Infezioni in ospedale: una carneficina

27 Settembre 2019
Infezioni in ospedale: una carneficina

Muoiono più persone a causa di infezioni contratte nelle sale operatorie o nei reparti ospedalieri che sulle strade per incidenti.

La notizia – come viene battuta stamattina da Adnkronos Salute – è di quelle allarmanti: fanno più morti le infezioni che si contraggono negli ospedali che gli incidenti stradali.

“Partiamo da un dato, impressionante nella sua portata: tra il 15 e il 30% delle infezioni del sito chirurgico che si manifestano a livello europeo si potrebbero prevenire. Mettendo a confronto questi dati con quelli della mortalità stradale, si scopre che i decessi causati da infezioni ospedaliere sono maggiormente impattanti rispetto ai primi”. Parola di Riccardo Riccardi, vicepresidente con delega alla Salute del Friuli Venezia Giulia, prima regione a ospitare il ‘Progetto Icarete’ sul fenomeno delle infezioni contratte in corsia – fino a 700 mila casi ogni anno in Italia – che spesso si incrocia con l’emergenza dei batteri resistenti agli antibiotici, responsabili di circa 10 mila decessi l’anno solo nel nostro Paese dove i programmi di sorveglianza e controllo risultano a macchia di leopardo.

Icarete – iniziativa, organizzata con il contributo non condizionante di Menarini – prevede 12 incontri regionali per mettere a confronto i massimi esperti in tema di infezioni resistenti, indicate dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come potenziale prima causa di morte nel 2050, con un focus sulle Ica, le infezioni correlate all’assistenza, che possono essere acquisite durante il ricovero o in altri contesti sanitari. “Le Ica continuano a crescere in quasi tutti i Paesi europei, con un incremento medio annuo del 5%”, ricordano i promotori del progetto. “In Italia si contano tra 450-700 mila infezioni in pazienti ricoverati in ospedale, con un risultato che è fra i peggiori d’Europa”. Mentre in Fvg le Ica si verificano con “una frequenza inferiore rispetto alla media nazionale”.

Per Riccardi “la soluzione sta nella prevenzione, nell’applicazione dei rigidi protocolli di prevenzione che sono conosciuti da chi opera in sanità. O meglio – precisa – la soluzione sta nella condivisione di un contesto culturale che deve essere fatto proprio da chi opera nel sistema salute, facendolo diventare punto di riferimento per la propria attività quotidiana”.

“Le Ica costituiscono un problema di salute pubblica certamente attuale, interessando mediamente l’8% dei pazienti sottoposti a cure mediche in Europa occidentale – sottolinea Roberto Luzzati, direttore di Malattie infettive e Dipartimento ad attività integrata di Ematologia, oncologia e infettivologia dell’azienda ospedaliero-universitaria di Trieste – Il fenomeno parallelo della resistenza batterica agli antibiotici colpisce principalmente i Paesi del bacino del Mediterraneo e soprattutto l’Italia. I dati relativi alla regione Friuli-Venezia Giulia riportano una prevalenza di Ica nosocomiali pari al 5,7%, in particolare polmoniti e sepsi, con un impiego di antibiotici nel 37,4% dei pazienti ricoverati”.

Una corretta aderenza alle norme igieniche preventive stabilite dall’Oms, e un uso più appropriato degli antibiotici sia ad uso umano che veterinario, sono fra le raccomandazioni ribadite dagli esperti.

Inoltre, ricordano, nel breve termine le istituzioni stanno cercando di agevolare le attività di ricerca di nuovi antibiotici, creando anche partnership pubblico/privato. “Molto infatti potrebbe essere fatto con le nuove terapie antibiotiche, rendendole disponibili ai pazienti sia a livello Nazionale che regionale-locale, secondo le indicazioni appropriate”. Per Paolo Schincariol, responsabile Struttura complessa di Assistenza farmaceutica dellAzienda sanitaria universitaria integrata di Trieste, “l’iter di approvazione attuale dell’ente europeo per i farmaci è già sufficientemente rapido per gli antibiotici. Al medico utilizzatore spetta posizionare nel modo corretto e appropriato il nuovo antibiotico da utilizzare, evitando così l’aumento delle resistenze batteriche”.

“Da quando il problema dei super batteri resistenti alle terapie disponibili è emerso nella sua estrema gravità – commenta Claudio Zanon, direttore scientifico di Motore Sanità – la ricerca farmaceutica ha ripreso vigore e progressivamente sta mettendo a disposizione nuovi e più efficaci antibiotici: è auspicabile che si apra un dialogo fra aziende produttrici e agenzie regolatorie nazionali e regionali, per stabilire nuovi percorsi dedicati che consentano un accesso facilitato e rapido di questi nuovi fondamentali strumenti per la cura dei nostri pazienti, in linea con le azioni intraprese dalla Food and Drug Administration americana”.



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1 Commento

  1. Nel caso che riguardava la mia famiglia, è stata riconosciuta la colpa grave del pediatra che, pur in presenza di sintomi manifesti che avrebbero dovuto indurlo ad un approccio diverso e, quindi, sia all’immediata visita domiciliare, sia al pronto indirizzamento del paziente in ambito ospedaliero, si è limitato a prescrivere la somministrazione di farmaci, procrastinando al pomeriggio del giorno successivo la visita domiciliare del paziente, durante la quale ha sottovalutato le condizioni di salute dello stesso, successivamente deceduto per infezione respiratoria.

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