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Genitori e figlio primogenito: come evitare gli errori più comuni

19 Ottobre 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Genitori e figlio primogenito: come evitare gli errori più comuni

Un vademecum contro: manie di perfezionismo, eccesso di responsabilizzazione, iper-protezionismo, elevate aspettative.

Si dice che con la nascita del primo figlio nascono anche i genitori. Sono, infatti, proprio i primogeniti ad introdurre i neo-genitori al mondo delle cure e dell’accudimento. Questa naturale fase di inesperienza è per gli adulti solitamente carica di ansie che spesso tendono a ridimensionarsi con l’arrivo dei figli successivi. Stando ad alcune rilevazioni, sembra che già con il secondogenito i genitori si mostrino più tranquilli e sicuri di sé, grazie all’indiscutibile fase di rodaggio vissuta sulla pelle del primo nato. In altri termini, accanto alla novità di scoprirsi genitori, sono in agguato anche le probabilità d’incorrere in sbagli madornali. Pertanto, se anche tu sei interessato ad approfondire le questioni che hanno a che fare con le relazioni tra genitori e figlio primogenito e come evitare gli errori più comuni nell’educazione, questo articolo potrebbe tornare utile.

Se, infatti, le famiglie numerose, in genere, possono mettere quel pizzico di allegria in più, in quanto spesso sembra di stare all’interno di una squadra, è pur vero che il menage può anche diventare assai complesso da gestire. Per cui, potrebbe verificarsi che i fratelli più grandi vengano chiamati a ricoprire dei ruoli para-genitoriali. Se da un lato ciò porterà a sviluppare nel primogenito competenze pro-sociali ed empatiche, è anche vero che si potrebbe rischiare di essere troppo esigenti e di bruciare le tappe sane della crescita. È vero che i primogeniti sono i più grandi della “nidiata”, ma sono pur sempre figli, con tutti i diritti della propria età. Ok, quindi, al gioco di squadra, allo stile cooperativo e alla responsabilizzazione dei più grandi, per sviluppare l’apprendimento per imitazione nei più piccoli, ma senza esagerare.

Eccesso di responsabilità

Come poc’anzi accennato, il rischio frequente nel quale possono incorrere i genitori nell’educazione del figlio primogenito è quello di eccedere nella responsabilizzazione. Alzi la mano chi non ricorda di avere, almeno una volta nella vita, sentito pronunciare da un genitore questa fatidica frase: “Dai il buon esempio almeno tu che sei il più grande!”. Un ammonimento che carica il primogenito di un doppio fardello, verso se stesso, ma anche verso i fratelli più piccoli che spesso prendono lui come esempio. Un incitamento che potrebbe far sentire il primogenito sotto l’occhio del ciclone. Che fare, dunque, per evitare che un figlio venga preso troppo di mira?

In prima battuta, invece di far pesare la differenza di età, un’opportunità da prendere in considerazione potrebbe essere quella di trasformarla in qualcosa di buono, come ad esempio sottolineare gli aspetti positivi legati all’essere più grande. Si potrebbe, quindi, spostare l’attenzione sulla maggiore libertà di scelta di cui gode il figlio maggiore rispetto ai fratelli piccoli; ciò lo aiuterà a non vivere come una condanna gli anni di differenza.

Una possibilità ulteriore da vagliare, se i figli sono abbastanza cresciuti, potrebbe essere di lasciare che sbrighino le faccende tra loro in autonomia ed evitare di fare il genitore troppo interventista a difesa dei figli più piccoli di età. È vero, infatti, che i cuccioli di “casa” tendono a fare maggiore tenerezza, ma attenzione a lasciarsi intenerire troppo, visto che spesso capiscono bene come manipolare tutti.

Altrimenti si potrebbe pensare ad un intervento volto a rammentare a ciascuno il proprio ruolo; se, ad esempio, al rientro a casa il salotto dove la famiglia è solita riunirsi la sera per vedere la tv, è in uno stato di caos totale tra giocattoli, libri e quaderni, una reazione genitoriale equilibrata potrebbe essere quella di richiamare ognuno dei figli a risistemare la stanza per quanto di propria spettanza. Anche i piccoli, infatti, possono imparare a riporre i giocattoli nel cestone una volta che il gioco è finito.

Iper-protezionismo

Contrapposta alla iper-responsabilizzazione c’è poi l’iper-protezione del primo nato, specie nell’iniziale periodo di vita. In questo caso, il genitore tende ad abbattere ogni ostacolo e a rimuovere qualsiasi intoppo dal percorso del figlio, evitando così che sperimenti la frustrazione del fallimento. Se, in prima battuta, un mondo ovattato e al riparo da cattive esperienze potrebbe apparire molto rassicurante, è anche vero però, che così facendo, si privano i figli delle lezioni più importanti dell’infanzia. Gli intralci tolti dal loro cammino sono, infatti, occasioni mancate di crescita. Come fare ad arginare questa eventuale inclinazione?

Una possibilità potrebbe essere quella di proiettarsi nel futuro e immaginare il figlio, ormai adulto, ancora dipendente dai genitori e incapace di assolvere alle mansioni del vivere quotidiano, con conseguente scherno dei suoi pari. Dinnanzi a questo scenario, si è poi così sicuri di voler continuare a trattare il figlio come un bambinetto? Credo proprio di no, anche a dispetto delle paure incombenti dei nostri giorni come bullismo, droghe, sostanze chimiche tossiche, acari portatori di malattie, violenze, abusi e via di questo passo.

Elevate aspettative

Un altro spettro dal quale guardarsi è il carico di aspettative di cui, più o meno volontariamente, ogni genitore può essere portatore. Se, ad esempio, al genitore fosse stata preclusa, per i motivi più disparati la possibilità di studiare, è molto probabile che al figlio, specie se primogenito, venga passato questo simbolico testimone nella staffetta della vita. Della serie “visto che io non ho potuto studiare, fallo tu al posto mio”. Se questa eredità venisse trasmessa, senza tenere in alcun conto le naturali inclinazioni del figlio, si rischierebbe una forzatura inutile, oltre che dannosa. Come fare ad arginare questa, seppur comprensibile, eventualità? Una chiacchierata col figlio a cuore aperto consentirebbe di guardare in faccia le cose per quelle che sono. Se, infatti, la passione del figlio è per le scienze naturali, inutile tentare d’indirizzarlo verso corsi di studio di storia e filosofia a cui si sarebbe voluto iscrivere il genitore.

Se, invece, non è questo il problema, vale a dire che al figlio è stato concesso di scegliere il proprio percorso di studi in autonomia, ma poi si pretende che sia sempre il primo della classe, è bene sapere che anche questo atteggiamento, a lungo andare, potrebbe innescare nel figlio la cosiddetta ansia da prestazione. Infatti, se è vero che il disinteresse verso l’operato dei figli non è certo di stimolo per una loro buona riuscita nella vita, è altrettanto vero che pretendere troppo o il massimo, sempre e comunque, è altrettanto deleterio. I figli sono esseri imperfetti come, del resto, i genitori e la vita non è solo una gara competitiva, ma una palestra dove crescere e perfezionarsi, senza però pensare di poter arrivare sempre al traguardo per primi. Quindi, incitare a fare sempre un po’ meglio sì, ma nella consapevolezza che nessuno è perfetto.

Perfezionismo

Come sopra accennato, un altro rischio sempre in agguato nell’educazione dei figli, specie se primi, è la pretesa spasmodica che arrivino a dei risultati eccellenti a scuola, come nella vita. Per cui se oltre a pretendere una pagella da “genio della lampada” in tutte le materie, ti dovessi scoprire a pretendere da tuo figlio performance sublimi nello sport, nella vita sociale e di relazione e nella carriera lavorativa, la cosa da fare potrebbe essere interrogarsi sul perché di queste tue pretese. Spesso, stando a chi si trova quotidianamente a dipanare matasse familiari complesse, l’ansia della perfezione viene trasmessa da genitori vittime di proprie insicurezze. Quindi, in questo caso, molto meglio tentare d’indagare sul proprio vissuto di adulto, anziché rischiare di rendere i propri figli infelici per manie di perfezionismo.

Autorità o arrendevolezza?

Altro nodo cruciale nel rapporto tra genitori e primogeniti è il mix di regole e concessioni da elargire. Spesso, infatti, si sente dire che è merito dei primogeniti se i fratelli e le sorelle si sono trovati la strada spianata con i genitori. Che vuol dire questo? Semplicemente che i genitori spesso rischiano di essere molto severi con il primo figlio e troppo arrendevoli con gli altri figli. Per cui, quello che il primogenito si è visto negare o per il cui ottenimento ha dovuto sudare molto, risulta scontato per i fratelli e sorelle che, senza il benché minimo sforzo, ottengono lo stesso risultato in minor tempo.

Un esempio per tutti può essere rappresentato dalla trattativa volta all’ottenimento della macchina per uscire con gli amici la sera. In questo caso, se ci si accorge di aver tenuto comportamenti diametralmente opposti nel corso del tempo con i propri figli, a discapito del primogenito, forse è meglio limitarsi a prenderne atto, facendo leva sulla paura di cui si può essere preda nel vedere i propri figli diventare grandi. Per cui visto che, per forza di cose, è il primogenito a varcare per primo la soglia della maggiore età, sarà inevitabile che sia lui a pagare lo scotto più forte di questo passaggio generazionale.

Diritti di “fratellanza e sorellanza”

In tema di diritto di famiglia, accanto ai diritti dei bambini di cui in più di una occasione abbiamo avuto modo di occuparci, ci sono i diritti dei figli, ma anche i “diritti di fratellanza e sorellanza“, di cui non vi è menzione nei Codici di legge, ma nella pronuncia di cui si dirà nel prosieguo e di cui tanto si sta parlando. A “sdoganare” questi diritti di recente conio è stata un’ordinanza risalente al 2018 [1] al cui interno si cita il seguente principio: «la tutela del diritto fondamentale di sorellanza e fratellanza impone che nel caso di separazione dei genitori, i fratelli e le sorelle debbano essere collocati presso il medesimo genitore, salvo che emerga la contrarietà in concreto di tale collocamento al loro interesse» [2].

Nel caso di specie sopra citato e risalente al 2018, invece, la figlia minore veniva collocata in prima battuta presso il padre, lontana quindi dalla madre e dalla sorella maggiore. In sede di audizione della minore infradodicenne, però, veniva appurata la sua volontà di convivere presso la madre insieme alla sorella con la quale esisteva un rapporto affettivo importante e di reciproco sostegno. Veniva, infatti, accertato che il legame con la sorella maggiore costituiva il riferimento affettivo più rilevante e stabilizzante per la minore.

Pertanto, laddove non vi siano ostacoli, il giudice deve preferire la collocazione di fratelli e sorelle presso il medesimo genitore, salvo che non venga avanzata una diversa richiesta.


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Corte di Cass. I sez. civ – ordinanza n. 12957 del 24.05.2018.

[2] Punto n.7 ordinanza 12957 del 24.05.2018 Corte di Cass. I sez. civ.


1 Commento

  1. Vabbè…La scoperta dell’acqua calda! La storia si ripete da secoli, nonostante i nostri genitori ed i nostri nonni ci siano capitati, noi saremo sempre tentati ad essere apprensivi, ansiosi con i primogeniti e poi ai secondi figli daremo maggiore libertà e fiducia. E’ la prassi!

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