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Diritto all’oblio: Google obbligato a cancellare i link solo in Europa

24 Settembre 2019
Diritto all’oblio: Google obbligato a cancellare i link solo in Europa

L’obbligo per il motore di ricerca di deindicizzare i link e contenuti lesivi della reputazione perché ormai vecchi si limita ai soli domini europei e non a google.com.

Finalmente, il chiarimento della Corte di Giustizia Europa in merito all’estensione geografica del diritto all’oblio. Dopo che i giudici dell’Ue, nel 2014, avevano dichiarato Google responsabile per l’indicizzazione dei contenuti obsoleti e, pertanto, tenuto a cancellarli su richiesta dell’utente (causa C-131/12), ora la stessa Corte afferma un altro importante principio: l’obbligo del motore di ricerca si limita ai soli domini europei (quindi google.it, google.de, google.fr, google.es, google.uk, ecc.). Resta escluso, invece, google.com che è americano e per il quale la sentenza della Corte di Giustizia non ha efficacia.

Dunque, Google non deve garantire il diritto all’oblio a livello globale. Google non è tenuto a effettuare la deindicizzazione in tutte le versioni del suo motore di ricerca ma soltanto in quelle corrispondenti agli Stati membri dell’Unione europea. Deve tuttavia attuare misure che scoraggino gli utenti di Internet dall’avere accesso, a partire da uno degli Stati membri, ai link contenuti nelle versioni extra Ue.

Il che significa che l’utente potrà ancora trovare i link lesivi sulla sua reputazione online sui siti extra-Ue. Il colosso tecnologico dovrà rimuovere i collegamenti che rimandano a informazioni e contenuti lesivi su un certo utente, dopo aver ricevuto una richiesta appropriata, solo dai suoi risultati di ricerca in Europa e non altrove.

Cosa resta da fare all’interessato? Agire unicamente nei confronti del sito che ha pubblicato la notizia chiedendone la rimozione, la deindicizzazione o, infine, la cancellazione dei nomi con sostituzione di iniziali.

La sentenza deriva da una controversia tra Google e i regolatori della privacy francesi. Nel 2015, la Cnil (la Commission nationale de l’informatique et des liberté) aveva ordinato all’azienda di rimuovere dai risultati di ricerca a livello globale informazioni sensibili su un utente. L’anno seguente, il gruppo di Mountain View ha introdotto una funzione di blocco geografico che impedisce agli utenti delle versioni europee di Google di vedere i link eliminati. Ma non ha censurato i risultati per le persone in altre parti del mondo.

Alla società è stata così inflitta una multa di 100 mila euro per “violazione del diritto all’oblio” di un cittadino Ue, che Big G ha contestato ricorrendo in appello, con la motivazione che la decisione francese avrebbe potuto scontrarsi con le leggi di altri paesi e trasformarsi in censura totalitaria. Oggi, il parere favorevole dei giudici del tribunale europeo. La sentenza non potrà essere impugnata.

Leggeremo le motivazioni della decisione della Corte di Giustizia che, però, ha sicuramente un impatto rilevante sulla piena effettività del diritto all’oblio. “In un mondo strutturalmente interconnesso e in una realtà immateriale quale quella della rete, la barriera territoriale appare sempre più anacronistica”. Lo ha affermato Antonello Soro, garante Privacy commentando la sentenza Google della Corte di Giustizia Ue.

“A maggior ragione, acquista ulteriormente senso l’impegno delle Autorità europee di protezione dati per la garanzia universale di questo diritto, con la stessa forza su cui può contare in Europa. – ha aggiunto Soro – L’equilibrio tra diritto di informazione e dignità personale, raggiunto in Europa anche grazie alla disciplina dell’oblio, dovrebbe rappresentare un modello a livello globale”.

La Corte ricorda che, nei limiti in cui l’attività di un motore di ricerca può incidere, in modo significativo e in aggiunta all’attività degli editori di siti Internet, sui diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, il gestore deve garantire il rispetto delle prescrizioni del diritto dell’Unione. Per cui il gestore di un motore di ricerca, quando riceve una richiesta di deindicizzazione riguardante un link verso una pagina Internet nella quale sono pubblicati dati sensibili, deve – sulla base di tutte le circostanze pertinenti della fattispecie e tenuto conto della gravità dell’ingerenza nei diritti fondamentali della persona interessata al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali – verificare se l’inserimento di detto link nell’elenco dei risultati, visualizzato in esito a una ricerca effettuata a partire dal nome della persona in questione, si riveli strettamente necessario per proteggere la libertà di informazione degli utenti di Internet potenzialmente interessati ad avere accesso a tale pagina Internet mediante una ricerca siffatta.

Inoltre per quanto riguarda pagine Internet contenenti dati relativi a un procedimento penale a carico di una persona specifica, che si riferiscono a una fase precedente di tale procedimento e non corrispondono più alla situazione attuale, incombe al gestore del motore di ricerca valutare se detta persona abbia diritto a che le informazioni di cui trattasi non siano più, allo stato attuale, collegate al suo nome mediante un elenco dei risultati, visualizzato in esito a una ricerca effettuata a partire da tale nome. Per valutare tale diritto, il gestore del motore di ricerca deve tener conto di tutte le circostanze del caso di specie, quali, in particolare, la natura e la gravità dell’infrazione di cui trattasi, lo svolgimento e l’esito di tale procedura, il tempo trascorso, il ruolo rivestito da tale persona nella vita pubblica e il suo comportamento in passato, l’interesse del pubblico al momento della richiesta, il contenuto e la forma della pubblicazione nonché le ripercussioni della pubblicazione per tale persona.

Infine, quand’anche il gestore di un motore di ricerca dovesse constatare che la persona interessata non ha diritto alla deindicizzazione è in ogni caso tenuto a sistemare l’elenco dei risultati in modo tale che l’immagine globale che ne risulta per l’utente di Internet rifletta la situazione giudiziaria attuale, il che necessita, in particolare, che compaiano per primi, nel suddetto elenco, i link verso pagine Internet contenenti informazioni a tal proposito.



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