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Trasferimento disciplinare: ultime sentenze

2 Ottobre 2019
Trasferimento disciplinare: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: trasferimento disciplinare; natura giurisdizionale; violazione per dolo o colpa dei doveri etici e deontologici; sanzione disciplinare; illecito disciplinare; contrattazione collettiva.

Trasferimento per incompatibilità ambientale e trasferimento disciplinare: differenze

Il trasferimento per incompatibilità ambientale ha natura amministrativa e si fonda sulla sussistenza di un obiettivo pericolo per l’immagine di funzionalità e affidabilità dell’ufficio, che può essere anche generato da una condotta volontaria del giudice, ma pur sempre non riprovevole. Va distinto, perciò, dal trasferimento disciplinare di natura giurisdizionale dovuto alla violazione per dolo o colpa dei doveri etici e deontologici del giudice, in primis di quello d’indipendenza.

Consiglio di Stato sez. V, 22/08/2019, n.5783

Trasferimento disciplinare del magistrato ad altra sede o ufficio

In materia di procedimento disciplinare a carico di magistrati, l’articolo 13, comma 1, del decreto legislativo 109 del 2006, nello stabilire che la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura – nell’infliggere una sanzione diversa dall’ammonimento e dalla rimozione – possa disporre il trasferimento del magistrato ad altra sede o ad altro ufficio, deve essere interpretato nel senso di prevedere entrambe le misure, senza escluderne il cumulo, poiché la ratio della norma non è quella di sanzionare ulteriormente il magistrato, ma di impedire che il contesto ambientale in cui esso opera, rispetto al quale sono rilevanti sia la sede che le funzioni svolte, determini ulteriori violazioni disciplinari lesive del buon andamento della giustizia, tutelando, pertanto, un interesse pubblico riconducibile all’articolo 97 della Costituzione e dall’intero titolo IV della Costituzione.

Cassazione civile sez. un., 06/02/2018, n.2804

Trasferimento del lavoratore per giustificato motivo tecnico, organizzativo e produttivo

Il trasferimento del lavoratore ad una sede di lavoro diversa da quella dove prestava precedentemente servizio, pur potendo essere previsto come sanzione disciplinare dalla contrattazione collettiva, la quale è abilitata a individuare sanzioni diverse da quelle tipiche previste dall’art. 7 della legge n. 300 del 1970, non assume tale natura ove il datore di lavoro si limiti ad esercitare lo ius variandi riconosciutogli dall’art. 2103 c.c., allegando la sussistenza di un giustificato motivo tecnico, organizzativo e produttivo per il mantenimento del luogo di lavoro (nella specie, la soppressione dell’attività presso il luogo di origine ed il suo accentramento nella nuova sede), e non è pertanto assoggettato alle garanzie previste dai commi 3 e 4 dell’art. 7 e dalla contrattazione collettiva, le quali devono invece assistere il successivo licenziamento intimato al lavoratore per la sua protratta assenza dalla nuova sede di servizio, configurandosi tale provvedimento come sanzione disciplinare, in quanto il predetto comportamento costituisce una tipica inadempienza degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 24/03/2010, n.7045

Legittimità del trasferimento

Il trasferimento del lavoratore, che segue l’irrogazione di una sanzione disciplinare, non assume, per effetto di questo solo rapporto cronologico, esso stesso valore sanzionatorio, ben potendo un fatto disciplinarmente rilevante costituire altresì una delle ragioni tecniche, organizzative o produttive, previste dall’art. 2103 c.c., ai fini della legittimità del trasferimento, come nel caso in cui, con congruo apprezzamento delle specifiche circostanze, il pregresso illecito disciplinare si palesi tale da suggerire, per il lavoratore che se ne è reso autore, un immediato mutamento di sede, al fine di evitare contatti presuntivamente pregiudizievoli con i colleghi di lavoro, con incidenza negativa sul rendimento dei singoli e quindi sulla produttività dell’impresa.

Cassazione civile sez. lav., 01/09/2003, n.12735

Trasferimento disciplinare e pretesa risarcitoria

La pretesa risarcitoria avente ad oggetto il danno biologico patito in seguito al trasferimento disciplinare annullato dal g.a., riguarda la lesione di diritti soggettivi e precisamente del diritto alla salute e del diritto all’integrità del patrimonio sicché essa si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (nel caso in esame il termine di prescrizione decorre dal passaggio in giudicato della sentenza di accertamento dell’illegittimità del decreto di trasferimento punitivo).

T.A.R. Lecce, (Puglia) sez. I, 08/05/2003, n.2971

Trasferimento disciplinare dei pubblici impiegati

È fondata, quanto al “fumus boni iuris”, la domanda del dipendente pubblico relativa alla sospensione dell’atto di immediato trasferimento, tenendo conto, da una parte, dell’indicazione delle ragioni tecniche, organizzative e produttive poste a base di tale atto, dall’altra, dell’abrogazione della norma sul trasferimento disciplinare dei pubblici impiegati.

Quanto al “periculum in mora”, deve ritenersi concreto il rischio che siano pregiudicate le ragioni della lavoratrice ove questa fosse costretta ad attendere l’esito del giudizio di cognizione ordinaria; in ogni caso, l’impugnato provvedimento della p.a. contrasta con i precetti di cui all’art. 22 l. n. 300 del 1970 nonché all’art. 40 d.P.R. n. 266 del 1987, non essendo stato richiesto il nulla osta della organizzazione sindacale di appartenenza.

Pretura Campobasso, 14/01/1999

Trasferimento disciplinare: è legittimo?

Il trasferimento disciplinare è legittimo sempre che esso sia previsto come tale dalla contrattazione collettiva, non potendo, in caso contrario, il datore di lavoro sanzionare l’inadempimento del lavoratore col suo trasferimento, atteso che il potere disciplinare deve essere esercitato nel rispetto degli obblighi di predeterminazione e di tipicità previsti dal comma 5 dell’art. 7 l. 20 maggio 1970 n. 300; la previsione contrattuale di tale tipo di trasferimento – che risponde da un lato, all’interesse del datore di lavoro a non disperdere la professionalità del proprio dipendente, e, dall’altro, all’interesse delle associazioni sindacali di determinare una ulteriore graduazione della sanzione disciplinare, consentendo così di non privare del lavoro un dipendente che ha commesso fatti per i quali non vi sarebbe altra possibilità che l’irrogazione del licenziamento – non si pone in contrasto con il divieto, sanzionato dal comma 4 del citato art. 7, di sanzioni che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro, atteso che il trasferimento non modifica definitivamente il rapporto di lavoro, e neanche il contenuto qualitativo e professionale della prestazione svolta, incidendo invece soltanto sul luogo del suo svolgimento.

Cassazione civile sez. lav., 28/09/1995, n.10252

Trasferimento del lavoratore da un’unità produttiva ad un’altra

Non è in contrasto con l’art. 7 della legge n. 300 del 1970 (che vieta di disporre sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro) né con l’art. 13 della stessa legge (che permette il trasferimento del lavoratore da un’unità produttiva ad un’altra solo per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive) il c.d. trasferimento disciplinare previsto dalla contrattazione collettiva, allorché lo spostamento del lavoratore avvenga da un ufficio ad un altro della medesima sede, in modo da non comportare alcun mutamento topografico del luogo di lavoro, ed allorché le nuove mansioni assegnate al lavoratore siano equivalenti a quelle svolte in precedenza.

Cassazione civile sez. lav., 23/05/1991, n.5797

Trasferimento disciplinare e licenziamento

La sanzione del trasferimento disciplinare, malgrado le previsioni del comma 4 dell’art. 7 statuto lavoratori e del comma ultimo dell’art. 2103 c.c., può essere introdotta dalle parti sociali, nell’esercizio dell’autonomia collettiva, per consentire un’ulteriore graduazione dei provvedimenti disciplinari in ordine a fatti che altrimenti sarebbero sanzionabili con il licenziamento; infatti – a parte il rilievo circa la non irreversibilità (ai sensi del comma ultimo dello stesso art. 7) del detto trasferimento – deve considerarsi che, mentre il divieto d’irrogazione di “sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro”, sancito dal comma 4 dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970, non si riferisce ai mutamenti del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa, intendendo essenzialmente impedire la dequalificazione professionale per fini punitivi, la previsione collettiva del trasferimento disciplinare, implicando una correlazione di tale sanzione a comportamenti concretamente e preventivamente individuati come fattori di disordine organizzativo, tecnico e produttivo, non è contraria neppure alla norma di ordine pubblico di cui al comma ultimo dell’art. 2103 c.c. (nel testo introdotto dall’art. 13 della legge n. 300 del 1970).

Cassazione civile sez. lav., 21/11/1990, n.11233

Trasferimento disciplinare e contrattazione collettiva

È legittimo il trasferimento disciplinare, allorché la contrattazione collettiva includa tale provvedimento nell’elenco delle possibili sanzioni.

Cassazione civile sez. lav., 21/11/1990, n.11233


4 Commenti

  1. Il trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra è una delle sanzioni disciplinari previste dalla legge?

    1. Il trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra non rientra tra le sanzioni disciplinari previste dalla legge. Ne deriva che il datore di lavoro, alla fine del procedimento disciplinare, se decide di adottare una sanzione disciplinare a carico del dipendente non può utilizzare, a tal fine, il trasferimento di sede. Questo provvedimento, come puoi scoprire dal nostro articolo https://www.laleggepertutti.it/298627_trasferimento-disciplinare-del-lavoratore, può essere disposto solo per motivi tecnici ed organizzativi che il datore di lavoro deve essere in grado di dimostrare in un eventuale giudizio sulla legittimità del trasferimento del dipendente. In alcuni casi, però, anche se formalmente non è stato avviato alcun procedimento disciplinare a carico del dipendente, quest’ultimo ha il sospetto che il trasferimento di sede che ha subito non è realmente fondato su motivi tecnici ed organizzativi ma, piuttosto, è stato disposto come strumento punitivo, come sanzione disciplinare, per colpire un comportamento del lavoratore sgradito all’azienda. Cosa fare in questi casi? Per tutti i motivi che abbiamo detto, se si dimostrasse che il trasferimento del dipendente è stato adottato per motivi disciplinari lo stesso sarebbe illegittimo e il dipendente potrebbe chiedere al giudice di dichiarare nullo il trasferimento di sede e di ripristinare dunque la vecchia sede di lavoro, rimuovendo il provvedimento di trasferimento e tutti gli effetti che ha, nel mentre, prodotto. Il dipendente potrebbe anche invocare il diritto al risarcimento dei danni determinati dall’atto illegittimo di trasferimento. In particolare, in alcuni casi, trasferirsi da una sede di lavoro ad un’altra può determinare costi ingenti per il trasloco, etc. dei quali il dipendente ben potrebbe richiedere il risarcimento all’azienda. Il trasferimento disciplinare del dipendente sarebbe illegittimo per tre ordini di motivi: come visto, le sanzioni disciplinari che il datore di lavoro può comminare al dipendente alla fine del procedimento disciplinare sono solo quelle previste dalla legge e dal Ccnl e, tra queste, non figura il trasferimento della sede di lavoro (salvo che il Ccnl non preveda questa ulteriore sanzione); in ogni caso, il trasferimento disciplinare sarebbe stato disposto senza seguire il procedimento disciplinare previsto dalla legge e, anche a considerarlo una sanzione disciplinare, sarebbe dunque in ogni caso illegittimo; la legge richiede che a fondare il trasferimento di sede del dipendente vi siano motivi tecnici ed organizzativi e non motivi disciplinari. In questi casi, il dipendente può dunque impugnare il trasferimento, denunciandone la natura disciplinare, chiedendo che venga annullato e che venga ripristinata la sede di lavoro pregressa.

  2. E’ possibile opporsi allo spostamento della sede lavorativa deciso dal proprio datore di lavoro? Io non vorrei cambiare città e cambiare così tutte le mie abitudini. Potete dirmi cosa posso fare???

    1. Molti contratti collettivi consentono al lavoratore trasferito di richiedere, entro un determinato termine dalla comunicazione del provvedimento, il riesame delle ragioni del trasferimento. Questo riesame potrebbe esserti utile, soprattutto se la richiesta viene formulata in modo corretto e specifico, magari con l’aiuto di un avvocato che esponga la questione in modo legale.Dopodiché, se il riesame dovesse essere rigettato, avresti sempre la possibilità di fare causa in tribunale, dimostrando l’insussistenza delle ragioni tecniche, o produttive, giustificatrici di quel provvedimento.Tra l’altro, essendo il rapporto di lavoro un contratto a prestazioni corrispettive (il lavoratore svolge un’attività per conto del datore in cambio di uno stipendio), nell’eventualità in cui il trasferimento fosse adottato in violazione di legge, il lavoratore potrebbe eccepire l’inadempimento datoriale e, quindi, rifiutarsi di obbedire. Ovviamente bisogna essere sicuri dell’illegittimità del trasferimento e valutare correttamente le circostanze concrete, magari con l’aiuto di un professionista.
      Rischi il licenziamento se rifiuti di trasferirti? La risposta secca è si. Se rifiuti la decisione legittima del tuo datore di lavoro di trasferirti presso altra sede operativa, allora potresti rischiare il provvedimento estremo del licenziamento. Diverso è il caso del rifiuto del lavoratore di assumere servizio presso altra sede in caso di trasferimento deciso in violazione di legge. Ne consegue che il trasferimento del lavoratore al di fuori di tali condizioni, integrando un inadempimento contrattuale da parte del datore di lavoro, è nullo e giustifica il rifiuto del dipendente di assumere servizio nella sede diversa cui sia stato destinato. È, inoltre, considerato illegittimo il licenziamento del lavoratore che rifiuta di prendere servizio presso la nuova sede lavorativa, se al momento del licenziamento è pendente un contenzioso sul trasferimento stesso, in quanto il rifiuto, in questo caso, non può essere considerato un inadempimento grave del lavoratore.

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