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Ammissione prova testimoniale pagamenti contanti

23 Settembre 2019
Ammissione prova testimoniale pagamenti contanti

Per provare un pagamento con consegna di denaro liquido alle mani è sufficiente un testimone?

Hai chiesto l’esecuzione di un lavoro ed hai subito versato un anticipo al momento del conferimento dell’incarico. Per evitare la fattura e l’addebito dell’Iva, hai accettato di pagare in contanti: il tutto con un accordo fatto verbalmente e senza rilascio di ricevute. Ora, però, sono sorte delle contestazioni sull’importo versato e non hai come dimostrarlo. Nell’ipotesi in cui doveste finire in causa, come potresti provare tale circostanza? L’unica persona al corrente dei fatti è un tuo familiare che ha assistito alle contrattazioni. Ma ti chiedi entro che limiti è possibile l’ammissione della prova testimoniale per pagamenti i contanti.

Una recente sentenza della Corte di Appello di Napoli ci offre un interessante spunto di riflessione [1]. È la scusa per ripercorrere l’attuale orientamento della giurisprudenza sul tema: in quali casi il giudice può consentire a un testimone di confermare l’esistenza di un contratto o di un pagamento tramite la propria deposizione resa in giudizio?

Vediamo qual è la soluzione a questo comune problema di ordine pratico.

Contratti anche verbali

Il più delle volte, i contratti vengono conclusi verbalmente e senza la firma di documenti scritti. Lo consente il nostro ordinamento secondo cui c’è «libertà di forma» per tutti gli accordi negoziali, salvo quei rari casi in cui la stessa legge richiede la firma di una scrittura privata o di un atto notarile.

Quando l’accordo è orale non è neanche obbligatorio documentare eventuali pagamenti, seppure il rilascio di una quietanza è un diritto di chi adempie e può essere pretesa in qualsiasi momento o circostanza: una pretesa a cui la controparte non può opporsi in alcun modo.

In talune situazioni, tuttavia, i rapporti tra le parti sono tali da non consentire il rispetto di eccessive formalità, socialmente additate come un’assenza di fiducia. Si pensi a un pagamento tra padre e figlio o tra fratelli. In questi casi, come deve tutelarsi chi paga e chi, per rispetto dell’altrui soggetto o per eccessiva ingenuità e fiducia in quest’ultimo, non ha richiesto una ricevuta?

Ammissibilità della prova testimoniale: codice civile

L’ammissione della prova testimoniale per pagamenti in contanti è un’ipotesi contemplata dal Codice civile [2]. La norma è tanto chiara quanto apparentemente anacronistica. Essa dispone quanto segue:

«La prova per testimoni dei contratti non è ammessa quando il valore dell’oggetto eccede euro 2,58.

Tuttavia l’autorità giudiziaria può consentire la prova oltre il limite anzidetto, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza».

Il limite di importo – ancora pari a 2,58 euro – risale a quando fu approvato il Codice civile e, da allora, non è stato più aggiornato. Il legislatore ha, infatti, ritenuto che l’apertura contenuta al secondo comma – con cui si consente al giudice di decidere il “se” e il “quando” ammettere i testimoni per dimostrare l’esistenza di un contratto – consentisse di attualizzare il senso della disposizione di legge a qualsiasi epoca. In buona sostanza, è sempre il magistrato – e non più la legge – a decidere l’opportunità di accogliere un’eventuale testimone per dimostrare pagamenti in contanti, sulla base delle circostanze concrete quali: i rapporti tra le parti, l’importo corrisposto, gli interessi in gioco, la natura del contratto stesso, ecc.

Ci sono, infatti, alcuni contratti che, per convenzione, vengono conclusi e adempiuti informalmente, mentre per altri è inverosimile l’assenza di cautele. Ed ancora, rapporti di amicizia o di parentela potrebbero impedire la stipula di accordi scritti, sicché la prova testimoniale diventa, in tali ipotesi, l’unico modo per dimostrare l’esistenza di un rapporto tra le parti.

Quando è ammissibile un testimone per dimostrare un pagamento in contanti

A conclusione del discorso sinora tracciato, facciamo un esempio pratico.

Un uomo chiede al proprio cugino di pitturargli la casa. Al completamento di ogni camera, lo paga in contanti senza rilascio di quietanze. A lavori ultimati, l’imbianchino sostiene di non aver ricevuto ancora il pagamento del salotto e dello stanzino e pretende i soldi pattuiti. Il parente, invece, sostiene di aver sempre adempiuto ai propri obblighi e, a sostegno delle sue affermazioni, chiama a testimoniare la propria sorella, che ha assistito ai vari pagamenti. In un’eventuale causa tra i due, il testimone potrebbe essere ammesso?

Sebbene la norma del Codice civile sopra riportata consenta al giudice di ammettere la prova oltre il limite di 2,58 euro («tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza»), comunque la deroga «è subordinata – prosegue la Corte, richiamando la Cassazione [3] – a una concreta valutazione delle ragioni in base alle quali, nonostante l’esigenza di prudenza e di cautela che normalmente richiedono gli impegni relativi a notevoli esborsi di denaro, la parte non abbia curato di predisporre una documentazione scritta».

Nell’esempio di prima ricorrono, secondo i giudici d’appello di Napoli, «proprio quei presupposti che giustificano la deroga al divieto» in esame: infatti, «sussistendo rapporti di parentela» tra le parti, può dunque «ritenersi plausibile anche il versamento di acconti in moneta contante senza la richiesta del rilascio immediato di una quietanza scritta».

Risultato: è ammissibile la testimonianza, resa possibile proprio dalla natura delle parti. Diverso sarebbe stato se le stesse, ad esempio, fossero state due aziende, pertanto tenute al rispetto di una contabilità analitica e dettagliata o due soggetti completamente estranei, lontani da qualsiasi rapporto di parentela o amicizia.

Ammissione testimonianza per pagamenti in contanti: ultime sentenze

Secondo la Cassazione [4], è ammissibile la prova testimoniale, sebbene il valore dell’oggetto della lite ecceda 2,58 euro, quando il giudice ritenga verosimile la conclusione orale del contratto, avuto riguardo alla sua natura (nella specie, contratto di mutuo per un importo inferiore a 2.000 euro) e alla qualità delle parti (nella specie, legate da vincolo di parentela).

La qualità dei soggetti del rapporto contrattuale, tra loro legati da vincolo familiare ed affettivo, spiega la ragione dell’assenza di una prova documentale del contratto di mutuo riguardante la temporanea dazione di una somma di denaro con impegno alla restituzione e, per altro verso, rende legittima l’ammissione della prova testimoniale in materia di contratti di valore superiore ad euro 2,58 [5].

Sempre secondo la Corte [6]: i limiti di valore sanciti dal Codice civile riguardo all’ammissibilità della prova testimoniale, non attengono all’ordine pubblico, ma sono dettati nell’esclusivo interesse delle parti private; con la conseguenza che, qualora la prova venga ammessa in primo grado oltre i limiti predetti, essa deve ritenersi ritualmente acquisita se la parte interessata non ne abbia tempestivamente eccepito l’inammissibilità in sede di assunzione o nella prima difesa successiva entro lo stesso grado di giudizio; in questo caso, la relativa nullità, essendo rimasta sanata, non può essere eccepita per la prima volta in sede di appello, neppure dalla parte che sia rimasta contumace nel giudizio di primo grado, e, a maggior ragione, non può essere eccepita per la prima volta davanti alla Cassazione.


note

[1] C. App. Napoli, sent. n. 4272/2019 del 2.09.2019.

[2] Art. 2721 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 5884/1993

[4] Cass. sent. n. 14457/2013.

[5] C. App. Bari, sent. n. 165/2012.

[6] Cass. sent. n. 3959/2012.


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