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Incidente stradale: sono responsabile se non l’ho causato?

24 Settembre 2019
Incidente stradale: sono responsabile se non l’ho causato?

Il conducente che non ha colpe e non ha violato il Codice della strada, può vedersi rifiutare il risarcimento da parte dell’assicurazione.

Ad un incrocio, un’auto ti è venuta addosso nonostante la precedenza fosse tua. A sorpresa, però, l’assicurazione ti ha negato il risarcimento. A detta del liquidatore, infatti, anche tu hai una parte di responsabilità. Non ne comprendi le ragioni. Intenzionato ad avviare una battaglia legale, prima di incaricare un avvocato ti chiedi: posso essere responsabile dell’incidente stradale se non l’ho causato?

La risposta è abbastanza semplice e la puoi intuire dalla lettura della giurisprudenza che, sino ad oggi, si è formata in tema di infortunistica stradale e assicurazione obbligatoria rc-auto. In particolare, una recente sentenza della Cassazione [1] ha stabilito un principio guida applicabile ad ogni ipotesi di scontro tra veicoli a motore: la responsabilità per il sinistro stradale dipende anche dalla prevedibilità del comportamento altrui. Che significa? È proprio vero che si può essere responsabili di un incidente senza averlo causato?

Per comprendere meglio come funziona questa regola facciamo un passo indietro.

Regole sugli incidenti stradali

In caso di incidente stradale, le norme sul risarcimento da parte dell’assicurazione possono essere riassunte in un’unica regola generale: per avere ragione ed ottenere i soldi dall’assicurazione, bisogna dimostrare sia la colpa dell’altro conducente, sia l’imprevedibilità del suo comportamento.

Ogni automobilista ha, infatti ,due obblighi:

  • rispettare le regole del Codice della strada;
  • adottare la prudenza necessaria a prevedere ogni possibile scontro, anche se dettato dall’illecito comportamento degli altri.

Questo pone sugli automobilisti un dovere ben preciso: anticipare, laddove possibile, le violazioni del Codice della strada commesse da terzi in modo da garantire la sicurezza sulla strada. Un esempio chiarirà meglio come stanno le cose.

Costantino sta per attraversare un incrocio. Il semaforo è verde già da un po’. Perciò, onde evitare che scatti il giallo, accelera. Giunto al crocevia, si accorge che un’auto, proveniente dall’altra strada, nonostante il rosso non dà cenno di frenare. Confidando nel fatto che l’altro automobilista rispetti la precedenza, passa ugualmente. I due veicoli, però, si scontrano. Dinanzi alle autorità giunte sul posto, Costantino afferma di aver visto chiaramente l’altro conducente non arrestare allo stop. Le sue dichiarazioni, però, lo inchiodano: egli, infatti, ha ammesso di aver avuto un’anticipata percezione della possibilità di uno scontro e di non aver fatto nulla per evitarlo. Anzi, si è imposto prepotentemente sulla strada evitando – come invece la prudenza avrebbe imposto – di lasciar prima passare l’automobilista indisciplinato.

Come stabilire di chi è la colpa in caso di incidente

Per stabilire di chi è la colpa in caso di incidenti stradali si parte da una presunzione di pari responsabilità: in pratica, entrambi gli automobilisti si presumono corresponsabili in pari misura. Ciascuno potrà ottenere non più della metà del risarcimento per i danni subìti a meno che non dimostri:

  • che l’altro conducente non ha rispettato il Codice della strada;
  • che il comportamento di quest’ultimo non era prevedibile e, pertanto, lo scontro non era evitabile.

Solo se vengono fornite entrambe le prove si passa ad un’imputazione di responsabilità esclusiva a carico di uno solo dei conducenti.

Dimostrare, però, l’inevitabilità dello scontro – ossia la non prevedibilità dell’altrui violazione – è particolarmente difficile, ragion per cui la Cassazione ritiene sufficiente anche una semplice “presunzione”.

Ad esempio, il fatto che sia intervenuta la polizia e non abbia elevato alcuna multa al conducente in questione implica l’assenza di sue responsabilità. Ed ancora la prevedibilità può derivare dal fatto che la vittima stesse percorrendo una strada in condizioni di perfetta visibilità ad una velocità di poco superiore a quella consentita, situazione che consente, in generale, di avvistare l’auto altrui.

Può essere responsabile dell’incidente chi non lo ha causato?

Alla luce di quanto detto, si comprende che è possibile negare il risarcimento all’automobilista che non ha causato l’incidente se questi, comunque, poteva evitarlo. L’utente della strada – dice la Cassazione – è responsabile anche della condotta imprudente altrui, quando questa rientri nel limite della prevedibilità in base al caso concreto.


note

[1] Cass. sent. n. 29544/19 dell’8.09.2019.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 25 giugno – 8 luglio 2019, n. 29544

Presidente Di Salvo – Relatore Ferranti

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza in epigrafe, la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno, rideterminava la pena in mesi sei di reclusione, con il beneficio di cui all’art. 175 c.p., confermando nel resto la sentenza di condanna nei confronti di L.G. , in ordine al reato di omicidio colposo, aggravato dalla violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, commesso in (omissis) .

2. Secondo la ricostruzione dei fatti oggetto d’imputazione recepita nella detta pronunzia, si rimprovera all’imputato1 per colpa generica e specifica, di avere cagionato la morte di C.S. , ciò in quanto, in qualità di conducente la propria autovettura BMW X5 tg (omissis), percorreva, con direzione sud-nord, un tratto rettilineo e pianeggiante della (omissis) , nel Comune di (omissis) avendo ampia visibilità dei veicoli provenienti in senso opposto; giunto all’altezza del civico 241, effettuava una manovra di svolta a sin. omettendo di dare la precedenza al motoveicolo condotto da C. , che percorreva il medesimo tratto di strada, in senso opposto, ad una velocità di circa 60 kmh e, nella fase di completamento della manovra stessa, per imperizia, prolungava l’ingombro della corsia di pertinenza della moto per un tempo comunque superiore a quello esigibile in base al sopraggiungere della moto stessa, così determinava la morte del motociclista che, trovandosi la strada ostruita dall’autovettura dell’imputato, tentava una manovra di emergenza in frenata ma non riusciva ad evitare l’impatto sul mezzo che gli procurava lesioni mortali.

È contestata la violazione degli artt. 145 e 154 C.d.S., per avere omesso di procedere alla manovra di svolta con la dovuta prudenza e dando precedenza alla moto del C. , e per avere altresì omesso di eseguire la detta manovra in prossimità del centro dell’intersezione e in modo da non creare pericolo per gli altri utenti della strada: violazioni, queste, che, secondo la ricostruzione dell’episodio accolta dalla Corte di merito, cagionavano il sinistro.

3. Avverso la sentenza propone ricorso l’imputato, a mezzo del difensore lamentando (in sintesi giusta il disposto di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1) quanto segue.

I) Vizio di erronea applicazione della legge penale sotto il profilo dell’erronea ricostruzione della fattispecie prevista dall’art. 589 c.p..

Lamenta che non si è dato il giusto rilievo, nel determinismo causale(al principio secondo cui l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui1purchè rientri nel limite della prevedibilità.

Nel caso di specie(il motociclista, che procedeva ad una velocità superiore a quella consentita di 50 kmh, avendo avvistato l’autovettura che ingombrava la sua corsia, se non fosse stato distratto o incapace di guidare o in condizioni psico-fisiche non compatibili con la guida non avrebbe dovuto frenare ma soltanto evitare l’ostacolo, allargando a sinistra verso il centro della carreggiata; questa era la manovra prevedibile e normale, non quella posta in essere dalla vittima che ha inchiodato in modo brutale, anziché frenare in modo graduale, e ha perso così il controllo del motociclo.

Considerato in diritto

1. Il ricorso deve considerarsi manifestamente infondato, basato su motivi entrambi generici e aspecifici, meramente ripetitivi delle doglianze dell’appello e che non si confrontano con le articolate argomentazioni della Corte territoriale. Invero la sentenza impugnata motiva in maniera logica e coerente sulla inattendibilità delle dichiarazioni rese solo in dibattimento dal teste F. , a distanza di anni e in difformità di quanto dichiarato nelle indagini preliminari (fol. 4) e procede alla ricostruzione dei fatti, sulla base degli elementi oggettivi offerti dalla perizia di ufficio disposta dal Tribunale e delle dichiarazioni del teste oculare P.G. , che ha escluso che il C. nel transitare dinanzi al suo distributore si fosse voltato per salutarlo e fosse perciò distratto e ha ricordato di aver sentito un gran botto e il conducente dell’autovettura agitato uscire dall’abitacolo e urlare ripetutamente: “non l’ho visto”. La Corte territoriale ha correttamente valutato sulla base dei rilievi planimetrici e fotografici e della perizia cinematica, la prevedibilità in concreto del sopraggiungere del motociclo che aveva diritto di precedenza, che viaggiava a tra i 58 e i 62 kmh e che quindi poteva essere avvistato da parte dell’imputato alla distanza di qualche decina di metri; ha rilevato che vi è stata la colposa violazione delle norme della circolazione stradale che prevedono che svoltando a sin per accedere ad uno spazio privato di un esercizio commerciale occorre dare la dovuta precedenza al veicolo che sopraggiunge nella opposta corsia di marcia e ha motivato effettuando il giudizio controfattuale che se l’imputato avesse atteso, come doveva, vista la distanza di avvistamento, il passaggio del motociclo quest’ultimo non avrebbe dovuto porre in essere alcuna manovra di frenata e non si sarebbe verificato l’evento mortale.

1.1 Tanto premesso, è ormai consolidato l’orientamento della Corte di legittimità secondo il quale il principio dell’affidamento, nello specifico campo della circolazione stradale, trova un opportuno temperamento nell’opposto principio, secondo cui l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché rientri nel limite della prevedibilità (in epoca recente, per tutte, vds. Sez. 4, n. 8090 del 15/11/2013, dep. 2014, Saporito, Rv. 259277). Tale prevedibilità dev’essere però valutata non già in astratto, ma in concreto (Sez. 4, n. 46741 del 08/10/2009, Minunno, Rv. 245663). Il criterio della prevedibilità in concreto si sostanzia nell’assunto che la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma anche va ragguagliata alle diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto (Sez. U., n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn e altri, non massimata sul punto).

Inoltre, considerato che le regole di cautela, che nel caso di specie si assumono violate, si presentano come regole “elastiche”, indicano, cioè, un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, è comunque necessario che l’imputazione soggettiva dell’evento avvenga attraverso un apprezzamento della concreta prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dall’agente modello (Sez. 4, n. 37606 del 06/07/2007, Rinaldi, Rv. 237050).

Tali richiami giurisprudenziali, pongono il problema della concreta prevedibilità ed evitabilità nelle condizioni date, da parte del ricorrente, dello sviluppo antigiuridico della sua condotta, anche in considerazione del fatto che la valutazione in concreto della prevedibilità non può, nella specie, prescindere dal fatto, pacificamente acclarato, che la vittima percorreva ad una velocità di poco superiore a quella consentita un’arteria urbana rettilinea e pianeggiante, in condizioni di perfetta visibilità; che vi era la concreta possibilità di avvistare a poche decine di metri il sopraggiungere del motociclo condotto dal C. , il quale pose in essere una manovra di frenatura brusca, che non può certo definirsi anomala o imprevedibile, nel tentativo di evitare l’ostacolo costituito dall’autovettura dell’imputato che in maniera improvvisa e imprevista aveva impegnato la sua corsia di marcia impiegando almeno 2,38 sec. ad una velocità di 15 kmh.

2. Il ricorsa, in conclusione, va dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende.


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