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Caccia: cosa rischia chi non rispetta le regole

1 Ottobre 2019 | Autore:
Caccia: cosa rischia chi non rispetta le regole

Quanto costano le trasgressioni alle regole dell’attività venatoria: dall’ingresso abusivo in fondi altrui al bracconaggio, al ferimento o uccisione di persone. 

La caccia è un’attività controversa: i suoi sostenitori richiamano la sua natura di sport sano e legittimo e lamentano i troppi vincoli esistenti; gli oppositori sottolineano la crudeltà di uccidere animali per divertimento e vorrebbero ulteriori restrizioni e divieti, fino all’abolizione totale. Il dibattito è tuttora aperto e talvolta raggiunge polemiche e scontri tra cacciatori ed ambientalisti.

In Italia, ci sono oggi circa 600 mila cacciatori: un numero consistente, ma pari solo all’1% della popolazione italiana e, oltretutto, in diminuzione costante (trent’anni fa erano un milione e mezzo e nel 2000 erano già scesi a 800 mila). Inoltre, l’età media dei cacciatori è sempre più elevata e la maggior parte supera i 65 anni. Manca il ricambio generazionale.

La caccia non è libera e indiscriminata. I cacciatori devono seguire determinate regole che sono assistite da severe sanzioni e tutti, non solo loro, devono sapere cosa rischia chi non le rispetta: ad esempio, puoi essere il proprietario di un fondo nel quale si introducono cacciatori senza il tuo permesso oppure mentre ti trovi in campagna a passeggiare puoi essere ferito da colpi di fucile sparati durante l’attività venatoria.

Si tratta di rischi che, come vedremo, sono molto più elevati e concreti di quanto appare a prima vista. La cronaca è piena di tali episodi: di recente, è accaduto che un figlio ha ucciso il padre durante una battuta di caccia.

Cosa prevede la legge sulla caccia

La caccia è disciplinata da un’apposita legge [1] che stabilisce sia le condizioni di autorizzazione dei cacciatori sia le regole di esercizio della caccia, demandate alle Regioni ed agli altri Enti territoriali locali. La stessa legge sulla caccia prevede sanzioni amministrative, anche di importo elevato, per le varie ipotesi di violazione alle numerose prescrizioni e talune sanzioni penali contravvenzionali che esamineremo.

Molte norme che regolano i comportamenti che i cacciatori devono tenere, però, si trovano anche nel Codice civile e nel Codice penale, comprese quelle che riguardano il maltrattamento o l’uccisione di animali, anch’essi tutelati dalla legislazione vigente.

La legge sulla caccia, innanzitutto, dispone che gli animali selvatici sono di proprietà dello Stato e rientrano nel patrimonio indisponibile [2]. La fauna selvatica è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale.

Per questo, l’abbattimento degli animali può essere effettuato solo per le specie, con i mezzi, nei luoghi e nei tempi indicati dalla legge e nel numero massimo consentito per ogni giornata o periodo; se ciò avviene, il cacciatore diventa legittimo proprietario del capo e può prelevarlo e utilizzarlo.

Qualsiasi altra forma di abbattimento o cattura di fauna selvatica che avvenga al di fuori delle prescrizioni di legge è illecita se effettuata da un cacciatore munito di licenza ed è considerata caccia di frodo o bracconaggio se esercitata da chi non è cacciatore ed è in tali casi, come vedremo, è perseguibile anche penalmente.

Come si diventa cacciatori

I cacciatori devono essere muniti di un’apposita concessione statale, chiamata licenza di caccia. Senza licenza non si può cacciare in nessun modo e si è considerati cacciatori di frodo. La licenza comprende l’autorizzazione al porto del fucile per uso caccia, che è un particolare tipo di porto d’armi ed è valido solo nelle zone e nei periodi autorizzati.

L’abilitazione richiede la certificazione Asl dell’idoneità psicofisica dell’aspirante cacciatore,  il superamento di un esame pubblico secondo le modalità stabilite dalla Regione di appartenenza, ha una durata di 6 anni, è soggetta al pagamento di una tassa di concessione governativa di 168 euro più addizionali regionali ed imposta di bollo (2 contrassegni da 16 euro ciascuno).

Una volta conseguita, il cacciatore ottiene un tesserino venatorio, rilasciato dal Comune di residenza, valido su tutto il territorio nazionale e che consente l’esercizio della caccia in tutti gli Atc (Ambiti territoriali di caccia) nazionali. Il tesserino serve anche per registrare il quantitativo di selvaggina abbattuta per ogni giornata di caccia. Leggi anche quali sono i documenti necessari per andare a caccia.

I cacciatori devono essere muniti di polizza assicurativa per la responsabilità civile in modo da garantire i terzi dai danni provocati dal maneggio delle armi durante l’esercizio della caccia. La legge definisce massimali di 516.456,89 euro, di cui € 387.342,68 per le persone e € 129.114,23 per danni ad animali e cose. È  prevista anche una polizza antinfortunistica per il cacciatore stesso, con un massimale di € 51.645,69. Chi caccia senza polizza paga una sanzione fino a 619 euro; se è recidivo fino a 1.239 euro.

Quando è aperta la caccia?

I periodi di caccia sono stabiliti da calendari venatori emessi annualmente da ogni Regione. In genere i periodi vanno dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio. A seconda delle Regioni, si può cacciare dai 3 ai 5 giorni alla settimana; i martedì ed i venerdì di ogni settimana sono giorni di “silenzio venatorio” nei quali la caccia non è consentita.

Ogni calendario venatorio indica espressamente il periodo di apertura della caccia, le specie cacciabili e anche il numero massimo di animali che possono essere uccisi ogni giorno.

In specifici casi, la caccia può essere autorizzata anche al di fuori del calendario venatorio: è il caso delle preaperture (con anticipi fino al 1 settembre) e dei posticipi (fino al 10 febbraio), ma in tali occasioni le Regioni diminuiscono le specie cacciabili tenendo conto delle esigenze di ripopolamento e salvaguardia ambientale.

C’è solo un’eccezione al calendario venatorio: la caccia di selezione agli ungulati, che può essere autorizzata con provvedimenti amministrativi (sono competenti ad emanarli i Comprensori alpini e gli Atc) e così arrivare ad essere consentita in qualsiasi periodo dell’anno. Si tratta di un abbattimento pianificato per evitare che alcune specie considerate pericolose per l’uomo, come i cinghiali, si riproducano in modo incontrollato.

Gli ungulati però comprendono, oltre al cinghiale, anche il capriolo, il camoscio, il cervo, lo stambecco, il daino ed il muflone: tutte prede ambite per i cacciatori ma anche protetti, per la loro rarità, dalla caccia indiscriminata e quindi soggetti a regole particolari stabilite a seconda delle zone e dei parchi (ove la loro caccia è di solito sempre vietata). Alcune Regioni prevedono, oltre alla normale licenza di caccia, una speciale abilitazione per praticare questa caccia di selezione, che si consegue frequentando con esito positivo gli appositi corsi tenuti dagli Atc provinciali.

Il cacciatore può entrare nel fondo altrui?

Il Codice civile [3] dispone che «Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno». Quindi, di regola i cacciatori possono entrare anche senza il consenso del proprietario, se i fondi sono recintati e non c’è pericolo di danno per le colture esistenti. Il proprietario, però, «può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità», dunque, l’accesso non è indiscriminato ma è consentito solo ai cacciatori con licenza valida e tesserino al seguito. Leggi anche caccia e pesca sul fondo altrui: le regole applicabili.

Chi viola queste prescrizioni ne risponde anche penalmente: è reato [4] l’ingresso abusivo nel fondo altrui purché esso sia recintato o delimitato in maniera ben visibile, ad esempio con cancelli o con cartelli che avvertono trattarsi di proprietà privata. In casi particolari, come l’ingresso in un giardino privato recintato che costituisce pertinenza di un’abitazione, si può arrivare alla violazione di domicilio [5].

L’esercizio della caccia, specie se protratto e abituale da parte di gruppi di cacciatori, potrebbe anche provocare inquinamento acustico e disturbare le occupazioni o il riposo delle persone; in tali casi, si può configurare la contravvenzione [6] punita con l’arresto fino a 3 mesi o con l’ammenda fino a 309 euro.

Le distanze da mantenere quando si spara

Ci sono delle norme precise sulle distanze che i cacciatori devono osservare  [7]: è vietato sparare a meno di 100 metri da case, fabbriche o altri edifici non disabitati, oppure sparare in loro direzione da una distanza inferiore a 150 metri. Inoltre, non si può cacciare a una distanza di 50 metri da qualsiasi strada (comprese quelle comunali non asfaltate) e dalle ferrovie né sparare verso di esse da meno di 150 metri. Se ci sono fondi con bestiame presente (in mandria, gregge o branco) non ci si può avvicinare a meno di 100 metri. Le sanzioni per questi casi sono di tipo amministrativo e vanno da 103 a 609 euro.

Infine, è sempre vietato sparare in un luogo abitato o nelle sue adiacenze e in nessun caso si può sparare da automobili, natanti o aerei: il safari in Italia non è ammesso. Chi viola queste prescrizioni commette reato e rischia l’ arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a euro 2.065 [8].

Gli spari nei centri abitati (sono considerati tali anche gli agglomerati di case extraurbane) sono puniti anche dal Codice penale: si tratta del reato di accensioni ed esplosioni pericolose [9] punito con l’ammenda fino a 103 euro.

La tutela penale degli animali

Riguarda non solo le specie cacciate, ma anche gli animali impiegati dai cacciatori stessi in ausilio nella caccia, come i cani o gli uccelli da richiamo. Impiegare trappole, tagliole, fili di nylon, reti per volatili o altri strumenti vietati, oltre a integrare un illecito contravvenzionale sanzionato con l’ammenda fino a 1.549 euro, comporta anche lo specifico reato di uccisione o maltrattamento di animali [10] che è integrato per il solo fatto di aver posizionato l’attrezzatura illecita con la consapevolezza di catturare qualsiasi tipo di animale e accettando il rischio del loro ferimento o uccisione, se ciò si verifica.

Per la Cassazione [11], «procurare una lesione ad un animale esercitando in modo abusivo la caccia integra il reato poiché è una forma di maltrattamenti ferire un animale senza che ve ne sia alcuna necessità». Il reato è punito severamente, con la reclusione da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro; le pene sono aumentate della metà se l’animale muore.

Questa fattispecie è stata introdotta nel 2004 per irrobustire le sanzioni (il precedente reato era solo contravvenzionale) e per la sua specificità prevale sulla vecchia norma, comunque tuttora in vigore [12] che protegge, a querela della persona offesa, gli animali di proprietà privata (in genere quelli domestici o di allevamento), anziché la fauna selvatica oggetto di caccia.

Il bracconaggio

I bracconieri rispondono anche di furto venatorio [13] che invece è escluso, per i cacciatori autorizzati che violino una delle prescrizioni imposte, in favore di speciali sanzioni solo amministrative e dunque di carattere pecuniario [14]. Il bracconiere, infatti, è totalmente privo di licenza e dunque risponde del reato di furto comune [15] in questi casi chiamato anche furto venatorio e punito con la pena della reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 103 a 1.032 euro.

Così il cacciatore “regolare”, cioè munito di licenza ma che contravviene ad alcune specifiche disposizioni in materia, rischia sanzioni che, pur se di carattere penale, sono solo contravvenzionali (ad esempio, arresto da 3 mesi a 1 anno ed ammenda fino a euro 2.582 per chi va a caccia in periodo di divieto; arresto da due a otto mesi o l’ammenda fino a 2.065 euro per chi abbatte animali protetti) mentre il bracconiere commette veri e propri delitti, puniti dal Codice penale (e non dalla legge sulla caccia) con le pene della reclusione e della multa, anche congiunte.

È da notare che tutte le norme penali che abbiamo richiamato – sia delitti sia contravvenzioni – comportano anche, quando vengono accertate in flagranza da Ufficiali o Agenti di Polizia giudiziaria, come i Carabinieri forestali, il sequestro del fucile, del munizionamento e dell’attrezzatura utilizzata per svolgere illecitamente la caccia, che costituiscono il corpo del reato o comunque cose ad esso pertinenti.

Ogni condanna penale comporta poi di regola la revoca del porto d’armi: il soggetto, infatti, non darà più il necessario affidamento sull’uso delle armi e non potrà più cacciare.

Le vittime della caccia

Mentre mancano dati precisi sul numero di animali uccisi (secondo alcune stime delle associazioni sarebbero 150 milioni all’anno tra mammiferi ed uccelli), sono disponibili invece i dati delle persone uccise o ferite dai cacciatori. Secondo l’Associazione per le vittime della caccia, dal 2007 ad oggi, sono morte più di 200 persone e oltre 800 sono rimaste ferite, di cui 21 morti nell’ultima stagione venatoria conclusa (2018/2019) che ha visto anche 59 feriti. Di queste vittime, molti sono non cacciatori e compaiono anche bambini. Tutto ciò senza contare gli incidenti con armi da caccia avvenuti fuori dall’ambito venatorio, come l’esplosione accidentale di colpi da un fucile tenuto in abitazione.

La caccia comporta, quindi, un serio pericolo per la vita umana e per l’integrità fisica e non tutti i cacciatori ne sono consapevoli, come i dati purtroppo dimostrano. Non solo le violazioni delle norme che regolano la caccia, ma anche leggerezze ed imprudenze nel maneggio e uso delle armi fanno la loro parte e contribuiscono al verificarsi di questi tristi fenomeni.

Esaminiamo, dunque, quali sono le norme comportamentali da seguire per evitare questi casi e le sanzioni in caso di trasgressione, quando l’evento lesivo o mortale si verifica anche indipendentemente dalla volontà di chi ha esploso i colpi.

Omicidio e lesioni durante la caccia

L’omicidio avvenuto durante la caccia e per incidente (esclusi quindi i casi in cui vi è la volontà di uccidere) è qualificato dalla legge [16] come omicidio colposo e le lesioni personali sono anch’esse definite colpose [17]. Il reato è comune, dunque, può commetterlo indifferentemente il cacciatore autorizzato o il bracconiere.

Possono essere lievi o gravi a seconda che comportino una malattia di guarigione inferiore o superiore a 40 giorni (se inferiore a 20 giorni si definiscono lievissime) oppure gravissime se comportano un indebolimento permanente di un senso o di un organo o una malattia insanabile, come la perdita di un arto, o lo sfregio permanente del viso.

Non esiste un’aggravante specifica per l’omicidio commesso con violazione delle norme sulla caccia (come invece è previsto ad esempio per l’omicidio stradale) ma vi sono proposte di legge che vorrebbero introdurre nell’ordinamento il reato di omicidio venatorio con pene da 2 a 7 anni di reclusione. Attualmente, per l’omicidio colposo la pena è della reclusione da 6 mesi a 5 anni.

Le lesioni colpose, invece, sono punite con la pena della reclusione, o in alternativa con la multa, variabile:

  • da 15 giorni a 3 mesi se lievi o lievissime ( in alternativa con la multa fino ad euro 309);
  • da 1 mese a 6 mesi se gravi (in alternativa con la multa da 123 a 619 euro);
  • da tre mesi a due anni (in alternativa con la multa da 309 a 1.239 euro).

Sparare in sicurezza

Per evitare di ferire o uccidere qualcuno, il tiratore è tenuto alla massima attenzione e diligenza e può sparare solo quando è sicuro che sulla traiettoria non vi siano esseri umani, tenendo conto anche degli spostamenti repentini (come quelli dei compagni della battuta di caccia) che non sono certo imprevedibili ma devono essere previsti.

Non basta, però, guardare solo di fronte a sé: nello sparare bisogna anche tener conto della rosa di tiro, cioè il fenomeno in base al quale i pallini sparati dal fucile si espandono rispetto alla linea di direzione frontale e così l’area colpita ha un diametro ben maggiore: ad esempio, una persona che si trova a 180 metri di distanza rispetto al bersaglio rischia di essere colpita se si trova nel raggio di ben 40 metri rispetto alla linea di tiro azionata dal cacciatore.

La giurisprudenza ritiene che l’esercizio della caccia con fucile costituisce attività pericolosa, che obbliga a tenere conto delle specifiche peculiarità di luogo e di tempo, nonché della rosa del tiro che abbiamo descritto. Il cacciatore, cioè, deve sempre operare in condizioni di sicurezza e prevedere dove i colpi sparati andranno a finire, tenendo conto che la distanza di arrivo è molto superiore a quella del bersaglio: secondo la balistica venatoria, i pallini possono arrivare con pericolosità, a seconda del calibro e del tipo di fucile, anche a 400 metri e oltre dal punto di tiro, senza considerare il fatto che possono rimbalzare contro ostacoli come sassi, tronchi o muri e così prendere traiettorie diverse da quella programmata.

Così sarà incriminato e condannato per lesioni colpose o omicidio colposo chi, ad esempio, nel tentativo di colpire un volatile spara ad altezza d’uomo in un’area boscata senza accertarsi dell’assenza di persone, oppure contro macchie e cespugli dietro ai quali potrebbe esserci qualcuno. Per i giudici, c’è imprudenza rimproverabile in tutti i casi in cui manchi la completa visibilità e la certezza che non siano presenti persone lungo la traiettoria dei proiettili.


note

[1] Legge n.157/92 del 11 febbraio 1992.

[2] Art. 826 Cod. civ.

[3] Art. 842 Cod. civ.

[4] Art. 637 Cod. pen.

[5] Art. 614 Cod. pen.

[6] Art. 659 Cod. pen.

[7] Art. 21 Legge n.157/1992.

[8] Art. 30 Legge n.157/1992 che contiene tutte le ipotesi di reati contravvenzionali in materia di caccia.

[9] Art. 703 Cod. pen.

[10] Art. 544 bis Cod. pen. ed Art. 544 ter Cod. pen.

[11] Cass. sent. n. 17012/2015 del 8 aprile 2015.

[12] Art. 638 Cod. pen.

[13] Artt. 624, 625 e 626 Cod. pen.

[14] Art. 31 Legge n.157/1992 “Sanzioni amministrative“.

[15] Cass. sent. n. 3930/2015 del 28 gennaio 2015 e sent. n. 12680/2015 del 25 marzo 2015.

[16] Art. 589 Cod. pen.

[17] Art.590 Cod. pen. in relazione agli artt. 582 e 583 Cod. pen.


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