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Si può insultare il Papa sui social?

20 Settembre 2019 | Autore:
Si può insultare il Papa sui social?

Cosa si rischia per pubblicare su Facebook delle offese al Pontefice? Una vecchia legge, ancora in vigore, stabilisce che si va oltre la diffamazione.

Che su Facebook o su Twitter si sia perso il senso della misura è un fatto, ormai, noto. Il popolo dei social network è pieno di opinionisti, come il bar Sport: tutti si sentono in grado – anzi in dovere – di dire la loro, con le buone o con le cattive maniere. L’abbiamo detto in qualche altra occasione: il diritto di esprimere il proprio pensiero è sacrosanto, la libertà di insultare chiunque e a prescindere non lo è per niente. Tuttavia, non c’è post che non sia seguito da qualche commento scurrile e offensivo, quasi a voler ricordare a chi legge che tutto è permesso, tutto è consentito. Così, nel mirino del diffamatore finisce chiunque: dall’anonimo navigatore al politico di turno e perfino chi, sicuramente, non ha mai utilizzato Facebook per offendere qualcuno: il Papa. Ma si può insultare il Papa sui social o si rischia la galera?

Meglio sarebbe per chi ha le dita facili sulla tastiera del pc o dello smartphone prendere qualcosa in farmacia contro gli impulsi poco ortodossi: insultare il Papa sul social, o da qualsiasi altro mezzo, equivale ad insultare un capo di Stato, il che è punito dal Codice penale. Non è, dunque, una questione di credo ma una questione di forma.

In più, ed in base agli accordi tra l’Italia e la Santa Sede, il solo fatto che il destinatario delle ingiurie sia il Sommo Pontefice, al di là del suo ruolo di Capo di Stato, basta per passare qualche guaio serio con la giustizia. Così ha stabilito tempo fa la Cassazione [1].

A chi è passato per la testa o chi ha l’intenzione di insultare il Papa sui social conviene, dunque, sapere quanto segue.

Insulti su Facebook: sono reato?

Bisogna, intanto, premettere che già il solo fatto di insultare qualcuno su Facebook o su altri social può configurare il reato di diffamazione aggravata [2], in quanto si tratta di una condotta «potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone» [3].

Per la Cassazione, però, anche se l’utente non si è messo ad insultare il Papa, ma il suo vicino di casa, c’è l’aggravante del mezzo utilizzato, cioè di Facebook, in quanto in grado «di coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – ed aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa».

Questo significa, secondo la Suprema Corte, che la questione di merito si trova proprio nel potenziale del social network, nella sua capacità di diffondere un messaggio, positivo o negativo che sia, a decine, centinaia o migliaia di persone, a seconda del seguito che ha la bacheca di chi pubblica delle offese su Facebook e del fatto che i suoi contatti, a loro volta, condividano le offese, amplificando, in questo modo, la loro divulgazione.

Cosa si rischia? La reclusione da sei mesi a tre anni e la multa non inferiore a 516 euro.

Affinché le offese su Facebook possano essere ritenute diffamazione aggravata, devono concorrere questi presupposti:

  • che il soggetto destinatario delle offese sia ben individuabile;
  • che le offese possano essere lette da più persone;
  • che la diffusione delle offese possa avvenire in maniera incontrollata;
  • che ci sia la chiara volontà di utilizzare delle espressioni oggettivamente adatte ad offendere il decoro, l’onore e la reputazione del soggetto preso di mira.

Va da sé, dunque, che se uno si mette a insultare il Papa sui social in maniera inequivocabile, il destinatario è ben individuabile, le offese vengono lette da più persone, la loro diffusione può avvenire in modo incontrollato perché condivise più volte e da più persone e c’è una chiara volontà di offendere. Quindi, è reato di diffamazione. Con un aggravante, però, che può complicare ulteriormente le cose per chi la lingua o dita fin troppo sciolte sui social.

Insulti al Papa: cosa dice il Codice penale?

Non molto tempo fa, nel corso di una trasmissione radiofonica, un arrabbiato ascoltatore aveva deciso di insultare Papa Francesco perché, secondo lui, tutelava di più la religione islamica di quella cattolica. Uno sfogo che gli era costato qualche grosso dispiacere: il tribunale di Milano, dopo la denuncia di un altro ascoltatore, aveva inviato gli atti alla Procura della Repubblica affinché venisse formulata un’imputazione più grave rispetto a quella inizialmente contestata di vilipendio a ministro di culto: qui si trattava del capo della Chiesa cattolica, cioè del Sommo Pontefice, a capo della Città del Vaticano.

Il Codice penale, infatti, prevede fino a 5 anni di reclusione per chi offende l’onore ed il prestigio del Capo dello Stato [4]. Il punto non è l’offesa alla religione, ma alla persona del Pontefice.

Ed il Codice non interviene solo se gli oltraggi vengono pronunciati a voce: il reato scatta anche per insultare il Papa con qualsiasi mezzo, anche sui social, con un post avvelenato su Facebook, su Twitter o su qualsiasi altra rete sociale.

Insulti al Papa: perché sono reato?

Ora potresti chiederti: se la legge punisce chi insulta il presidente della Repubblica, che c’entra il Pontefice? C’entra, c’entra.

Potrà sembrare roba da altri tempi ma, per quanto sia vecchia, la legge che è ancora in vigore va rispettata. Succede, in questo caso, con una legge del 1929 [5], in virtù della quale «le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti sono punite come le offese e le ingiurie al Re». Certo, nel 1929 c’era il Re. Circa 20 anni più tardi, la parola «Re» venne sostituita con il termine «presidente della Repubblica» [6]. Questo significa che insultare il Papa sui social equivale a insultare il Capo dello Stato italiano. E qui si torna al citato articolo del Codice penale: fino a 5 anni di reclusione.

note

[1] Cass. sent. n. 562/1972.

[2] Art. 595 co. 3 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 50/2017 e n. 8482/2017.

[4] Art. 278 cod. pen.

[5] Legge n. 810/1929 del 27.05.1929.

[6] Legge n. 1317/1949 dell’11.11.1949.

Autore immagine: Pixabay.com


3 Commenti

  1. Ma scusate. Perché insultare qualcuno sui social network? Che senso ha? Si può esprimere liberamente il proprio pensiero senza cadere nell’offesa e nella maleducazione.

  2. Che caduta di stile l’offesa sui social! E poi con tutte le cose che si leggono, ci si potrebbe anche informare che, oltre ad essere vergognoso, è anche suscettibile di sanzioni un comportamento del genere.

  3. Non sapevo che l’offesa la Papa fosse paragonata a quella del Presidente della Repubblica. Interessante questo articolo. Ps: mai diffamare o offendere sui social! Non fate i leoni da tastiera che poi vi si ritorce contro.

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