L’indebita compensazione non si estende ai contributi

21 Settembre 2019 | Autore:
L’indebita compensazione non si estende ai contributi

È reato solo se si tratta di imposte dirette o Iva. La compensazione con F24 si fa anche per i contributi, ma se è fasulla non rientra nella norma penale.

I debiti tributari si possono pagare senza far uscire soldi dalle tasche utilizzando la compensazione con i crediti maturati verso il Fisco. È un modo intelligente, utile e ammesso dalla legge; però, i crediti – si capisce bene – devono esserci veramente, altrimenti il versamento dovuto viene fatto falsamente e scatta la frode. L’indebita compensazione di imposte è un delitto quando le somme non spettanti o inesistenti superano i 50 mila euro; la reclusione può arrivare fino a 6 anni.

Ora, la Cassazione in una recentissima sentenza [1] ha stabilito che l’indebita compensazione non si estende ai contributi previdenziali e assistenziali; il reato sussiste solo se si tratta di imposte dirette e Iva. In altre parole, se le somme dovute all’erario riguardano le imposte dirette (Irpef, Ires, Irap) o l’Iva, e non vengono versate perché la compensazione è fasulla, la norma penale [2] scatta; non rientra nel reato, invece, fare un’indebita compensazione per pagare i contributi previdenziali o assistenziali.

L’impresa Alfa paga 60 mila euro di contributi previdenziali, compensandoli nel modello F24 con un credito che, in realtà, è inesistente: praticamente, non versa nulla, ma il reato non c’è perché, secondo la Cassazione di oggi, la norma è limitata solo ai casi di imposte dirette e Iva e non si estende anche ai contributi. Rimangono le sanzioni amministrative per l’omesso versamento, ma non scatta il penale.

Finora, la Cassazione non la pensava così e riteneva che la norma penale si riferisse a tutte le indebite compensazioni, senza che avesse importanza di che tipo fossero le imposte non versate e senza fare distinzione tra i debiti fiscali e quelli di altro tipo, come i contributi Inps.

La norma, infatti, parla di chi «non versa le somme dovute» utilizzando in compensazione crediti non spettanti (primo comma) o inesistenti (secondo comma); non specifica di che tipo debbano essere queste imposte, tasse o contributi. Inoltre, il testo che descrive la condotta che costituisce reato richiama un’altra norma di legge [3] che parla delle compensazioni e dice come vanno fatte: tutti i versamenti, anche quelli in compensazione, devono essere veicolati nel modello F24.

La Cassazione di oggi però ha preso in considerazione un altro importante elemento che nelle precedenti pronunce non era stato valorizzato: il titolo del decreto sui reati tributari parla chiaramente di «imposte sui redditi e sul valore aggiunto» senza mai citare i contributi. Se un comportamento illecito non viene contemplato dalla norma incriminatrice, non può costituire reato.

Un principio cardine del diritto penale è la tassatività: la norma da applicare non può essere estesa a casi che non sono espressamente previsti. Dunque, in questo caso, l’omesso versamento delle somme non può che riferirsi alle sole imposte sui redditi e Iva e non ad altro: il testo non comprende i contributi previdenziali o assistenziali e non si può arrivare a inserirli per altra via, richiamando il fatto che anch’essi vengono compensati alla stessa maniera con F24. Per il loro mancato versamento, restano, invece, le sanzioni amministrative dovute in tutti i casi di omissione contributiva. Leggi anche questo articolo per sapere come funziona la compensazione fra crediti e debiti fiscali.

note

[1] Cass. sent. n. 38042/19 del 13 settembre 2019.

[2] Art. 10 quater del D. Lgs n. 74/2000 del 10 marzo 2000.

[3] Art. 17 del D. Lgs n. 241/1997 del 9 luglio 1997.


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