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Definizione agevolata con l’Agenzia Entrate e cartella Inps

25 Settembre 2019 | Autore:
Definizione agevolata con l’Agenzia Entrate e cartella Inps

La pace fiscale fatta con l’Agenzia Entrate non basta a far cadere l’accertamento dei contributi Inps: per impugnare la cartella servono elementi ulteriori.

Quando arriva un accertamento dell’Agenzia delle Entrate molti pensano che “chiudendo la partita” con la definizione agevolata la questione sia risolta. Non è così quando sono compresi i contributi previdenziali Inps. Essi sono recuperati dall’Ente previdenziale con un separato avviso di addebito, che ha valore corrispondente a una cartella di pagamento e mantiene vita propria.

In estrema sintesi, l’Agenzia delle Entrate accerta un maggior reddito imponibile, dal quale scaturisce anche un maggior importo di contributi dovuti e che non erano stati versati. L’ammontare dei contributi è infatti parametrato al reddito, che può essere anche il reddito di partecipazione in una società di persone, come una Snc.

Al termine delle attività di controllo e di verifica, l’Agenzia delle Entrate emette il proprio avviso di accertamento, l’atto impositivo con il quale recupera le proprie imposte ed applica le sanzioni; contestualmente trasmette le informazioni raccolte all’Inps, che effettua i conteggi di sua competenza ed emette un avviso di addebito mediante il quale richiedere al contribuente di pagare i maggiori contributi previdenziali spettanti.

Il contribuente avrà, dunque, due atti distinti: prima l’avviso di accertamento dell’Agenzia e poi l’avviso di addebito dell’Inps. Il primo, in presenza di determinate condizioni, può essere definito in via agevolata, ma il secondo non cade automaticamente per il solo fatto che è intervenuta la definizione fiscale.

Questo principio è stato affermato da una recentissima sentenza della Cassazione [1] che ha deciso il caso di un contribuente il quale lamentava di aver definito l’intera vicenda, pagando la somma forfettaria stabilita, mentre l’Inps continuava a pretendere il credito contributivo che era scaturito dall’iniziale accertamento.

La Corte ha dato torto al contribuente perché, in estrema sintesi, si era limitato a dedurre la circostanza dell’avvenuta definizione fiscale senza però “smontare” l’addebito contributivo con altri elementi, che sarebbero stati necessari.

Vediamo, dunque, meglio cosa è successo nella vicenda di specie e, alla luce dei principi forniti dalla Cassazione, quali sono i casi in cui la definizione agevolata con l’Agenzia delle Entrate è in grado di assorbire anche le pretese contributive dell’Inps oppure quando essa permane e così dovrà essere impugnata autonomamente o pagata separatamente.

Gli accertamenti unificati Agenzia Entrate ed Inps

Da molti anni, è in vigore il sistema degli “accertamenti unificati” [2] : si tratta di accertamenti globali che riguardano le imposte dirette, l’Iva, l’Irap ed anche i contributi previdenziali e assistenziali. L’Agenzia delle Entrate, dopo aver emanato il proprio avviso di accertamento, deve trasmettere le informazioni raccolte all’Inps, il quale procede, conseguentemente, sulla base dei dati ricevuti, al recupero di tali crediti.

Questi accertamenti unificati hanno quindi una doppia dimensione: fiscale e previdenziale. Non si limitano, cioè, ad evidenziare solo i debiti tributari ma arrivano a considerare anche quelli previdenziali.

Gli accertamenti fiscali valgono anche per i contributi Inps

I contribuenti coinvolti sono ovviamente quelli che soggiacciono anche agli obblighi contributivi, come i commercianti, gli artigiani ed i professionisti. In questi casi infatti può verificarsi, e si verifica spesso, che l’Agenzia Entrate constati il superamento dei minimali contributivi. Se invece il maggior reddito imponibile accertato si fermasse sotto la soglia dei minimali, non sorgerebbe alcun ulteriore debito previdenziale (il contribuente infatti avrebbe già pagato il dovuto sul reddito figurativo minimo).

Quindi in moltissimi casi l’Agenzia delle Entrate emette un avviso di accertamento con maggiori importi ai fini fiscali che hanno i loro riflessi anche sul rapporto previdenziale: saranno dovuti i maggiori contributi stabiliti in base ai maggiori redditi emersi. La legge [3], infatti, prevede espressamente che l’ammontare dei contributi è stabilita in base ai redditi imponibili.

Riscossione dei contributi Inps e ricorso del contribuente

A questo punto, il recupero del maggior contributo accertato, con applicazione delle sanzioni previste e degli interessi, viene disposto sulla base di un successivo atto emesso dall’Inps, chiamato avviso di addebito. Questo atto ha lo stesso valore di una cartella esattoriale perché viene notificato nelle stesse forme (con raccomandata o con Pec) è soprattutto è esecutivo: se non viene pagato entro i termini previsti (60 giorni dalla notifica) viene consegnato all’Agente della riscossione, che procederà al recupero coattivo delle somme.

In questo modo succede che gli Uffici previdenziali recepiscono i risultati dell’accertamento già “confezionato” dall’Agenzia delle Entrate: emettono direttamente il loro atto, l’avviso di addebito Inps, senza svolgere altre attività (oltre quella del calcolo dei contributi dovuti, delle correlative sanzioni e degli interessi applicati) e quindi senza confrontarsi con il contribuente attraverso contraddittorio.

Così le somme vengono iscritte a ruolo [4] e portate a riscossione. Il contribuente può difendersi impugnando l’atto entro 40 giorni dalla data della notifica presentando ricorso al giudice del lavoro (non alla commissione tributaria).

È proprio quel che aveva fatto il contribuente nel caso deciso ora dalla Cassazione con la sentenza dalla quale siamo partiti. Vediamo allora perché il suo ricorso è stato respinto.

Quando la cartella Inps basata sull’accertamento fiscale è valida

Il contribuente aveva definito la lite fiscale attraverso la definizione agevolata [5] ed aveva pagato l’intero importo stabilito. Nel giudizio instaurato contro l’Inps – che aveva portato a recupero le proprie somme – si era difeso sostenendo che questa definizione non comportava affatto il riconoscimento della somma da pagare per i contributi previdenziali, i quali non potevano considerarsi accertati. L’accordo realizzato tra contribuente e Fisco avrebbe cioè precluso l’accertamento di quel maggior reddito imponibile sul quale era stata parametrata la richiesta di pagamento di maggiori contributi previdenziali.

La Cassazione ha, però, rigettato questa impostazione, ritenendo che «la definizione ha ad oggetto esclusivamente le liti fiscali» e non quelle relative al contenzioso previdenziale ed assistenziale che sono regolate da una separata norma [6]; a questa specifica definizione il contribuente, però, non aveva aderito.

La definizione agevolata fiscale non copre i contributi previdenziali

Per gli Ermellini le due distinte disposizioni non possono essere “saldate” tra loro «al punto di ritenere che la definizione concordata del giudizio tributario estenda gli effetti sulla rideterminazione totale o parziale del presupposto impositivo accertato dall’Agenzia ai fini extrafiscali, quali i contributi previdenziali calcolati a percentuale sul reddito».

Quindi – prosegue la Cassazione – «La definizione concordata non incide in alcun modo sul contenuto dell’atto di accertamento dell’Agenzia e non importa definitività, propriamente detta, dell’accertamento compiuto dall’Agenzia, la cui efficacia, ai fini extrafiscali del calcolo dei contributi Inps a percentuale sul maggiore reddito, rimane impregiudicata».

In altre parole, i maggiori redditi accertati dal Fisco possono essere presi a base dall’Inps per la rettifica contributiva; non rileva a nulla il fatto che l’accertamento fiscale sia stato definito in via agevolata con l’Agenzia Entrate.

Quando l’accertamento contributivo cade

Il contribuente ha perso in Cassazione perché si è limitato ad eccepire il fatto di aver definito in via agevolata l’accertamento operato dall’Agenzia delle Entrate, ma si è trovato “scoperto” quando i giudici hanno stabilito che gli elementi mantenevano validità per la ricostruzione dei contributi dovuti.

Avrebbe dovuto, cioè, indicare specifici elementi di prova per dimostrare che il maggior reddito imponibile accertato era insussistente ed in tal caso avrebbe ottenuto ragione, perché si sarebbe constatato che i maggiori contributi calcolati erroneamente su quel presunto reddito non erano dovuti.

La definizione agevolata non basta: il contribuente deve smontare l’accertamento con altri mezzi di prova

È stata la stessa Corte di Cassazione, nella sentenza qui in commento, a indicare la via d’uscita: gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate hanno una valenza presuntiva e sono validi quando le presunzioni, pur semplici, sono «gravi, precise e concordanti». Il giudice deve valutare sui due piatti della bilancia da un lato questi «elementi presuntivi forniti dall’Amministrazione» finanziaria e  stabilire se abbiano questi caratteri di significatività indiziaria, e dall’altro lato prendere in esame tutte le prove contrarie che il contribuente può offrire (e deve farlo, se vuole ottenere che l’atto impositivo sia annullato).

Dice espressamente la Cassazione: «In definitiva, dalla portata presuntiva dell’accertamento tributario si desume la necessità che lo stesso venga in qualche modo resistito dal contribuente che intenda, invece, evitare il consolidamento dell’accertamento stesso e ciò può avvenire con qualsiasi mezzo. In mancanza di tale resistenza di segno negativo offerta dall’obbligato, evidentemente l’atto di accertamento dovrà ritenersi idoneo a rendere definitivo l’avveramento del fatto nello stesso contenuto».

La conclusione degli Ermellini è chiara e inevitabile: «Pertanto, una volta che l’Inps abbia invocato tale accertamento, del quale a quanto detto va aggiunto che, diversamente dai verbali ispettivi (frutto ed espressione di attività investigativa), costituisce applicazione di parametri matematici volti a verificare l’esistenza di redditi ulteriori, esso può essere sufficiente a suffragare la pretesa contributiva ove non resistita da prove di segno contrario».

Dunque, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate basta a fondare anche la pretesa contributiva se il ricorrente non contesta i criteri di calcolo o gli altri elementi dell’atto in base ai quali gli era stato attribuito un reddito maggiore rispetto a quello dichiarato. L’aver aderito alla definizione agevolata invece non basta.

C’è da dire, infine, che il caso deciso dalla Cassazione riguardava solo la definizione agevolata delle liti fiscali: quando invece si tratta di altri tipi di definizione degli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate, essi coprono anche gli aspetti contributivi e previdenziali.

Tuttavia – ricorda la stessa pronuncia qui in commento – deve essere il legislatore a stabilire espressamente queste ipotesi. È il caso, ad esempio, della mediazione tributaria [7], obbligatoria per tutte le cause tributarie di valore fino a 50mila euro), e dell’ accertamento con adesione che, infatti, per espressa previsione normativa [8] rileva per i contributi previdenziali ed assistenziali, la cui base imponibile è riconducibile a quella delle imposte sui redditi.


note

[1] Cass. sent. n.23301 del 18 settembre 2019.

[2] D.Lgs. n. 241 e n. 462 del 1997 emanati  su delega di cui all’art. 3, lettera b), comma 134, Legge 23 dicembre 1996, n. 662, “unificazione dei criteri di determinazione delle basi imponibili fiscali e di queste con quelle contributive e delle relative procedure di liquidazione, riscossione, accertamento e contenzioso”.

[3] Art. 10, comma 1, D. Lgs. n. 241/97: “I soggetti iscritti all’Inps per i propri contributi previdenziali…devono determinare l’ammontare dei contributi e dei premi dovuti nella dichiarazione dei redditi. La determinazione del contributo dovuto deve essere effettuata sulla base degli imponibili stabiliti con riferimento ai redditi…dichiarati per l’anno al quale il contributo si riferisce…”

[4] Art. 24 del D.Lgs. n. 46/99 del 26 febbraio 1999.

[5] Art. 39, comma 12, del D.L. n.98/2011 del 6 luglio 2011, convertito, con modificazioni, in Legge n.111 del 15 luglio 2011.

[6] Art. 38 del medesimo D.L. n. 98/2011 del 6 luglio 2011, intitolato “Disposizioni in materia di contenzioso previdenziale e assistenziale“.

[7] Art. 17 bis del D.Lgs. n. 546/1992.

[8] Art. 2, comma 3, D.Lgs. n. 218/1997.


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