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Dimissioni volontarie: ultime sentenze

25 Ottobre 2019
Dimissioni volontarie: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: dimissioni volontarie; motivo delle dimissioni; parziale annullamento della capacità di intendere e di volere; ripartizione dell’onere probatorio; assicurazione contro la disoccupazione.

Dimissioni volontarie nel periodo di divieto di licenziamento

In caso di dimissioni volontarie nel periodo in cui opera il divieto di licenziamento, la lavoratrice madre ha diritto, a norma dell’art. 55 del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151, alle indennità previste dalla legge o dal contratto per il caso di licenziamento, ivi compresa l’indennità sostitutiva del preavviso, indipendentemente dal motivo delle dimissioni e, quindi, anche nell’ipotesi in cui esse risultino preordinate all’assunzione della lavoratrice alle dipendenze di altro datore di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 17/06/2019, n.16176

Incapacità naturale del dipendente e dimissioni volontarie

Perché l’incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle sue dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale da impedire od ostacolare una seria valutazione dell’atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’atto che sta per compiere; la valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non è censurabile in Cassazione se adeguatamente motivata (confermata la legittimità delle dimissioni presentate dalla dipendente, atteso che non erano state allegate né dimostrate situazioni abnormi, tali da determinare un parziale annullamento della capacità di intendere e di volere della lavoratrice al momento della sottoscrizione dell’atto).

Cassazione civile sez. lav., 28/11/2016, n.24122

Dimissioni volontarie dell’amministratore

Le dimissioni volontarie rassegnate dall’amministratore non possono essere assimilate alla revoca dall’incarico, non potendo nemmeno ravvisarsi un’ipotesi di revoca implicita da parte dei soci nell’insistenza esercitata sull’organo amministrativo finalizzata alla cessazione anticipata dall’incarico, comportamento giustificato in virtù di un progetto di fusione con altra società rimasto poi inattuato. Non sussistendo una decisione di revoca, non sussiste nemmeno un diritto dell’amministratore ad essere risarcito del danno asseritamente subito, a prescindere dalla configurabilità di una giusta causa della revoca.

Tribunale Roma sez. III, 16/11/2015, n.23090

Premio di fedeltà e dimissioni volontarie del dipendente

Con riferimento al premio di fedeltà previsto dal contratto collettivo della Fiat S.p.A., in favore dei lavoratori che abbiano maturato un’anzianità di ventinove anni sei mesi ed un giorno e siano cessati dal rapporto di lavoro per dimissioni volontarie, la mera maturazione dell’anzianità del lavoratore è condizione necessaria – ma non sufficiente – per la maturazione del diritto al premio, perché il perfezionamento della fattispecie resta condizionato dalle modalità di risoluzione del rapporto, avendo le parti sociali inteso attribuire il premio solo in presenza di date modalità di risoluzione del rapporto, escludendolo negli altri casi.

Ne consegue, che, nel caso in cui il rapporto di lavoro del dipendente sia ceduto per effetto di cessione del ramo di azienda cui lo stesso era addetto, ed il contratto collettivo applicabile al cessionario non preveda il premio di fedeltà, deve escludersi che tale premio spetti in favore del lavoratore che pure avesse al tempo della cessione l’anzianità richiesta, non essendosi perfezionata all’epoca la fattispecie, che ne prevedeva la maturazione solo in caso di dimissioni del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav., 07/04/2015, n.6943

Dimissioni per giusta causa

Nell’ipotesi di dimissioni per giusta causa presentate dal dipendente non si richiede l’immediatezza e la specificità delle contestazioni contro il datore di lavoro, che sono invece necessarie nel caso di risoluzione del rapporto lavorativo per licenziamento in tronco del lavoratore.

Pertanto, l’omessa indicazione della giusta causa delle dimissioni del lavoratore nella dichiarazione di recesso non lo rende inidoneo ai fini dell’applicabilità dell’art. 2119 c.c., e comporta per il giudice il dovere di accertare l’esistenza di una giusta causa di dimissioni volontarie (Cass., sez. lav., 5 maggio 1980 n. 2956).

Tribunale Milano sez. lav., 19/11/2014

Procedimento disciplinare e dimissioni volontarie 

L’art. 118 del d.P.R. n. 3/1957 – a mente del quale se, nel corso del procedimento disciplinare, il rapporto d’impiego cessi anche per dimissioni volontarie o per collocamento a riposo a domanda, il procedimento stesso prosegue agli effetti dell’eventuale trattamento di quiescenza e previdenza – non ha carattere eccezionale, risultando dunque applicabile anche in presenza di altre situazioni non enunciate ma assimilabili a quelle considerate, qual è il collocamento a riposo per infermità.

T.A.R. Bari, (Puglia) sez. I, 07/10/2014, n.1163

Onere probatorio

In tema di ripartizione dell’onere probatorio in caso di contrapposte allegazioni in ordine all’esistenza di dimissioni volontarie a fronte di assunti circa l’avvenuto licenziamento in forma orale, qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sull’eccipiente ai sensi dell’art. 2697, comma 2, c.c.

Tribunale Milano sez. lav., 30/04/2014

Cessazione del rapporto di lavoro e dimissioni volontarie

In tema di assicurazione contro la disoccupazione, l’art. 7, comma 3, del d.l. n. 86 del 1988, convertito nella legge n. 160 del 1988, estendendo il diritto all’indennità ordinaria di disoccupazione agli assicurati in possesso di requisiti contributivi ridotti, non deroga al combinato disposto degli art. 73 e 76, comma 3, del r.d.l. n. 1827 del 1935, per il quale non sono indennizzabili i trentotto giorni successivi alla cessazione del rapporto di lavoro derivante da dimissioni volontarie (cosiddetto periodo di carenza).

Ne consegue che per tale periodo, l’assicurato non ha diritto ad alcuna indennità di disoccupazione, né quella a requisiti normali di cui al r.d.l. n. 1827 del 1935, né quella a requisiti ridotti di cui all’art. 7 del d.l. n. 86 del 1988

Cassazione civile sez. lav., 13/02/2012, n.2006

Contributi per l’assunzione di lavoratori svantaggiati

Qualora, ai fini della concessione di contributi per l’assunzione di lavoratori svantaggiati, debba essere garantito il mantenimento dell’incremento netto occupazionale ai sensi del Regolamento comunitario n. 800 del 6 agosto 2008, art. 40 (recante norme in materia di aiuti per l’assunzione di lavoratori svantaggiati sotto forma di integrazioni salariali), il licenziamento per giustificato motivo oggettivo integra un’ipotesi di riduzione di personale tale da comportare (a differenza delle ipotesi di interruzione del rapporto di lavoro, dimissioni volontarie, invalidità, pensionamento per raggiunti limiti di età o licenziamento per giusta causa) la legittimità della revoca dei contributi in tal modo corrisposti.

T.A.R. Cagliari, (Sardegna) sez. I, 23/09/2013, n.609

Dimissioni volontarie dalla carica di direttore amministrativo dell’Asl

Nei reati contro la p.a., il giudizio di prognosi sfavorevole sulla pericolosità sociale dell’incolpato non è di per sé impedito dalla circostanza che l’indagato abbia dismesso la carica o esaurito l’ufficio nell’esercizio del quale aveva realizzato la condotta addebitata.

Tuttavia, la validità di tale principio deve essere rapportata al caso concreto, là dove il rischio di ulteriori condotte illecite del tipo di quella contestata deve essere reso probabile da una permanente posizione soggettiva dell’agente che gli consenta di continuare a mantenere, pur nell’ambito di funzioni o incarichi pubblici diversi, condotte antigiuridiche aventi lo stesso rilievo ed offensive della stessa categoria di beni e valori di appartenenza del reato commesso.

(Fattispecie nella quale l’indagato, nonostante le dimissioni volontarie dalla carica di direttore amministrativo della Asl, aveva continuato a mantenere relazioni e rapporti all’interno dell’amministrazione sanitaria).

Cassazione penale sez. VI, 10/01/2013, n.19052

Carica di sindaco: la sospensione di diritto

La sospensione di diritto dalla carica di sindaco, prevista dalla legge c.d. Severino, deve essere considerata ai fini dell’applicazione dell’art. 51, comma 3, del d.lg. n. 267 del 2000, ossia per il calcolo della durata del mandato, costituendo «causa diversa dalle dimissioni volontarie» di impedimento all’esercizio della carica.

Consiglio di Stato sez. I, 09/02/2016, n.179



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