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Conviene davvero chiudere un fallimento?

16 Dicembre 2013
Conviene davvero chiudere un fallimento?

Ho subìto un fallimento personale in quanto socio accomandatario di una SAS e, quindi, illimitatamente responsabile per i debiti della società; al momento del fallimento, possedevo una quota del 50% in una SRL, che è confluita nell’attivo fallimentare. Il Curatore mi chiede di riscattare la quota di partecipazione nella S.r.l. o, in alternativa, di versare 4.000,00 €, allo scopo di ottenere liquidità e chiudere il fallimento. Mi conviene? 

 

Una procedura fallimentare non può rimanere aperta a oltranza, perché questo comporterebbe una situazione di incertezza sia per il fallito che per i creditori, oltre che un inutile aggravamento delle spese di procedura.

Perciò, quando i beni presenti nel patrimonio del fallito sono talmente scarsi da non consentire di soddisfare i creditori, né di coprire le spese di procedura, il Curatore può sempre richiedere al Tribunale la chiusura del fallimento “per insufficienza dell’attivo”.

Da tale situazione discendono due effetti: da un lato, il fallito può rientrare in possesso del proprio patrimonio e ricominciare a lavorare; dall’altro i creditori rimasti insoddisfatti tornano liberi di aggredire il patrimonio di questi. Addirittura, nei successivi cinque anni dalla cessazione della procedura, essi possono ottenere la riapertura del fallimento, per soddisfarsi sui beni nel frattempo acquisiti dal debitore.

Nel caso in questione, quindi, in mancanza di liquidità, il Curatore potrebbe ottenere la chiusura del fallimento per insufficienza dell’attivo. Se ciò si verificasse, il fallito potrebbe certamente avviare una nuova attività d’impresa, ricominciando a guadagnare (mentre attualmente una parte dei suoi guadagni vengono trattenuti dalla procedura fallimentare); ma, dall’altro lato, i creditori insoddisfatti potrebbero richiedere nuovamente il fallimento del debitore per rivalersi sui successivi beni o, in alternativa, iniziare atti di pignoramento.

Per i motivi appena esposti, quindi, potrebbe non essere conveniente lasciare il fallimento “in sospeso” per troppo tempo. Infatti, comunque, durante la procedura, eventuali guadagni e/o beni di cui il fallito dovesse diventare proprietario verrebbero appresi dal curatore, divenendo parte dell’attivo fallimentare (a Lei verrebbe lasciato solo il necessario per il sostentamento).

Inoltre, non collaborare con il Curatore e lasciare totalmente insoddisfatti i creditori preclude al fallito anche la possibilità di chiedere al Giudice l’esdebitazione, un beneficio che consente al debitore di liberarsi definitivamente dai debiti pregressi.

L’esdebitazione

Il solo modo per impedire ai creditori di avanzare ulteriori pretese sul patrimonio del debitore dopo la chiusura del fallimento (per concordato o per mancanza di attivo), è  l’“esdebitazione”, cioè un provvedimento del Tribunale che estingue definitivamente i debiti pregressi del fallito, non solo nei confronti dei creditori fallimentari, ma anche nei confronti dei creditori che non avevano presentato la domanda di ammissione al passivo, pur potendolo fare.

L’esdebitazione può essere richiesta dal debitore personalmente, entro un anno dalla chiusura del fallimento.

Può essere ottenuta dal fallito (persona fisica) che sia ritenuto “meritevole di fiducia”, cioè da colui che:

– abbia sempre attivamente collaborato con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo (corrispondenza, contabilità, ecc.);

– non abbia in alcun modo ostacolato o ritardato la procedura, rendendo difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari;

– non abbia beneficiato di un’altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta;

– non sia stato condannato per bancarotta fraudolenta o per delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, né abbia fatto ricorso abusivo al credito;

– abbia soddisfatto, anche se solo in parte, i crediti concorsuali.

In presenza di tutti questi requisiti, il fallito potrà ottenere il beneficio e, di conseguenza, potrà anche iniziare una nuova attività lavorativa e/o imprenditoriale, senza temere azioni esecutive dei creditori, con i quali avrà “chiuso definitivamente i conti” grazie alla esdebitazione; e ciò non solo nei confronti dei creditori che avevano presentato domanda di ammissione al passivo, ma anche nei confronti di tutti quelli esistenti prima dell’inizio della procedura.

Concludendo, per rispondere al quesito se sia o meno vantaggioso chiudere il fallimento, a parere di chi scrive appare opportuno raggiungere un accordo con il Curatore per chiudere la procedura (con o senza concordato fallimentare), con una – anche minima – soddisfazione dei creditori e, una volta chiuso il fallimento, presentare al Tribunale una richiesta di esdebitazione. Se tale richiesta dovesse essere accolta, i vecchi creditori non potranno più vantare pretese nei confronti del debitore e quest’ultimo potrà ricominciare una nuova attività lavorativa, senza temere ulteriori azioni esecutive sul suo patrimonio.

di LIDIA LEUCCI

 



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