Diritto e Fisco | Articoli

Cosa significa riformare una sentenza

12 Ottobre 2019 | Autore:
Cosa significa riformare una sentenza

Quando una sentenza passa in giudicato? Una sentenza definitiva può essere modificata? Cosa significa confermare una sentenza?

Una volta, mentre mi trovavo in tribunale in attesa che venisse chiamata l’udienza del mio assistito, un collega mi ha raccontato un aneddoto: un giorno, un testimone chiamato a deporre, mentre percorreva l’aula per andare a sedersi nell’apposito banco, si fermò al cospetto del giudice e si fece il segno della croce, quasi come se avesse percepito la vicinanza che ci fosse tra Dio e il magistrato. Il senso di questo racconto era che coloro che amministrano la giustizia hanno un potere molto simile a quello divino, in quanto decidono delle sorti (economiche e non solo) di un individuo. In realtà, il giudizio del magistrato non è irreversibile così come quello di Dio: contro il primo, infatti, la legge consente di proporre impugnazione davanti ad altro giudice, sperando che quest’ultimo sia più clemente e riformi la prima pronuncia. Cosa significa riformare una sentenza?

Il concetto di riforma di una sentenza è tanto semplice quanto denso di significato: il giudice che riforma una sentenza non fa altro che modificarla, cambiarla, in genere in senso favorevole a chi ha proposto l’impugnazione. Ci sono però molte altre cose da dire a proposito del mutamento di una sentenza. Se l’argomento ti interessa e ne vuoi sapere di più, prosegui nella lettura: vedremo insieme cosa significa riformare una sentenza, quando è possibile la riforma e se si può modificare una sentenza passata in giudicato.

Cos’è una sentenza?

Per comprendere appieno cosa significa riformare una sentenza è molto utile spiegare cosa sia questo provvedimento giudiziario. La sentenza è quell’atto con il quale il giudice decide in maniera definitiva sulla questione che gli è stata sottoposta.

Filano chiama in causa Calpurnio per regolare i confini dei loro terreni adiacenti; al termine del processo, dopo aver sentito testimoni e disposto perizie tecniche, il giudice decide sulla questione stabilendo i confini, e lo fa con la sentenza.

Tizio è imputato per aver rubato del denaro a Caio; al termine del processo penale, il giudice decide di assolvere Caio per carenza di prove. Anche in questo caso la sua decisione è adottata con sentenza.

La sentenza, dunque, è il provvedimento per eccellenza, quello mediante il quale un giudice ritiene esaurita la vicenda che coinvolge i protagonisti del contenzioso, almeno limitatamente alla propria competenza. Come ti spiegherò nel corso di questo articolo, infatti, la sentenza può essere riformata fintantoché non diventi definitiva.

Ad ogni modo, possiamo dire che la sentenza funge da spartiacque tra un grado e l’altro del procedimento: contro una sentenza, è sempre possibile fare impugnazione entro i termini stabiliti dalla legge. Così facendo, si dà l’avvio ad un nuovo grado di giudizio: quello d’appello. Anche il giudice d’appello, al termine del processo, si esprimerà con sentenza, ponendo così fine al secondo grado e aprendo la strada ad un eventuale terzo grado nel caso in cui il soccombente voglia ricorrere per Cassazione.

Ricapitolando, quindi, la sentenza:

  • decide in maniera definitiva sulla questione sottoposta al giudice;
  • chiude un grado di giudizio.

Quando una sentenza diventa definitiva?

Una sentenza definitiva (o, con terminologia giuridica, una sentenza passata in giudicato) è un provvedimento che non è più impugnabile da alcuno. In pratica, la sentenza definitiva rappresenta davvero l’ultima parola sulla vicenda processuale.

Perché una sentenza passi in giudicato e diventi, pertanto, intoccabile (entro certo limiti, come vedremo nel prosieguo), occorre che ricorri almeno una delle seguenti condizioni:

  • contro di essa non sia stata proposta impugnazione entro i termini stabiliti dalla legge;
  • non c’è più modo di proporre impugnazione perché i gradi di giudizio sono terminati (in altre parole, si è espressa anche la Corte di Cassazione).

Dunque, in estrema sintesi, quando una sentenza non è più appellabile né ricorribile per Cassazione, allora essa sarà divenuta definitiva e contro di essa non sarà più possibile fare nulla (a meno che non ricorrano casi eccezionali in cui si può procedere alla revocazione o alla revisione della sentenza, mezzi di impugnazione definiti straordinari. Su questo punto torneremo di qui ad un istante).

Sentenza: quando si può riformare?

Una sentenza si può riformare fino a che non sia divenuta definitiva: riformare una sentenza, infatti, non significa altro che modificarla, cambiarne il contenuto. In effetti, lo stesso termine “riformare”, in italiano corrente, fa riferimento a un’attività di tipo modificativo, ad un cambiamento: pensa alla riforma del diritto di famiglia, alla riforma del sistema sanitario oppure di quello scolastico, ecc.

È chiaro, dunque, che la riforma della sentenza non può avvenire che mediante la sua impugnazione: fino a che il provvedimento sarà impugnabile, allora sarà anche riformabile; quando, invece, la sentenza passa in giudicato, non sarà più possibile riformarla.

Tizio fa causa a Caio, medico chirurgo, per vedersi riconosciuto il risarcimento dei danni derivanti da un’operazione andata male. Il giudice di primo grado gli dà ragione; Caio, però, propone tempestivamente appello e il giudice di secondo grado, riformando la sentenza impugnata, ritiene al contrario che non vi sia nessuna responsabilità medica. Contro questa sentenza è Tizio a proporre impugnazione e a fare ricorso per Cassazione la quale, però, conferma la sentenza di secondo grado.

Dall’esempio appena fatto si evince chiaramente come il contrario della riforma della sentenza sia la sua conferma. Prosegui nella lettura se vuoi sapere cosa significa confermare una sentenza.

La conferma della sentenza: cos’è?

Se riformare una sentenza significa cambiarne il contenuto, confermare una sentenza significa esattamente l’opposto, cioè approvarla. Il giudice che conferma la sentenza contestata ritiene che il precedente magistrato abbia fatto un ottimo lavoro e, pertanto, rigetta l’impugnazione, lasciando la sentenza così com’è.

Confermare una sentenza, in realtà, non significa copiarne il contenuto e trasporlo in una nuova: il giudice che conferma la sentenza ribadisce la decisione finale di quel provvedimento, motivando la sua risoluzione in maniera tale da far capire perché si trattasse di una pronuncia giusta e perché le lamentele della parte impugnante fossero infondate.

In pratica, la conferma della sentenza riguarda il suo dispositivo, cioè la parte ove è contenuta la decisione: non si tratta, perciò, di due sentenze uguali.

Sempronio fa causa a Mevio perché ritiene che questi abbia sconfinato e abbia piantato alcuni alberi nel suo terreno. Il giudice, dopo idonea consulenza peritale, ritiene che Sempronio abbia torto e non accoglie le sue richieste, condannandolo altresì a pagare le spese di giudizio e quelle legali sostenute dalla controparte. Contro questa decisione Sempronio propone appello. Anche il giudice d’appello, però, dà ragione a Mevio, ritenendo giusta la sentenza di primo grado e condannando ancora una volta Sempronio alle spese legali e di giudizio.

Nell’esempio appena fatto, la sentenza d’appello conferma quella di primo grado: la conferma, però, non avviene ripetendo (a mo’ di “copia e incolla”) tutto ciò che c’è scritto nella decisione precedente, ma ribadendo le conclusioni cui era giunta quest’ultima e motivando in modo tale da far comprendere perché l’appello sia stato rigettato.

Una sentenza passata in giudicato si può riformare?

Qualche paragrafo fa abbiamo detto che una sentenza è riformabile fintantoché è appellabile. Ciò è verissimo. Tra parentesi, però, abbiamo accennato anche ad alcune eccezioni a questa equazione: ed infatti, sia il Codice di procedura civile che quello di procedura penale prevedono alcuni rimedi eccezionali, in grado di portare anche alla riforma della sentenza passata in giudicato.

Sto parlando della revocazione e della revisione, due impugnazioni straordinarie che consentono la modifica di una sentenza divenuta apparentemente intoccabile perché oramai definitiva. Secondo la legge, al ricorrere di alcuni casi eccezionali (ad esempio, il contrasto tra due sentenze, oppure la sopravvenienza di prove che, se fossero state portate in giudizio, avrebbero causato senza ombra di dubbio un esito diverso), è possibile impugnare la sentenza passata in giudicato e chiederne la riforma integrale.

Lo ribadisco: si tratta di ipotesi che ricorrono davvero raramente ma che, comunque, ci consentono di dire che anche una sentenza definitiva può essere riformata.

La riforma della sentenza da parte della Corte europea

Un altro caso eccezionale di riforma di una sentenza passata in giudicato è il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, meglio nota come Corte di Strasburgo.

Il ricorso alla Corte europea è ammesso solamente quando i gradi di giudizio previsti dalla legge nazionale sono terminati, e sempre che non sia possibile una revocazione o una revisione della sentenza. L’impugnazione davanti alla Corte europea è ammessa solamente per far valere il contrasto tra la decisione contestata e i diritti umani contemplati dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (la famosa Cedu): trattasi di un patto internazionale stipulato a tutela dei diritti dell’uomo nel 1950 dai Paesi europei che compongono il Consiglio d’Europa.

Dunque, chi ritiene di aver subito un torto a causa di una sentenza ingiusta, non potrà ricorrere direttamente alla Corte europea, ma dovrà per prima chiedere tutela ai tribunali italiani. Solamente quando saranno esauriti tutti i gradi di giudizio si potrà, nel caso in cui non si sarà ottenuta tutela, ricorrere alla Corte di Strasburgo.

Qualora ravvisi una violazione, la Corte pronuncia una sentenza che vincola lo Stato. L’Italia deve rispettare le decisioni della Corte europea perché, in quanto membro del Consiglio d’Europa, ha sottoscritto la Convenzione ed è, pertanto, tenuta ad osservarla. Quando la Corte dà ragione, può essere anche riconosciuto un risarcimento.


note

Autore immagine: Pixabay.com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube