico di amministratore.

Se, nel concreto, può essere instaurato, tra la società e la persona che la rappresenta e la gestisce, un autonomo e parallelo diverso rapporto che può assumere le caratteristiche del lavoro subordinato, bisogna accertare:

  • l’oggettivo svolgimento di attività estranee alle funzioni di amministratore;
  • che queste attività sono contraddistinte dai caratteri tipici della subordinazione.

Indici di subordinazione

Come dimostrare il vincolo di subordinazione [6]? Per dimostrare l’esistenza della subordinazione, quindi del rapporto di lavoro dipendente, bisogna provare, in modo certo:

  • l’assoggettamento al potere direttivo, di controllo e disciplinare dell’organo di amministrazione della società nel suo complesso;
  • l’attribuzione di mansioni diverse da quelle proprie della carica sociale;
  • l’esistenza di altri elementi sintomatici della subordinazione individuati dalla giurisprudenza e riproposti dalla prassi amministrativa Inps, quali, a titolo semplificativo e non esaustivo:
    • la periodicità e la predeterminazione della retribuzione;
    • l’osservanza di un orario contrattuale di lavoro;
    • l’inquadramento all’interno di una specifica organizzazione aziendale;
    • l’assenza di una pur minima organizzazione imprenditoriale;
    • l’assenza di rischio in capo al lavoratore;
    • la distinzione tra importi corrisposti a titolo di retribuzione da quelli derivanti da proventi societari;
  • che la costituzione e gestione del rapporto di lavoro siano ricollegabili ad una volontà della società distinta dal soggetto titolare della carica (amministratore, etc.).

Se l’attività lavorativa ha caratteristiche particolari (creativa, intellettuale, professionale, dirigenziale…), che non si prestano ad essere eseguite sotto la direzione del datore di lavoro o con continuità, bisogna ricorrere a criteri c.d. complementari o sussidiari.

Criteri sussidiari di subordinazione

Nello specifico, perché sia accertata la subordinazione relativamente a queste attività particolari bisogna verificare, ad esempio:

  • l’assunzione con la qualifica di dirigenti;
  • il conferimento della carica di direttore generale da parte dell’organo amministrativo nel suo complesso;
  • la cessazione del rapporto mediante licenziamento;
  • il coordinamento dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo del datore di lavoro;
  • l’assoggettamento, anche se in forma lieve o attenuata, alle direttive e agli ordini del datore di lavoro anche con un’effettiva autonomia decisionale;
  • la caratterizzazione delle mansioni svolte (diverse dalle funzioni proprie della carica rivestita e non rientranti nelle deleghe).

Effettività della subordinazione

In ogni caso, per individuare la natura del rapporto bisogna attenersi al principio di effettività, secondo il quale la qualifica utilizzata e le modalità con le quali il rapporto di lavoro è stato formalizzato costituiscono solo uno degli elementi ai quali riferirsi nella valutazione complessiva della situazione.

In altre parole, per valutare la compatibilità dello status di amministratore di società di capitali (nelle ipotesi in cui è in astratto ammissibile) con lo svolgimento di attività di lavoro subordinato presuppone l’accertamento in concreto, caso per caso, delle seguenti condizioni:

  • il potere deliberativo (come regolato dall’atto costitutivo e dallo statuto), diretto a formare la volontà della società, deve essere in capo all’organo collegiale di amministrazione della società nel suo complesso, o ad un altro organo sociale che esplichi un potere esterno;
  • deve essere fornita la rigorosa prova dell’esistenza del vincolo di subordinazione, cioè dell’assoggettamento del lavoratore interessato, nonostante la carica sociale, all’effettivo potere di supremazia gerarchica (potere direttivo, organizzativo, disciplinare, di vigilanza e di controllo) di un altro soggetto, o degli altri componenti dell’organismo sociale a cui appartiene;
  • l’interessato deve svolgere, in concreto, mansioni estranee ai poteri di gestione che discendono dalla carica ricoperta o dalle deleghe conferite.

note

[1] Inps messaggio 3359/2019.

[2] Cass. SS.UU. sent.n. 10680/1994; Cass. sent. n. 1793/1996.

[3] Cass sent. n. 18476/2014; Cass. sent. n. 24972/2013.

[4] Cass. sent. n. 24188/2006.

[5] Cass. sent. n. 21759/2004.

[6] Art. 2094 Cod. Civ.


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