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Disparità di trattamento alunni

27 Ottobre 2019 | Autore: DAVIDE LUCIANI
Disparità di trattamento alunni

L’Italia è ancora indietro sul tema della discriminazione degli alunni: vediamo quali sono le ultime sentenze in merito.

Le scuole, negli ultimi anni, sono al centro del ciclone. Tra i motivi di polemica vi è la disparità di trattamento tra alunni. Non essendoci nessuna legge che regoli la questione, spesso questo tema finisce in tribunale. Vi sono state diverse sentenze che hanno cercato di porre dei paletti in merito a tale questione. Non sempre ci sono riuscite, anzi, in certi casi giudici diversi hanno deliberato in maniera opposta, accentuando la confusione. In questa guida proveremo a spiegare qual è il quadro normativo che regola tale tema. Affronteremo diversi argomenti, dall’inclusione dei bambini stranieri o disabili, alla gestione dei pasti nelle mense scolastiche. Ritengo opportuno, però, fare prima chiarezza su cosa si intenda quando si parla di discriminazione e disparità.

La prima domanda che ci si deve porre quando si affronta questa tematica è: rispetto a cosa Tizio è trattato meglio o peggio di Caio? Definire la discriminazione in base ad un confronto tra diversi alunni sarebbe sbagliato. Come lo sarebbe in qualunque altro ambito. Ciò che deve essere usato come metro di giudizio è il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione [1] e da quelle di tutti i Paesi democratici. Due sono i concetti cui fare riferimento. Vi è, infatti, l’uguaglianza formale e quella sostanziale. Con il primo termine ci si riferisce alla parità di fronte alla legge. Non sono permessi trattamenti discriminatori che ledano la dignità sociale delle persone e che non dipendano dalle loro singole qualità. L’uguaglianza sostanziale è, invece, riferita alla parità di trattamento che lo Stato deve garantire dal punto di vista politico, sociale ed economico.

Ora che è chiara la materia di cui ci occuperemo, vediamo di entrare più nel dettaglio.

La disparità nelle scuole

L’associazione «Sottosopra», il movimento giovanile di «Save the Children», ha condotto un recente sondaggio su 2.000 studenti di scuole secondarie di secondo grado in tutta Italia. Il 61% degli intervistati ha dichiarato di essere vittima di discriminazione. Secondo l’80% di loro, quattro sono le principali cause di disparità negli istituti scolastici: l’omosessualità, l’appartenenza alla comunità rom, l’obesità o il diverso colore della pelle. Il 70% ritiene che anche l’essere islamici, poveri o disabili crei frizioni con compagni e insegnanti.

Come si manifesta la discriminazione? I modi sono diversi: dall’emarginazione dal gruppo, ai pettegolezzi infondati, fino alla derisione, ai furti di oggetti personali e al pestaggio. Esistono, però, disparità anche più pesanti che vengono compiute dalle stesse istituzioni scolastiche. Vediamo di scoprirle insieme.

Cos’è la disparità nelle mense

Ha fatto molto scalpore una sentenza della Cassazione [2] riguardo i pranzi nelle scuole. La Suprema Corte ha infatti vietato ai ragazzi che fanno il tempo continuato di portare da casa il pasto. Ciò che ha sconcertato è la motivazione. Per i giudici, infatti, non esiste un diritto di autorefezione individuale nelle mense scolastiche. Detto in altri termini, chi fa il tempo pieno e mangia a scuola deve consumare il cibo previsto da quest’ultima. Diversamente, i genitori possono riprendere il bambino, farlo mangiare a casa e poi riportarlo dopo pranzo. La sentenza è andata in palese contrasto rispetto a quanto affermato dalla Corte d’Appello di Torino che aveva giudicato legittimo portarsi il cibo da casa. L’unica condizione posta, in quel caso, era che il pasto andasse consumato fuori dalla mensa.

Quanto stabilito dalla Cassazione è condiviso dal Miur che afferma come il momento della mensa non va considerato all’interno dell’obbligo di frequenza scolastico, ma come una libera scelta da parte del genitore. Ciò significa che è l’amministrazione scolastica a decidere le modalità di fruizione di tale servizio e non la legge sull’istruzione. Di fatto, però, la sentenza crea un precedente di disparità tra alunni.

Spieghiamolo con un esempio.

Un bambino ha due genitori entrambi lavoratori che hanno scelto di iscriverlo al tempo pieno perché non tornano a casa a pranzo e non hanno nessuno che possa badare a lui. Il loro figlio, però, ha un’allergia al frumento che gli consente di mangiare solo cibi selezionati. Come ci si deve comportare in tal caso? A riguardo, esistono solo delle regole di comportamento generali per evitare di commettere errori nella somministrazione del cibo. Possono i genitori avere la certezza che le loro indicazioni siano rispettate? E se ci fosse una distrazione? È evidente che si sentirebbero molto più sicuri se fossero loro a preparare il pasto. Insomma: il rischio che vi sia della discriminazione per un bambino con una patologia alimentare sembra palese.

I giudici, invece, affermano l’esatto opposto. Per loro, portarsi da mangiare da casa configura una violazione dei principi di uguaglianza su base economica. Tale atto, infatti, farebbe apparire il bambino poco integrato nei confronti di quei compagni i cui genitori possono permettersi di pagare il refettorio.

Cos’è la disparità per bambini disabili

Un’altra materia di discussione sulla disparità tra alunni è quella relativa all’insegnamento per i bambini disabili. Su quest’ultimo tema fa giurisprudenza una sentenza emessa dal tribunale di Milano [3]. La materia sotto esame riguardava il ricorso dei genitori di un bambino disabile che frequentava la scuola dell’infanzia in un istituto del territorio milanese. I ricorrenti accusavano l’istituto di aver negato al figlio l’adeguato sostegno alla didattica e all’assistenza educativa.

I giudici hanno dato ragione agli accusatori stabilendo l’attribuzione della liquidazione di un importo a titolo di risarcimento danno non patrimoniale a loro favore. Ciò che ha fatto scalpore è che mancavano prove di concreta sofferenza da parte del bimbo. Fino ad allora gli altri pronunciamenti, pur riconoscendo i danni esistenziali, non andavano oltre per la mancanza di prove fornite dall’istante.

Cosa è cambiato? I giudici hanno ravvisato che la mancata o anche la fruizione parziale dell’offerta scolastica, costituisce una lesione certa del diritto fondamentale all’istruzione oltre che una condizione di disparità nei confronti degli alunni normodotati. Proprio quest’ultimo punto ha portato a strappare ai giudici del capoluogo lombardo, la competenza amministrativa rispetto al tribunale competente. La pari dignità, infatti, è un principio costituzionale e come tale va protestata davanti all’autorità giudiziaria ordinaria.

La sentenza, quindi, afferma in maniera chiara che a qualunque bambino affetto da disabilità deve essere garantito dall’istituto scolastico il diritto allo studio in maniera totale.

Cos’è la legge antidiscriminazione

Nel 2006, è stata emanata una legge che ha lo scopo di evitare discriminazioni [4] di qualunque genere nei confronti dei disabili. La norma distingue tra discriminazione diretta e indiretta. Con il primo termine ci si riferisce alla situazione in cui un disabile è trattato in modo meno favorevole rispetto ad un normodotato in situazione analoga.

La discriminazione indiretta, invece, avviene quando vi è una qualunque disposizione, prassi o comportamento apparentemente neutro che mette una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto alle altre.

La legge considera anche la molestia come un atto discriminatorio. Quest’ultima è da intendersi come quel comportamento capace di creare disagio o umiliazione alla persona affetta da disabilità. Tale norma dà potere a tutti gli affetti da disabilità, quindi, anche agli alunni che vengono discriminati a scuola.

Cos’è la disparità di trattamento verso gli alunni stranieri

Un altro grave problema scolastico è la discriminazione verso gli studenti stranieri. Su questa tematica ha fatto giurisprudenza la sentenza del tribunale di Milano [5]. Il ricorso era stato presentato dall’ «Associazione studi giuridici sull’immigrazione» e dal «Naga» contro la decisione da parte di una scuola di Lodi di tenere fuori dalla mensa gli alunni stranieri. Il motivo era la mancata sottoscrizione di alcuni certificati non richiesti agli studenti italiani e voluti dal sindaco leghista della città lombarda.

La sentenza ha condannato il Comune ad un risarcimento pecuniario. Il giudice si è rifatto alla Costituzione che assegna pari dignità sociale e uguaglianza agli stranieri. Nella circostanza è stata, quindi, riconosciuta la condotta discriminatoria del comune di Lodi. Il magistrato ha quindi ordinato di modificare il regolamento che vietava l’accesso alle agevolazioni sociali anche ai cittadini non appartenenti all’Unione europea.

La questione della disparità degli studenti stranieri è ancora più marcata se si considera l’insegnamento della lingua italiana. Nell’ultima Giornata Mondiale dell’Unesco, è stato sottolineato come in Italia, gli studenti stranieri hanno percentuali di successo scolastico più basse rispetto a quelli italiani. Il motivo principale è la difficoltà di apprendimento della lingua. Gli ultimi dati a disposizione mostrano che il 42% di studenti quindicenni immigrati di prima generazione non riesce a leggere correttamente testi in lingua italiana.

Ciò significa che qualcosa nel sistema scolastico va rivisto. Per migliorare questi dati è necessario aumentare l’integrazione nelle classi, fornire supporto linguistico agli alunni stranieri, coinvolgere le famiglie degli alunni immigrati e impiegare i mediatori culturali.

Cos’è la discriminazione nell’istruzione

In materia di istruzione scolastica, è interessante la sentenza pronunciata dal Tar del Lazio [6]. I ricorrenti erano i genitori di un bambino che era stato bocciato. Veniva contestato alla scuola una disparità di trattamento rispetto agli altri alunni. Secondo l’accusa la scuola non aveva dato comunicazione del rendimento del minore e non si era adoperata per il recupero delle insufficienze durante l’anno scolastico.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso affermando che le numerose insufficienze dell’alunno erano da sole idonee a giustificare la mancata ammissione alla classe successiva. La tesi della disparità, dunque, non sussisteva. Inoltre, il Tar ha confermato un consolidato orientamento giurisprudenziale. Questo afferma che la scuola non ha l’obbligo di attivarsi per informare del cattivo rendimento dello studente i genitori, né per promuovere attività di recupero. Della bocciatura è unicamente responsabile il ragazzo poiché questa si basa su due fattori oggettivi: la sua insufficiente preparazione e il basso grado di maturazione personale.

La sentenza ha, dunque, «smarcato» la scuola dal ruolo di tutore dello studente, affermando che il rendimento scolastico, ad un certo punto, dipende unicamente dalla sua responsabilità.

Come hai avuto modo di constatare, la disparità di trattamento tra alunni è un tema ancora in divenire. Molta strada deve essere ancora fatta da questo punto di vista per arrivare ad una effettiva inclusione sociale.



Di DAVIDE LUCIANI

note

[1] Art. 2 e 3 Cost.

[2] Cass. Sez. Un. 20504/2019.

[3] Trib. Milano sez. I del 4.07.2017.

[4] L. 67/2006.

[5] Trib. Milano R.G. 20954/2018.

[6] Cass. sent. n. 03947/2019.


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