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Mancata emissione o registrazione fattura: cosa si rischia

26 Settembre 2019
Mancata emissione o registrazione fattura: cosa si rischia

Documenti fiscali: occultamento, distruzione e omessa emissione. Cosa rischia chi non chiede la fattura per un acquisto? 

Non si sceglie se emettere o meno la fattura. Si tratta di un’operazione obbligatoria (salvo per alcune attività per le quali la legge prevede l’esenzione). Il Testo Unico delle imposte sui redditi [1] stabilisce, infatti, che «per ciascuna operazione imponibile il soggetto che effettua la cessione del bene o la prestazione del servizio emette fattura, anche sotto forma di nota, conto, parcella e simili, o, ferma restando la sua responsabilità, assicura che la stessa sia emessa, per suo conto, dal cessionario o dal committente ovvero da un terzo».

Nei confronti dei soggetti diversi dai privati, la fattura va emessa in formato elettronico. La fattura elettronica, obbligatoria dal 1° gennaio 2019, ha lo scopo di contrastare l’evasione di chi, in passato, pur emettendo il documento fiscale, non lo registrava, limitandosi a consegnarne la copia al cliente. In quei casi, il contribuente poteva essere scoperto solo mediante un controllo incrociato. Invece, oggi, per inviare la fattura elettronica al cliente bisogna comunicarla contestualmente all’Agenzia delle Entrate tramite il sistema SDi in formato XML: un’unica operazione che elimina in radice l’eventualità che il documento non venga registrato.

Ma cosa si rischia in caso di mancata emissione o registrazione della fattura? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Mancata emissione della fattura

L’emissione della fattura è un obbligo che compete unicamente in capo ai titolari di partita Iva. La fattura va emessa al momento dell’operazione imponibile anche se è consentito provvedere con un ritardo massimo di 10 giorni.

Nel caso di fattura elettronica, l’emittente non può addebitare costi aggiuntivi al cliente per la creazione del documento informatico essendo questo un suo preciso obbligo.

Vediamo ora cosa rischia chi non emette la fattura. In generale, chi non emette la fattura rischia una sanzione che va dal 90% al 180% dell’imponibile che si sarebbe altrimenti pagato se la fattura fosse stata regolarmente emessa [2].

Se le violazioni consistono nella mancata emissione di ricevute fiscali, scontrini fiscali o documenti di trasporto o nell’emissione di tali documenti per importi inferiori a quelli reali, la sanzione è in ogni caso pari al cento per cento dell’imposta corrispondente all’importo non documentato.

Nel caso, invece, di operazioni non imponibili IVA o esenti la sanzione scende: essa va dal 5% al 10% dei corrispettivi omessi o non totalmente registrati, con un minimo di 516 euro.

Mancata richiesta della fattura

Le sanzioni scattano anche per chi acquista beni o servizi senza richiedere la fattura, ma solo se si tratta di un imprenditore, un artigiano o un professionista. Per questi, infatti, è prevista una sanzione amministrativa pari al 100% dell’imposta (con un minimo di 250 euro). È, quindi, da ritenere che il privato, che abbia accettato una vendita o un servizio senza fattura, non subisca alcuna sanzione.

L’acquirente può evitare tale sanzione se regolarizza l’operazione presentando una denuncia all’Agenzia delle Entrate (cosiddetta autofattura). Deve farlo entro il 30° giorno successivo alla scadenza del quarto mese dalla data dell’operazione. In tal contesto dovrà versare l’imposta dovuta al fisco. Nel caso, invece, in cui l’acquirente abbia ricevuto una fattura irregolare (ad esempio con un imponibile inferiore a quello effettivo) dovrà comunicare all’ufficio delle imposte entro il 30° giorno successivo a quello di registrazione della fattura, un documento integrativo recante le effettive indicazioni della fattura, previo versamento della maggiore imposta dovuta.

Mancata registrazione della fattura 

Emettere una fattura senza però registrarla costituisce un reato. Lo ha sancito di recente la Corte di Cassazione [3]. La legge, infatti, stabilisce [4] che, salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari. La norma non prevede soglie di punibilità: pertanto, l’illecito penale scatta anche in presenza di una fattura di importo basso.

Ma come fa il Fisco ad accorgersi dell’omessa registrazione di una fattura? Tramite i controlli incrociati. Poiché, infatti, la fattura deve essere emessa in duplice esemplare, il rinvenimento di uno di essi presso l’acquirente-destinatario dell’atto può far desumere che il mancato rinvenimento dell’altra copia presso l’emittente sia conseguenza della sua distruzione o del suo occultamento. Infatti, la conservazione delle fatture, come noto, è imposta dalla legge [5]. È dunque logico – sostiene la Cassazione – desumere, dal rinvenimento di una fattura presso un terzo, il fatto che di quel documento esista fisicamente una copia presso chi l’ha emessa. Di converso, in caso di mancato rinvenimento di detta copia, l’ufficio delle imposte può ritenere che vi sia stata distruzione oppure occultamento.

Fatture false

Discorso diverso vale per le cosiddette fatture false, quelle cioè emesse senza che, alla base del documento fiscale, vi sia un’operazione effettiva. Lo scopo è quello di agevolare il ricevente che – tramite la registrazione di una spesa (seppur mai sostenuta) – può usufruire di crediti di imposta, detrazioni, deduzioni o finanziamenti.

Anche in questo caso, siamo in presenza di un reato che scatta a prescindere dall’importo della fattura, senza quindi limiti minimi. La pena è quella della reclusione da 1 anno a 6 mesi a 6 anni.


note

[1] Art. 21 Dpr n. 633/1972, Testo Unico Imposte sui Redditi (TUIR).

[2] Art. 6 D.lgs. n. 471 del 18.12.1997: Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi, a norma dell’articolo 3, comma 133, lettera q), della legge 23 dicembre 1996, n. 662.

[3] Cass. sent. n. 39322/2019 del 25.09.2019.

[4] Art. 10 dlgs. n. 74/2000.

[5] Artt. 39, comma terzo, dpr n. 633 del 1972, e 22.


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