Diritto e Fisco | Articoli

Diniego porto d’armi per parenti: è legittimo

29 Settembre 2019
Diniego porto d’armi per parenti: è legittimo

Revoca o rigetto del porto d’armi a causa di familiari o altre frequentazioni: si può fare ricorso?

Hai presentato una richiesta di porto d’armi, ma ti è stata respinta. La motivazione della Questura ti ha lasciato spiazzato: hai qualcuno in famiglia “poco affidabile” e, proprio per colpa sua, neanche tu puoi avere la licenza per uso venatorio. Ti sembra un’assurdità pagare per una colpa non tua. Tuttavia, prima di presentare ricorso al Tar, chiedi un consiglio al tuo avvocato: è legittimo il diniego del porto d’armi per parenti? Se il tuo legale conosce la recente giurisprudenza formatasi sul punto – e, in particolare, una sentenza del Tar Piemonte dello scorso 29 settembre [1] – ti risponderà pressappoco nel seguente modo.

Si può negare il porto d’armi per i familiari?

In un caso tutt’altro che singolare, i giudici si sono trovati a dover giudicare il ricorso di una donna alla quale era stato negato il rilascio del porto d’armi. Questo perché suo padre era considerato un soggetto non «pienamente affidabile» essendo stato protagonista di diverse vicende penali. Lo stesso, peraltro, aveva più volte presentato svariate richieste di porto d’armi, tutte respinte. Il questore, dunque, aveva sospettato che la domanda della figlia fosse finalizzata a consentire al genitore di acquisire comunque armi e munizioni; perciò aveva ritenuto che il rilascio del porto d’armi alla donna potesse essere pregiudizievole per la sicurezza pubblica.

Secondo i giudici amministrativi, è legittimo negare il porto d’armi a causa di parenti, familiari e frequentazioni. Nella pronuncia in esame, vengono richiamati alcuni stabili principi del nostro ordinamento che danno all’autorità di pubblica sicurezza un’ampia discrezionalità nella valutazione dell’affidabilità della persona di fare buon uso delle armi. Nei suoi confronti, deve esistere una perfetta e completa sicurezza sul corretto utilizzo delle armi. Ciò si spiega per il fatto che essa persegue lo scopo di prevenire (per quanto possibile) l’abuso di armi da parte di soggetti non completamente affidabili.

A tal proposito, uno degli elementi che concorre alla suddetta valutazione di affidabilità è il contesto socio-familiare dell’istante, potendo il diniego giustificarsi per una situazione che non riguarda direttamente il titolare delle armi, ma un terzo verso cui sussistono fondate ragioni di sospetto.

I provvedimenti inibitori in materia di armi possono essere legittimamente applicati anche nei casi in cui, pur non potendosi imputare direttamente nulla al titolare delle armi, vi sia una situazione di fatto che rende le armi stesse liberamente accessibili ad un terzo (convivente o meno) nei cui confronti vi siano fondate ragioni di sospetto.

Nel caso di specie, secondo ilTar, il diniego della Questura si basava sul sospetto che la richiesta di rilascio del porto d’armi fosse stata avanzata dalla figlia per consentire al padre di eludere i precedenti dinieghi di rilascio dello stesso nei suoi confronti, per ottenere così la possibilità di acquistare comunque armi e munizioni mediante il titolo ottenuto dalla figlia.

Diniego porto d’armi per frequentazioni

Diverse sentenze hanno disposto il diniego del porto d’armi per le frequentazioni del richiedente. Secondo, ad esempio, il Tar di Palermo [2], ai fini del rilascio della licenza di porto d’armi devono essere considerate anche le frequentazioni del richiedente. Il giudizio di inaffidabilità circa l’uso delle armi può anche basarsi sulle ripetute frequentazioni del richiedente con soggetti pregiudicati, essendo comunque sempre necessario che sia effettuata una valutazione complessiva della personalità del soggetto.

Le controindicate frequentazioni rappresentano circostanze che possono giustificare un giudizio di non affidabilità del richiedente quanto ad un corretto uso delle armi; segnalato l’esito dei controlli effettuati, l’amministrazione non è neanche tenuta ad esplicitare concretamente le ragioni del pericolo di abuso discendente dalle predette circostanze [3].

Frequentare persone con procedimenti penali, così come rileva – in presenza dei relativi presupposti – in sede di emanazione di informative antimafia, ha anche un rilievo sulla valutazione dell’affidabilità del titolare di una licenza di porto d’armi, pur quando si tratti di una licenza di porto di fucile per uso caccia; infatti gli organi del ministero dell’Interno ben possono rilevare come tali frequentazioni – da parte del titolare della licenza – possano dare luogo al rischio che l’arma sia appresa dalle persone frequentate, e gravate da procedimenti penali, e sia impropriamente utilizzata [4].

Le frequentazioni di pregiudicati ben possono essere valutate dall’Amministrazione come ostative al rilascio o al rinnovo di una licenza di porto d’armi e, quindi, non è irragionevole il relativo diniego opposto, atteso che chi chiede il rilascio o il rinnovo di licenze di porto d’armi deve dare pieno affidamento sulla sua buona condotta e sull’improbabilità che faccia abuso dell’arma.

È, pertanto, irrilevante il fatto che le frequentazioni con pregiudicati non siano puntualmente indicate (perché comunque non è contestato che si siano verificate), e che il soggetto titolare della licenza abbia in passato dato prova del buon uso della stessa o che precedenti condanne riportate non sia state in passato considerate causa ostativa dall’autorità concedente [5].


note

[1] Tar Piemonte, sent. n. 993/19 del 24.09.2019.

[2] Tar Palermo, (Sicilia) sez. II, 02/05/2019, n.1210.

[3] Tar Reggio Calabria, sent. n. 535/2017.

[4] Consiglio di Stato sez. III, 26/10/2016, n.4488

[5] Tar Napoli, (Campania) sez. V, 02/09/2016, n.4154.

TAR Piemonte, sez. II, sentenza 18 – 24 settembre 2019, n. 993

Presidente Testori – Estensore Limongelli

Fatto e diritto

1. Con ricorso notificato il 6 febbraio 20-omissis- e ritualmente depositato, la sig.ra – omissis -, di anni – omissis -, ha impugnato il decreto del – omissis – novembre 2018 notificato il 20 novembre 2018 con cui il Questore della Provincia di – omissis – ha respinto la sua istanza di rilascio del porto di fucile per l’esercizio della caccia.

2. Il provvedimento si fonda su un’articolata motivazione, nella quale si mette in rilievo che il padre della richiedente:

– risulta “gravato da diverse vicende penali” (condanna nel – omissis -83 per i reati di – omissis -, con successiva riabilitazione nel 2003; non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nel 2001 per il reato di – omissis -, con assoluzione per altri capi di imputazione);

– ha presentato in anni passati tre diverse istanze di rilascio del porto d’armi per uso sportivo, tutte respinte: due dalla stessa Questura di – omissis – (nel 2002 e 2006), un’altra dalla – omissis -(nel 2014);

– secondo le informazioni pervenute dai Carabinieri, (il padre) frequenta abitualmente il nucleo familiare e l’abitazione in Ceva; non svolge propriamente un’attività lavorativa “ma piuttosto si qualifica come parapsicologo, sciamano, esperto di medicina ordinaria ed alternativa, esperto di medicine orientali, zoologia veterinaria, alimentazione curativa e scienze naturali, ed è conosciuto come guaritore e persona dedita alla magia”;

– in tale contesto, gli stessi Carabinieri “non escludono la concreta possibilità di un acquisto di armi e munizioni attraverso il titolo eventualmente rilasciato alla figlia richiedente”;

– inoltre, il giorno 13 novembre 2018 il padre si è presentato presso la Questura di – omissis – per avere informazioni sul procedimento di rilascio del porto d’armi alla figlia, “mostrandosi molto adirato per la comunicazione di preavviso di rigetto ricevuta dalla figlia richiedente, e per il ritardo con cui gli uffici davano informazioni sul prosieguo della pratica, richieste anche tramite il legale”; comportamento che il Questore di – omissis – ha “ritenuto estremamente sfavorevole nella valutazione generale dell’istanza”, in quanto “indizio sintomatico di una indebita ingerenza del [padre] nei rapporti con questi Uffici, che invece dovrebbero essere intrattenuti esclusivamente dalla figlia maggiorenne…”.

In definitiva, il Questore ha ritenuto che il rilascio del porto d’ami alla figlia possa essere pregiudizievole per la sicurezza pubblica e l’incolumità di terzi, considerata l’inaffidabilità del padre (per le vicende penali che lo hanno riguardato e per il comportamento assunto nei rapporti con gli uffici della Questura) e la facilità con cui questi potrebbe venire in possesso delle armi ”in virtù della frequentazione familiare considerabile alla stregua di convivenza, anche se non più accertata anagraficamente”.

3. La ricorrente, premesso (e documentando) di essere in possesso delle certificazioni attestanti l’idoneità medica al rilascio del porto d’armi, l’abilitazione all’esercizio venatorio e l’idoneità al maneggio delle armi, ha dedotto due motivi di ricorso:

3.1) Violazione a falsa applicazione degli artt. 3, 6, 10 e 10 bis della legge n. 241 del – omissis -90:

– il Questore non avrebbe tenuto conto delle osservazioni presentate dall’interessata dopo la comunicazione del preavviso di diniego, limitandosi a ribadire nel provvedimento conclusivo le ragioni già esplicitate nella comunicazione ex art. 10-bis L. 241/90;

– difetto di istruttoria e di motivazione: tutte le ragioni ritenute dal Questore ostative al rilascio del porto d’armi afferiscono unicamente al padre della ricorrente, e non alla ricorrente stessa, rispetto alla quale non è stata rilevata alcuna ragione di incapacità o di inidoneità all’uso delle armi;

– quanto al padre, sono stati valorizzati pregiudizi penali risalenti nel tempo (35 e 25 anni fa), di cui una condanna del – omissis -83 per – omissis – e – omissis -per la quale è intervenuta la riabilitazione nel 2003 e una condanna per – omissis – per la quale è intervenuta nel 2001 sentenza di appello di non doversi procedere per intervenuta prescrizione; attualmente il padre non ha carichi pendenti, svolge una vita regolare e dal 2006 non vive più presso l’abitazione familiare, ove si reca solo per trovare le figlie, bensì a Torino dove svolge l’attività di pranoterapeuta;

3.2) Violazione e falsa applicazione degli artt. 10, 11, 42 e 43 del R.D. 18/06/- omissis -31 n. 773 (T.U.L.P.S.): il provvedimento di rigetto si è basato unicamente su valutazioni afferenti al padre della ricorrente, peraltro per fatti risalenti nel tempo e coperti da riabilitazione e prescrizione; difetto di motivazione sull’attualità del giudizio di inaffidabilità del padre.

4. Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio depositando documentazione e memoria difensiva, chiedendo il rigetto del ricorso; evidenziando, tra l’altro, che un’analoga istanza (per il rinnovo della licenza di porto d’armi per l’esercizio della caccia) era stata presentata alla Questura di – omissis – nel 2012 dalla sig.ra – omissis -., all’epoca convivente nel nucleo familiare del padre della ricorrente, ma che anche in quel caso l’interessata, per tutte le incombenze amministrative relative alla pratica, si era presentata in caserma accompagnata dal padre dell’odierna ricorrente, benchè questi avesse già trasferito la propria residenza a Torino.

5. Con ordinanza n. 101 del 14 marzo 20- omissis -, la Sezione ha respinto la domanda cautelare e fissato contestualmente l’udienza di merito.

6. All’udienza pubblica del 18 settembre 20- omissis -, in prossimità della quale nessuna delle parti ha integrato le proprie difese, la causa è stata trattenuta per la decisione.

7. Il ricorso è infondato e va respinto.

7.1. Giova premettere che, secondo noti principi, l’Autorità di pubblica sicurezza, dovendo perseguire la finalità di prevenire la commissione di reati e/o di fatti lesivi dell’ordine pubblico, ha un’ampia discrezionalità nel valutare l’affidabilità della persona di fare buon uso delle armi, per cui la persona, che detiene armi, deve essere esente da mende ed al di sopra di ogni sospetto e/o indizio negativo e nei suoi confronti deve esistere la perfetta e completa sicurezza circa il corretto uso delle armi, in modo da scongiurare dubbi o perplessità sotto il profilo della tutela dell’ordine pubblico e della tranquilla convivenza della collettività; la valutazione dell’Autorità di pubblica sicurezza, caratterizzata da ampia discrezionalità, persegue infatti lo scopo di prevenire, per quanto possibile, l’abuso di armi da parte di soggetti non pienamente affidabili, tanto che il giudizio di non affidabilità è giustificabile anche in situazioni che non hanno dato luogo a condanne penali o misure di pubblica sicurezza, ma a situazioni genericamente non ascrivibili a buona condotta.

Uno degli elementi che concorrono alla valutazione di affidabilità del soggetto circa il buon uso delle armi è rappresentato dal contesto socio-familiare del richiedente (T.A.R. Napoli, sez. V, 06/04/2016, n. 1685), essendosi affermato, al riguardo, che i provvedimenti inibitori in materia di armi possono essere legittimamente applicati anche nei casi in cui, pur non potendosi imputare direttamente nulla al titolare delle armi, vi sia una situazione di fatto che rende le armi stesse liberamente accessibili ad un terzo (convivente o meno) nei cui confronti vi siano fondate ragioni di sospetto (T.A.R. Parma, sez. I, 27/03/2015, n. 101).

7.2. Nel caso di specie, il diniego impugnato è stato adottato dal Questore di – omissis – sulla base del sospetto che la domanda di rilascio del porto d’armi sia stata formulata strumentalmente dalla figlia (diciottenne all’epoca della domanda) al solo fine di consentire al padre di aggirare tre precedenti dinieghi di rilascio del porto d’armi adottati nei suoi confronti nel 2002, 2006 e 2014, consentendogli di acquistare ugualmente armi e munizioni attraverso il titolo conseguito dalla stessa; e tale sospetto è stato motivato sulla base di considerazioni che, al collegio, non appaiono nè illogiche nè irragionevoli, quali, in particolare:

– l’interesse personale manifestato dal padre della ricorrente circa il buon esito dell’istanza, tanto da presentarsi personalmente in Questura per avere notizie della pratica e mostrandosi “molto adirato” per l’esito negativo che era stato preannunziato con la comunicazione del preavviso di diniego e per il ritardo con cui, a suo dire, gli uffici stavano evadendo la domanda;

– il comportamento analogo tenuto dal padre della ricorrente in anni recenti in relazione ad un’analoga istanza formulata da altra componente del nucleo familiare (secondo la non contestata affermazione della difesa erariale);

– il sostanziale disinteresse manifestato dalla figlia richiedente, benchè maggiorenne e diretta interessata (almeno formalmente), circa la sorte della propria domanda.

7.3. Il giudizio di inaffidibilità del padre che traspare dalla motivazione dell’atto impugnato discende dai plurimi dinieghi adottati nei suoi confronti in anni anche recenti (da ultimo nel 2014), e come tale non richiedeva particolari precisazioni nel contesto motivazionale dell’atto impugnato al di fuori di quelle evidenziate, comunque già sufficienti a giustificarlo. Le vicende che hanno condotto all’adozione di quei precedenti dinieghi non possono formare oggetto del presente giudizio.

7.4. Quanto, infine, alla censura di carattere formale dedotta con il primo motivo di ricorso, è sufficiente osservare che, secondo noti principi, “l’ art. 10 bis, l. 7 agosto -OMISSIS-90, n. 241 non impone nel provvedimento finale la puntuale e analitica confutazione delle singole argomentazioni svolte dalla parte privata, essendo sufficiente ai fini della sua giustificazione una motivazione complessivamente e logicamente resa a sostegno dell’atto stesso” (Consiglio di Stato, sez. IV, 27/03/20- omissis -, n. 2026).

8. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso va conclusivamente respinto.

9. Sussistono peraltro giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di lite, attesa la singolarità della vicenda esaminata.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Compensa le spese di lite.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’articolo 52, commi 1 e 2, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. – omissis -6 (e degli articoli 5 e 6 del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016), a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube