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Il collaboratore di uno studio legale può essere dipendente?

20 Settembre 2019
Il collaboratore di uno studio legale può essere dipendente?

Monocommittenza: come stabilire se l’avvocato, il praticante o il semplice collaboratore di un avvocato è dipendente o autonomo. 

Non è nuovo il problema degli avvocati che, in regime di monocommittenza, svolgono attività al servizio esclusivo di uno studio legale, senza gestione di una propria clientela. Si tratta di collaboratori alle dipendenze del proprio dominus, presso cui spesso hanno iniziato la pratica, che svolgono una fascia di mansioni assai ampia: dalle ricerche di studio alla gestione dei clienti e delle rispettive pratiche; dalla partecipazione alle udienze agli adempimenti di cancelleria. A volte, eseguono commissioni fuori studio e non disdegnano di fare le fotocopie. Il confine tra questi e il tradizionale lavoratore dipendente è assai labile se non fosse per il fatto che questi hanno acquisito il titolo di avvocato e sono muniti di partita Iva con cui fatturano i compensi fissi erogatigli dal datore di lavoro.

Nell’attesa che il legislatore adotti una disciplina normativa che regolamenti questo fenomeno, consentendo il lavoro subordinato anche in capo ai professionisti, ci si chiede se il collaboratore di uno studio legale può essere dipendente. Il punto non è tanto l’inquadramento contrattuale, ma il riconoscimento sostanziale di tutte le tutele di un normale lavoratore subordinato, dai contributi alle differenze retributive, dagli straordinari alle ferie, dal Tfr alla malattia. Insomma, se anche la legge vieta di assumere un avvocato, è possibile comunque che, ex post, la sua attività sia inquadrabile come quella di un normale dipendente?

La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Si tratta di una pronuncia importante che apre le speranze a molti professionisti, costretti a fatturare prestazioni per niente dissimili da quelle di un qualsiasi subordinato e, anche se dotate di un alto livello di specializzazione, comunque caratterizzate da monocommittenza, orari imposti, obbedienza alle direttive, assenza di autonomia decisionale e organizzativa.

Ma procediamo con ordine e vediamo se l’avvocato o il collaboratore di uno studio legale può essere dipendente.

Collaboratore di studio: lavoratore dipendente o autonomo?

Già in passato, la Cassazione ha stabilito che [2], nei casi di prestazioni lavorative caratterizzate da un elevato contenuto professionale, è il giudice che deve stabilire se il rapporto di lavoro può qualificarsi come autonomo o subordinato, e lo deve fare tenendo conto di tutte le circostanze concrete del caso: non certo limitandosi a verificare l’inquadramento contrattuale e il nome dato dalle parti al tipo di collaborazione, ma valutando il comportamento complessivo concretamente tenuto dal datore di lavoro e dal collaboratore. Non c’è, quindi, alcun pregiudizio concettuale all’idea che un avvocato, munito di un titolo professionale e di una propria partita Iva, possa essere ritenuto un lavoratore dipendente a tutti gli effetti.

Il punto si sposta su un altro, e non meno marginale, aspetto: quando il collaboratore di uno studio legale può considerarsi dipendente? Quali sono gli indici di subordinazione che fanno escludere la possibilità di parlare di lavoratore autonomo, seppure le prestazioni lavorative vengono mensilmente fatturate?

Quando un collaboratore di studio è dipendente?

Sul punto, la Cassazione si mostra cauta e, volendo evitare principi generali, preferisce affidarsi al caso concreto. In linea teorica, è da qualificare come subordinata l’attività espletata da un lavoratore che, pur in assenza del titolo di avvocato, ha prestato attività di natura prevalente intellettuale a favore di uno studio legale.

Nel caso di specie la Corte ha valorizzato i seguenti elementi come indici di subordinazione: l’attività prestata all’interno dello studio, l’impossibilità di svolgere in via autonoma la prestazione in assenza del titolo di avvocato, le direttive impartite dal titolare dello studio legale, l’osservanza di un orario imposto dalla stessa organizzazione dello studio, la natura delle mansioni svolte di supporto a quelle dell’avvocato e nell’interesse dei clienti di quest’ultimo.

Da quanto emerge nella sentenza, la fattispecie affrontata dalla Cassazione sembrerebbe riferirsi ai “paralegal” di matrice anglosassone che sono, infatti, dipendenti della law firm per cui lavorano.

La stessa Cassazione, qualche mese fa, aveva sancito lo stesso principio stabilendo che va qualificato come dipendente e non come collaboratore chi lavora all’interno dello studio legale, seguendo le direttive dell’avvocato titolare, rispettandone le prescrizioni ed essendo soggetto alla sua sorveglianza, osservando un orario di lavoro, rispettando l’organizzazione interna e non avendo alcun margine di autonomia personale nella gestione del lavoro.

Del resto, caratteristica essenziale del lavoro dipendente rispetto a quello autonomo è la soggezione del lavoratore al potere direttivo, disciplinare e di controllo del datore di lavoro: il prestatore viene inserito in un’organizzazione che non è quella propria e sulla quale non può interferire con una propria autonoma gestione del lavoro. Egli è, quindi, un tassello all’interno di un più ampio mosaico.

Il fatto poi che il collaboratore abbia anche un titolo di professionista, e sia quindi avvocato o commercialista, non esclude la possibilità di parlare di un lavoratore dipendente in caso di monocommittenza. Sempre la Corte Suprema ha chiarito, in proposito, che «la sussistenza o meno della subordinazione debba essere verificata in relazione alla intensità della etero-organizzazione della prestazione, al fine di stabilire se l’organizzazione sia limitata al coordinamento dell’attività del professionista con quella dello studio, oppure ecceda le esigenze di coordinamento per dipendere direttamente e continuativamente dall’interesse dello stesso studio, responsabile nei confronti dei clienti di prestazioni assunte come proprie e non della sola assicurazione di prestazione altrui» [4].


note

[1] Cass. sent. n. 22634/2019.

[2] Cass. sent. n. 4770/2003 e 9967/2005.

[3] Cass. sent. n. 22518/2019.

[4] Cass. sent. n. 3594/2011.


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